28.8.12

ASSO preview

Tanto, ormai, ne hanno già iniziato a parlare (qui, qui e qui).
Tanto vale, mostrarvi qualcosa.

la cover, ancora da sistemare per bene.












alcune pagine, tratte da storie del tutto inedite e da storie inedite per la carta stampata.


le storie realizzate dagli amici.

Dai, che nelle prossime settimane vi romperò fino allo sfinimento con questo volume.


Ribelle - The Brave - la Recensione


Echevidevodire?
E' un bel film della Disney.
Della Disney di Mulan, per capirsi.
Ma lo spirito Pixar del periodo d'oro, non è pervenuto.

Tanti buoni sentimenti, tanti caratteri femminili moderni, qualche gag divertente, un paio di canzoni.
Lo script è strambo. Molto lungo nel primo atto, sin troppo rapido negli altri due.
Meno sbagliato di quello, per esempio, di Cars 2, ma sempre segno della profonda crisi che sta passando la Pixar sotto il profilo della scrittura da Ratatouille in poi (e, infatti, anche questo film è stato pesantemente rimaneggiato in corso d'opera).
Il livello tecnico è sempre molto alto, anche se, questa volta, si è risparmiato sulle location (tre, in totale).

La cosa che fa più specie è che mentre la Pixar regredisce, la Disney mette la freccia e la sorpassa, perché il livello tecnico, di scrittura e artistico di Rapunzel è semplicemente su un altro pianeta rispetto a queste The Brave e il futuro Ralph Spaccatutto sembra un film decisamente più interessante e innovativo delle avventure della principessa rosso chiomata.

In conclusione: se ci volete portare le vostre bambine, fatelo. Si divertiranno. Se state cercando quel qualcosa che rendeva i film Pixar tanto speciali, passate pure la mano.

p.s.
la stereoscopia è inutile come al solito e penalizza un film che è composto, prevalentemente, di scene al buio.

p.p.s.
Nel film figura anche il grandissimo Steve Purcell. Ma, del suo tocco, io non ho visto traccia.

27.8.12

Counter-Strike: Global Offensive - la Recensione -


De_Dust.
Il nome di una mappa di Counter-Strike che, per me, suona quasi come "casa".

Per quelli che non sanno di che diavolo sto parlando:
Counterstrike è un videogioco, nato come mod (modification) di Half Life nel 1999 e rapidamente diventato un fenomeno del gioco multiplayer degli albori.
In quegli anni, se ti piacevano gli FPS (first person shooter, sparatutto in prima persona) avevi solo tre scelte: se eri un super skillato, capace di volare per le mappe a suon di rocket jump e per te il gioco doveva girare a una velocità di duemila chilometri al secondo, allora giocavi a Quake 3.
Se invece preferivi un approccio più tattico e per te contava di più la precisione di mira che la velocità di movimento, allora giocavi a Counter-Strike.
Se eri uno sfigato bimbominchia, giocavi a Unreal Tournament.

Io giocavo a Counter-Strike.
Dove per "giocavo", intendo dire: passavo tra le due e le tre ore a notte a ammazzarmi con ragazzi di tutto il mondo, interpretando, di volta in volta, il ruolo del terrorista o del controterrorista, piazzando bombe o liberando ostaggi.
E l'ho fatto dal 1999 al 2003, pioggia o sole, salute o malattia, estate o inverno, lavoro o non lavoro, donne o non donne.
CS era la mia passione ossessione ludica.

Poi ho smesso.
Perché le ultime versioni di CS non mi piacevano troppo, perché non mi reggevano più i riflessi per tenere a bada i ragazzini, perché mi ero stufato di stare dietro al PC per tenerlo aggiornato come macchina da gioco, perché il lavoro non mi permetteva più di giocare in maniera agonistica e, comunque, non ero abbastanza bravo da entrare nella nazionale italiana e andare a giocare in Corea.
E, diciamocelo, perché mi ero pure un poco stufato di fare le stesse cose, sulle stesse mappe, sempre con le stesse persone.
Mollato CS, sono arrivati altri giochi che hanno calamitato la mia attenzione (Halo in particolare) ma nessuno ha mai raggiunto i livelli del gioco della Valve.

Comunque sia, un paio di giorni fa è uscita una nuova versione di CS, questa volta per Xbox Live.
L'ho comprata senza starci a pensare.
Com'è?
A patto di giocarlo nella modalità "competitiva", è Counter-Strike fatto e finito.
Le stesse meccaniche, le stesse mappe, le stesse tipologie di gioco.
Muoversi in De_Dust, la mappa più giocata e popolare del gioco, è come tornare nel quartiere dove si è nati e cresciuti.
Solo che invece che mouse e tastiera, c'è il joypad.
Che badate: non è una differenza da poco.
Se siete giocatori vecchia e scuola, duri e puri, che con CS ci siete nati e cresciuti, lasciate perdere il CS GO per console e compratelo su Steam, nella sua versione per PC. Il solo modo di giocare CS davvero, è con mouse e tastiera.
Se invece, come me, siete giocatori dei bei tempi andati che però sono invecchiati e vogliono una vita più comoda, adorerete questa versione.
Se poi siete dei ragazzini cresciuti con Mordern Warfare e a CS non ci avete mai giocato: questa è la vostra occasione per diventare uomini.

22.8.12

Dalle otto alle otto. E poi ancora.


Sveglia alle 8.
Colazione e poi a studio.
Se ne esce alle 20.
Si torna a casa e ci si mette a scrivere, fino alle 2.
Poi da capo.
Sarà un fine agosto interessante.
Però, il libro sta venendo proprio bene (e una parte importante del merito è di Stefano).



21.8.12

Muore Sergio Toppi.


L'illustrazione e il fumetto perdono uno dei loro più grandi maestri.
Nei prossimi giorni ne parliamo meglio, per adesso, mi limito alle sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici.


Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno - la Recensione


Non ho una grandissima voglia di recensire questa ultima fatica di Nolan.
Perché è un film complesso, enormemente articolato e con almeno tre elementi importanti che non possono essere sorvolati se si vuole parlare in maniera seria. E che mi attirerà un sacco di discussioni.
Facciamo così, se tutto quello che volete sapere è se, per me, è bello o brutto, ve lo dico subito:
è bello.
Il migliore della trilogia.
Chiudete questa pagina e fate altro.
Se invece volete un parere più esteso e complicato, allora continuate a leggere.


PUNTO PRIMO: non è un film di supereroi.
Nemmeno gli altri due lo erano davvero (il primo, forse, un pochettino) ma questo meno che mai.
The Dark Knight Rises è un film che parla di potere e di cosa comporti esercitarlo.
Il suo terreno è quello della filosofia, dell'etica e della morale.
Il fatto che, per parlare di tutte queste cose, si sia deciso di usare della gente mascherata, ha più a che fare con il teatro greco che non con il genere dei film di supereroi (così come sono concepiti oggi).
Ci sono botti, esplosioni e scene spettacolari?
Qualcuna. Anche molto belle. Poche però.
Il minimo indispensabile per mostrarle nel trailer e spingere la gente ad andare al cinema a sorbirsi un mattone seriosissimo di due ore e trenta, composto in larghissima parte di gente che parla.
Se è un film d'azione che cercate, state alla lontana da questo film.

PUNTO SECONDO: non è un film su Batman. 
Non sul Batman come viene inteso di norma, perlomeno.
Anche qui, si potrebbe dire che anche i primi due film condividevano questo aspetto, solo che in questo è una cosa ancora più evidente.
Nolan (detto pure: il geometra dell'immaginario) è un regista dallo sguardo freddo e analitico.
Se deve rappresentare l'ideale mondo dei sogni e del subconscio di Inception, lui porta in scena il quartiere dell'Eur.
Alla luce di questo, non è difficile capire perché, guardando Batman, Nolan ci abbia visto solo un vigilante in tenuta da SWAT, con tanti soldi e il vezzo di mettersi un paio di orecchie a punta sul casco per spaventare i suoi nemici e di non uccidere.
E badate, a me sta benissimo come possibile interpretazione del personaggio, ma è evidente che alcuni aspetti affascinanti della figura dell'Uomo Pipistrello vengano decisamente tralasciati da questo tipo di approccio.
Anzi, diciamolo chiaramente: TUTTI gli aspetti affascinanti del personaggio sono tralasciati.
Il Batman di Nolan non è il più grande detective del mondo. Il Batman di Nolan non è una leggenda metropolitana che terrorizza i criminali. Il Batman di Nolan non è un uomo in perenne bilico tra sanità e follia. Il Batman di Nolan non vive in una città gotica, oscura e misteriosa e non ha avversari bizzarri... e via dicendo.
Il che potrebbe rappresentare un problema se Batman fosse il perno del film e dovesse dominare la scena a lungo... ma non è così perché Bruce Wayne in tenuta da combattimento (chiamarlo costume è davvero fuori luogo) apparirà per - massimo - quindici minuti di pellicola. Su centosessantacinque.
E vi assicuro che la stima di quindici minuti è piuttosto generosa.

PUNTO TERZO: è un film politico.
Quando Nolan dice che non lo è, sta mentendo.
E' una bugia enorme detta con il solo scopo di non alienare la parte del pubblico che vuole solo andare al cinema e "staccare il cervello" (perirete nelle fiamme, sappiatelo).
Dite che sono sempre troppo strutturato nei miei giudizi e vedo cose complesse anche dove non ce ne sono? Ok, allora lasciate che vi racconti una parte del plot (qui c'è uno spoiler):

Bane è un terrorista della peggior specie che, con un'azione spietata e senza scrupoli ha preso possesso di Gotham City, tagliandola fuori da ogni possibile intervento esterno. Il suo scopo è punire la città per i suoi peccati. In cosa consistono questi peccati? La decadenza politica e morale, rappresentata, in primo luogo, dalla sua classe economica.
Terroristi-Criminali che occupano(y) una grande città in tutto e per tutto uguale a Manhatthan.
Ricordatevi: secondo le parole di Nolan, questo NON E' UN FILM POLITICO.

Bane è a capo di un discreto esercito personale le cui fila si ingrossano con la liberazione dei criminali di Gotham. Uno dei primi obiettivi di Bane è Bruce Wayne, il ricco magnate di Gotham. Prima distrugge la sua fortuna economica, poi lo affronta sul piano fisico (Bane è a conoscenza della doppia identità del riccastro), spezzandogli la spina dorsale e dimostrandogli che non sa nulla in fatto di forza, volontà e sacrificio. Poi lo spedisce "nel pozzo", la prigione in cui il criminale ha passato molti anni della sua vita, sicuro che un debole e viziato come Wayne, non potrà uscirne (come, invece, ha saputo fare lui).
In pratica: un terrorista che la fa pagare a un ricco magnate, costringendolo a vivere nella condizione di stenti in cui è vissuto lui.
Ripetete con me: NON E' UN FILM POLITICO.

Wayne però, non si da per vinto. E grazie al provvidenziale intervento del fisioterapista più bravo del mondo (che gli ripara la schiena con un solo pugno ben assestato), riesce a uscire dal pozzo e a riorganizzarsi.
Nel frattempo, a Gotham, i terroristi-criminali di Bane hanno messo in piedi un tribunale speciale dove giudicano gli uomini di potere della città. Il tribunale è una farsa e gli imputati sono tutti condannati alla morte, in una maniera o nell'atra.
Chi sono gli imputati?
Il film ci mostra solo banchieri e uomini d'affari.
Banchieri e uomini d'affari che vengono uccisi dai terroristi-criminali.
Dicevamo? Ah, sì... NON E' UN FILM POLITICO!

Batman, aiutato da una una affascinate ladra e dalla resistenza clandestina, composta da un manipolo di poliziotti scampati alle retate di Bane, si lanciano all'attacco. Lo scontro avviene davanti a un grande palazzo della finanza. Da una parte, i poliziotti e Batman (tutto vestito di nero e blindato come un qualsiasi cellerino), dall'altra parte, i terroristi criminali che hanno occup(y)to la città.
Il combattimento non ha nulla a che spartire con una scena di azione ma sembrano le riprese di uno dei tanti scontri che si sono visti fuori Wall Street, recentemente.
...MA NON E' UN FILM POLITICO!!

Basta cazzate: The Dark Knight Rises un film politico lo è, eccome.
E lo è in maniera ancora più smaccata di quanto lo fosse il capitolo precedente e la sua ideologia è ben cespressa nella distinzione dicotomatica tra i buoni (i poliziotti, i ricchi rappresentati da Bruce Wayne, i vigilante come Batman, le vittime come i banchieri e i ladri come Cat Woman) e i cattivi (rappresentati da terroristi, pazzi e criminali, tutti buttati nello stesso calderone come se fossero la stessa cosa).
Insomma, è un film fatto da repubblicani americani per repubblicani americani e questo è decisamente evidente.
Anzi, a voler essere onesti, definirlo semplicemente come un film schierato dalla parte della destra americana, mi sembra addirittura una minimizzazione.

- Se teniamo conto della morale del secondo film (che si può riassumere nella frase: il paradiso è protetto all'ombra delle spade)...

- Se ripensiamo alla scena di dialogo (sempre nel secondo film) tra Harvey Dent e Bruce Wayne in cui il procuratore della città, l'uomo nuovo e illuminato di Gotham, caldeggia la figura degli imperatori romani e la loro necessità (anche al giorno d'oggi)...

- Se teniamo conto di tutta la (straordinaria e potentissima) epica e retorica del finale di questa terza pellicola...

- Se badiamo al sottile (mando tanto) culto della morte che pervade l'intera trilogia...

- E se analizziamo il motivo per cui secondo Nolan, Batman (il vigilante) è un eroe...

Quello che ci troviamo davanti è un trittico di film di stampo squisitamente fascista. Quasi da propaganda. Il che non è un problema nel giudizio di un film, sia chiaro.
Ma diamo a Cesare quello che è di Cesare, però.

Ora, tenendo conto che di questa roba, a gran parte di voi, non freghi assolutamente nulla, parliamo invece del film in quanto tale.

E' lungo.
Per la maggior parte, è parlato e basta.
E' girato con un dispiego di mezzi notevole (basti pensare che la scena dell'aereo che si vede anche nel trailer NON è in digitale ma girata dal vivo).
Ha alcune scene davvero, davvero spettacolari.
Ha brutte scene di combattimento.
E' un pelo presuntuoso nella sua serietà a ogni costo.
Ha una trama estremamente articolata, macchinosa e, a tratti, ridicola (rileggersi la parte del fisioterapista).
E' molto ben interpretato, anche da quegli attori che meno sembravano in parte (sì, Hanne Hathaway, parlo di te).
E' diretto splendidamente da quello che, forse, al momento è il miglior regista sulla piazza (indipendentemente dalle storie che decide di girare e dalla riuscita o meno dei suoi film).
Ha una colonna sonora eccezionale.
Ha un finale talmente trascinante che ti fa saltare sulla sedia dall'esaltazione (specie se visto sul più grande schermo d'europa, come ho avuto il culo di fare io) e ti commuove.

Stringendo, mi è piaciuto molto e mi è sembrato più completo degli altri due capitoli precedenti.

Fermo restando che non è un film di supereroi, non è un film di Batman ed è un film fascista fino al midollo.

20.8.12

Chiuso per lutto.

Sei un coglione, Tony.
EDIT: tumore al cervello inoperabile, pare. Ritiro il "coglione", Tony.

Fortissimamente Essere.


Essere o non essere, questo è il problema: 
se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. 
Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell'uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e
a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d'altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l'incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso:
e dell'azione perdono anche il nome...


Adoro questa parte dell'Amleto.
E' forse uno dei suoi passaggi più citati e abusati e forse, proprio per questo, anche uno dei meno compresi o realmente conosciuti.
E' un passaggio scritto meravigliosamente bene (e, in inglese, suona anche meglio).
A margine, è anche la dimostrazione che Amleto, principe di Danimarca, non sapeva distinguere la rava dalla fava.

Mi sa che devo spiegarmi meglio, vero?
Dunque, in questo famoso monologo, Amleto parla della vita e della morte e ne valuta i pro e i contro.
A stringere, il succo del suo discorso è che si sfugge alla morte, grande sollevatrice delle nostre pene, solo per la paura di quello che ci attende dopo di essa. Perché se non avessimo paura di questa incognita, nessuno sano di mente preferirebbe la vita alla morte.
E da qui il dilemma: essere (e quindi sobbarcarsi i fardelli dell'esistenza, soggiogati dalla paura) o non essere (e morire, dormire, sognare forse).

Adesso, io sono morto in un paio di occasioni. Clinicamente morto per qualche minuto.
E no, morire non è dormire o sognare.
Qualche volta mi è capitato di raccontare la morte come una totale assenza di segnale ma ho sempre pensato che fosse una descrizione poco accurata perché a sentirla, ci si figura una stanza totalmente buia e silente e noi, con le orecchie tese a cercare di sentire qualcosa.
Ecco, la morte è davvero una stanza buia e silente, solo che noi non ci siamo affatto.
Morire è non esserci.

- Sei stato alla festa di Giovanni?

- No.

Questo è essere morti.

Sapete perché la distanza che passa tra 0 e 1 è infinitamente superiore a quella che passa tra 1 e 259.846.754.902.000.000?
Perché 1 e 259.846.754.902.000.000 sono tutti e due numeri mentre zero è il nulla.
La morte, per quello che l'ho conosciuta io, è il nulla.
E il "sollievo della morte" non ha nulla a che spartire con la morte stessa. Il "sollievo della morte" è una roba che lo senti quando sei ancora in vita e capisci che tra poco non lo sarai più e che tutte le pene e le sofferenze che stai patendo, svaniranno.
Peccato che con loro svanirai pure tu e che quindi non te la godrai per un cazzo.
La gente, di media, pensa che le cose vadano così:

- Sto malissimo ma tra tra poco morirò e starà meglio...

- ...ecco, sono morto, ora sto meglio!

E invece, le cose vanno così:

- Sto malissimo ma tra poco morirà e starò meglio...











































































E un cazzo.

E' per questa ragione che, quando sento qualcuno che si è ucciso per disperazione, io penso solo che sia o uno stupido o qualcuno con dei seri problemi depressivi che non gli hanno fatto funzionare troppe bene la testa.
Perché Essere potrà pure far schifo.
Ma Non Essere è peggio.

18.8.12

The Expendables 2 - epilogo -


E comunque, grazie lo stesso.
A Sly, ovviamente.
Che ci crede e continua a provarci.
E che pure se i risultati sono quelli che sono (e non per demerito suo, ne sono abbastanza certo),  fa continuare a crederci a provarci anche al sottoscritto e a tanti altri.
Via il cinema d'azione, sempre.

E, come direbbe il vecchio Jack Burton, che l'aquila della democrazia non perda mai le sue piume.

The Expendables 2 - la recensione - seconda (e ultima) parte.


Ci sono film d'azione scritti in maniera pessima ma salvati da una regia eccezionale.
Non è il caso di The Expendables 2.

Il primo capitolo della serie era diretto da uno Stallone alle prese con molte difficoltà, a cominciare dalla scarsità del budget (che lo aveva costretto a ridurre all'osso la storia) per passare alle forti pressioni subite dalla produzione e dalla distribuzione che gli aveva imposto un grado di violenza estremamente limitato (specie rispetto a quanto fatto, egregiamente, su John Rambo) per non incappare in una classificazione censoria sfavorevole.
Il risultato era stato un film decisamente modesto che lasciava l'amaro in bocca per l'occasione persa in termini di spettacolarità ma che, grazie al tocco di umanità che Stallone è sempre riuscito a dare ai film che ha diretto, risultava sincero e fatto con il cuore.
Il classico cane bastardo, brutto e zoppo, a cui però ci si affeziona subito, insomma.
E, infatti, il film andò bene.
Abbastanza bene da giustificarne un secondo capitolo.
Leggermente più grande, leggermente più ricco, e con qualche esplosione in più.
Ma senza esagerare però, che c'è la crisi e non vuole rischiare nessuno.

Tanto è vero che alla regia, questa volta, è stato chiamato Simon West.
E chi è Simon West?
Sul finire degli anni '90, Bruckheimer si era messo in testa di replicare quanto fatto con Tony Scott e Michael Bay e quindi aveva deciso di reclutare quello che sembrava un interessante regista pubblicitario (ricordate la pubblicità delle formiche che trasportavano la bottiglia di Bud? Ecco, quello era Simon West) per trasformarlo in una specie di clone, economico, dei due.
I primi risultati non erano stati malaccio (Con-Air e La Figlia del Generale). Poi, West aveva deciso di averne abbastanza del nostro produttore cocainomane preferito e aveva provato a volare da solo, andando a dirigere il primo film di Tomb Raider (sì, quello con il taglio delle inquadrature tutte a filo con le tette dalla Jolie). Il suo lavoro non aveva entusiasmato e, per il seguito, era stato sostituito. Da quel momento in poi, la carriera di West si era fatta sempre più oscura e poco interessante fino al punto di uscire dai radar.

Eccolo invece rispuntare alla regia di un film da budget ridotto ma dal profilo commerciale piuttosto alto.
Perché proprio lui?
Perché è un professionista che ha lavorato con grandi star, ha un nome legato all'action, non ha tanti grilli artistici per la testa (a differenza di Stallone) e sa lavorare al servizio della produzione. E, in più, ha un disperato bisogno di rientrare nel giro che conta e che quindi non farà troppi problemi.
Il problema di West è che non ha alcun senso del cinema e non lo ha mai avuto.
E se questa cosa la riusciva a mascherare quando dalla sua poteva disporre di budget notevoli, non ci riesce altrettanto bene con solo una ottantina di milioni a sua disposizione.
E fallisce miseramente nella cosa più importante: la rappresentazione dell'azione.

Qual è l'emento fondamentale per raccontare, bene, l'azione?
La descrizione dello spazio.
Se mostri lo spazio in maniera adeguata, se ci metti dentro i personaggi in maniera coerente, se permetti agli spettatori di capire come e perché i personaggi si muovono all'interno di esso, allora le scene d'azione vengono bene.
Se non lo fai, tiri fuori un brutto videoclip senza senso.
Pensate, per esempio, a due maestri delle scene d'azione come Sam Peckinpah e John Woo (quello cinese, non la sua controfigura sbiadita statunitense).
Pensate a come lo spazio sia un elemento fondante di ogni scena d'azione che hanno messo in scena e di come abbiamo sempre speso tempo e pellicola per descriverlo, prima (e durante) lo svolgimento dell'azione stessa.

Ecco, lo spazio, in Expendables 2, è appena accennato nella prima scena (la migliore di tutto il film) e totalmente ignorato nelle seguenti.
Il risultato è che tutte le sparatorie non hanno alcuna geometria.
La gente spara da un punto imprecisato verso un punto imprecisato e i cattivi cadono sotto colpi generici. Come in un film di serie Z di Chuck Norris.
Il tutto è così goffo e mal riuscito che persino Bruce Willis (uno che sembra nato per sparare con armi da fuoco, come John McTiernan e Walter Hill hanno capito bene) sembra un ragazzino che gioca con un'arma giocattolo.

Idem per le coreografie di lotta.
Dalla tua hai gente come Jason Statham, Jet Li, Scott Adkins, Van Damme, Dolph Lundgren, Sylvester Stallone, Randy Couture... e non riesci a fare mezza inquadratura di lotta che ce li mostri per intero, mentre combattono l'uno contro l'altro?
Cristo, un fighetto lontanissimo dall'action come Steven Sodenbergh è riuscito a capire che per rappresentare le scene di lotta devi tenere la camera lontana dagli attori e mostrarceli in figura intera e nel contesto, e non ci riesci tu, che l'azione dovrebbe essere il tuo pane?
La tua carriera non meritava di venir rivitalizzata, Mr. Simon West.

Non parliamo poi della valorizzazione degli attori.
Hai Arnold Schwarzenegger, uno che poteva stare muto sullo schermo e riempire, con la sua sola presenza scenica, tutto il film... e tu riesci a inquadrarmelo in una maniera così misera e priva di pathos da far apparire le sue scene come un remake di Una Promessa è Una Promessa?
Sei braccia rubate all'agricoltura, Mr. Simon West.
Con tutto il rispetto per gli agricoltori, sia chiaro.

E ringraziamo che c'è Jean-Claude Van Damme, che è palese che in questo film ci ha messo l'anima, nonostante tutto, e che con la sua maschera riesce a dare dignità alle poche scene in cui West si degna d'inquadrarlo per bene.

Il resto è tutto tra il pessimo e l'orribile.
Zero ritmo, montaggio scolastico, pochi effetti e tutti brutti, non una singola inquadratura non dico memorabile, ma dignitosa.
Una roba da dimenticare, se non fosse per il cast.
Perché è quello che ti frega.
Perché a Stallone, a Willis, a Arnie, a Van Damme, e soprattutto a Lundgren, gli si vuole bene.
E gli si perdona anche di essersi messi nelle mani di una manica d'incapaci.
E ci si continua a credere.
The Expendables 3 sarà meglio.
The Expendables 3 sarà meglio.
The Expendables 3 sarà meglio.
The Expendables 3 sarà meglio.
Io ci credo.
Ma questa è solo una questione di fede.
Perché la rinascita dell'action c'è già stata e non ha nulla a che spartire con le vecchie glorie.

Gli altri pezzi su The Expendables 2 li trovate QUI.

The Expendables 2 - la recensione - prima parte


Avvertenza: il pezzo che segue è pieno di spoiler.
Non leggete se siete gente a cui danno fastidio.

Come detto in precedenza, The Expendables 2 è un brutto film.
E lo è perché è scritto male e diretto male.

Partiamo dal primo aspetto, la scrittura.
Che non è brutta perché piena di esagerazioni, situazioni assurde, battutacce e coattate varie (tutti questi elementi fanno parte del genere action a cui il film appartiene).
La scrittura di The Expendables 2 è brutta perché tutti questi elementi sono serviti malissimo attraverso una serie di meccanismi di causa-effetto completamente sgangherati.
Facciamo un esempio:

Barney Ross (Stallone) e la sua squadra di mercenari devono assaltare la base dei cattivi che si trova sul fondo di una miniera.
La base è fortificata con artiglieria contraerea, mitragliatrici pesanti, torri di guardia e un sacco di cattivacci con il dito sul grilletto.
Riuscire a entrare sarà un problema. Ma Barney ha un piano.
E il piano consiste nel lanciare il suo HU-16 Albatros, un aereo militare quadrimotore da trasporto, direttamente nel tunnel della miniera.
E lo fa.
L'aereo sorvola la base, poi scende in picchiata e si infila nel tunnel.
Le ali (con i grossi motori pieni di benzina) si staccano ed esplodono e l'aereo scivola via, in mezzo alla distruzione.
E' una scena esagerata e impossibile.
Ma il problema non è quello.
E' sempre il discorso di causa ed effetto.

Causa: la base è fortemente fortificata.
Effetto: Barney Ross ci schianta il suo aereo dentro, rischiando di ammazzare sé stesso e tutti i suoi uomini.
Non ha senso.
Non c'è motivo al mondo per cui Ross debba fare una cosa così stupida e rischiosa. Perché ha mille altre alternative per infiltrarsi nella miniera, specie alla luce di quanto abbiamo visto fare agli Expendables fino a quel momento e nel film precedente.
E' una cosa che uccide il livello drammatico del film, facendo uscire lo spettatore dalla storia.

Se Ross fosse passato in volo sulla miniera per mettere in atto un piano diverso (chessò, paracadutare i mercenari nella base), l'aereo fosse stato colpito e lui fosse stato costretto a farlo atterrare direttamente nel tunnel, allora la scena sarebbe stata folle, esagerata e irrealistica, ma avrebbe avuto un senso.

Causa: l'aereo è colpito e sta precipitando.
Effetto: Barney Ross lo fa atterrare direttamente nella miniera. Perché è un figo capace di fare cose impensabili ed esagerate.
Questo ha senso. E' esagerata e improbabile, ma ha una sua logica.

Ecco, tutta la scrittura di The Expendables 2 è fatta in questa maniera.
Una serie di scene sopra le righe che non hanno alcuna ragione di essere.
E il problema non è tanto che questo accumulo crei una storia sgangherata (questo è una cosa molto relativa per il genere action), quanto che dia vita una storia senza nessun momento di tensione drammatica perché non c'è correlazione tra le cose che vediamo succedere sullo schermo e le loro conseguenze. Se vale tutto, allora non vale niente e quello che stiamo vedendo non è un film ma solo una serie di scenette senza senso o collegamento.

E questa cosa vale per le scene d'azione quanto per tutte quei momenti di raccordo che dovrebbero servire, in teoria, a costruire il plot e definire i personaggi e le loro motivazioni.

Come il momento in cui il fratellino scemo di Thor si fa catturare come ostaggio da Van Damme e dai suoi uomini.
Adesso, da una parte ci sono Van Damme, il suo esercito di cattivacci e l'ostaggio.
Dall'altra parte, gli Expendables al completo, tutti armati.
Van Damme intima a Stallone di arrendersi, gettare le armi e consegnargli una roba che è in suo possesso. Se non lo fa, uccide il ragazzino.

Adesso, già è discutibile il fatto che il film si chiama The Expendables, gli spendibili, i sacrificabili, e già fa ridere vedere questi omaccioni duri e cinici ma impreparati ad accettare la morte di un loro compagno così coglione da farsi rapire dal primo che passa. Ma poi, se ci aggiungiamo il fatto che abbiamo visto mille e mille film d'azione in cui un protagonista solitario finisce per trovarsi in una situazione simile e riesce a uscirne a testa alta, come possiamo accettare che gli Expendables si arrendano subito, consegnando le armi a Van Damme?
Voglio dire... Keanu Reeves ha saputo far di meglio ("sparo all'ostaggio" ricordate?). No, dico, KEANU REEVES!

E poi che succede? Che tutta la scena continua nella maniera più illogica possibile.
Gli Expendables sono disarmati e sotto il tiro delle armi degli sgherri di Van Damme (ovvero: sono esattamente nella stessa condizione in cui si trova l'ostaggio) ma tutti continuano a preoccuparsi solo del fratellino di Thor come se fosse lui l'unico a rischio di vita.
Inspiegabile.
Il resto della sequenza è altrettanto insensata ma è inutile che continui a dilungarmici sopra, il senso della cosa dovrebbe essere chiaro.

Il primo The Expendables era un filmetto con una storia molto semplice (sin troppo, a dire il vero) ma almeno, nella sua essenzialità, era una trama coerente e logica che costruiva un minimale apparato drammatico che lo teneva insieme.
Questo secondo capitolo, invece, pur avendo una trama più articolata, fallisce del tutto sotto questo aspetto e il film non riesce a suscitare nessuna emozione.
E' tutto finto e senza senso. E lo si percepisce chiaramente.

A rendere ancora peggio il tutto c'è poi l'aspetto celebrativo, il fan service e gli inside jokes.
Vedere Stallone, Willis e Arnie (oltre a tutti gli altri) insieme sullo schermo (e non all'apertura di un Planet Hollywood), era un sogno che coltivavo sin da ragazzino e, come me, tanti altri.
Vederli recitare personaggi che hanno senso di esistere solo in funzione del loro aspetto extradiegetico, no.
Gli ammiccamenti, le battutine, i riferimenti sono la cosa più irritante del film e quella che, più di ogni altro aspetto, vanifica ogni intento narrativo, facendo uscire lo spettatore dalla storia e rendendo The Expendables 2 una vuota parata di pupazzi.
Quello che ne esce peggio è sicuramente Arnie ma non è che a Norris vada tanto meglio con quel riferimento esplicito ai Chuck Norris Fact.

Insomma, sotto il profilo della scrittura The Expendables 2 è un fallimento così grande che solo un genio della regia avrebbe potuto salvarlo.
Purtroppo, Simon West non è un genio.

Ma ne parliamo nella prossima parte.

The Expendables 2 - la recensione - premessa


Causa ed effetto.

Un gruppo di pirati della strada giamaicani, strafatti di qualsiasi droga possibile e dal grilletto facile, rubano un camion di quelli che trasportano automobili (in questa caso, carico di veicoli di extra-lusso) nel tentativo di fuggire da due sbirri (psicopatici anche loro) a bordo di una Ferrari.
L'inseguimento di svolge su di un autostrada e i pirati giamaicani, per liberarsi dei poliziotti che li stanno tallonando da vicino, iniziano a sganciare le automobili trasportate dal camion su cui stanno fuggendo. In buona sostanza, gli lanciano contro le macchine.
La Ferrari dei poliziotti zigzaga in mezzo alle automobili che le piombano intorno e le carambolano sopra, continuando l'inseguimento.
E' il delirio.
Esplode tutto.
A un certo punto, l'ultima auto sganciata dai cattivoni rimane attaccata al camion a causa di una lunga catena metallica, cominciando a fare una specie di folle sci acquatico sull'asfalto che porta distruzione tutto intorno.
Un furgone trainante un gigantesco yacth viene coinvolto nel bordello generale.
Lo yacth si stacca dal furgone e inizia a "navigare" sull'asfalto, venendo superato per il rotto della cuffia dalla Ferrari.

E' una scena assurda ed esagerata?
Assolutamente sì.
Forse è la scena più assurda ed esagerata che il genere action abbia mai partorito.
Ma le sue meccaniche di causa-effetto sono coerenti.

C'è un motivo "logico" per cui i pirati giamaicani si mettono a lanciare automobili sull'autostrada:
sono pazzi psicopatici, strafatti, e sono a bordo di un camion che trasporta veicoli di lusso con un paio di poliziotti alle calcagne alla guida di un siluro su quattro ruote. Usano quello che hanno a loro disposizione, fregandosene del massacro che potrebbero fare perché sono pazzi e perché sono stati messi con le spalle al muro.
Fila, giusto?

Altro esempio.
Un esercito d'invasione extra-terrestre sta sbucando da un buco nel cielo e invadendo Manhattan.
I militari dell'esercito USA, prima ancora di avere un'idea ben chiara delle forze che gli alieni stanno schierando, decide di lanciare una bomba nucleare sulla città per fermare l'invasione.
E' una scena assurda?
Sì.
Ha un senso logico e una sua coerenza?
No. Perché i militari non ci provano nemmeno a porre resistenza agli alieni. Perché, anche ammesso che gli alieni siano una forza preponderante a cui sarà difficile opporsi, nella logica di un conflitto è accettabile perdere una città, lasciandola all'occupazione di un esercito avversario, nella speranza, un giorno, di poterla liberare.
In questo caso, il meccanismo di causa-effetto è sbagliato e fa a pezzi la sospensione dell'incredulità dell spettatore.

Perché sto scrivendo di questa roba?
Perché, quando di parla di action e si critica il piano della scrittura, c'è sempre il furbone che si alza e dice: "ma tu, in un film del genere, badi alla storia? Io li guardo con il cervello spento e mi diverto!". Ecco, non è così.
Perché in un genere come l'action, dove l'esagerazione e la sboronata sono parti integranti della storia, l'unica cosa che conta davvero, quella che fa la differenza tra una buona scrittura e una scrittura cattiva, è la coerenza del meccanismo causa-effetto.

Pensate al primo Die Hard, per esempio.
E' un orologio in tal senso.
Non c'è alcuna forzatura della storia, i meccanismi di causa-effetto sono implacabili.
E' un film d'azione, pieno di esagerazioni, scritto meravigliosamente.
Perché se il meccanismo di causa-effetto funziona, allora si può portare sullo schermo qualsiasi cosa, anche dei pirati della strada giamaicani che lanciano macchine. O un poliziotto a piedi nudi che si lancia da un grattacielo, usando un manicotto anti-incendio come unica corda di sicurezza.

Mi state seguendo fino a qui?
Bene, iniziamo a parlare di The Expendables 2, allora...

17.8.12

La dura verità.

The Expendables 2 (da noi: i Mercenari 2) è un film brutto.
Per molti versi, peggiore anche del primo.

Ecco, l'ho detto.
Adesso vado prendermi in calci in faccia da solo e domani vi spiego perché.

Il mondo è di nuovo bello.

Questo esce oggi:


Questi tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013








Walter Hill e Sylvester Stallone, Kim Jee-Woon e Arnold Schwarzenegger, John Hyams con Jean Claude Van Damme, Scott Adkins e Dolph Lundgren, Jon M. Chu (?!) con Dwayne "The Rock" Johnson e Bruce Willis.
E non scordiamoci che, in arrivo, c'è pure Fast 6, con Vin Diesel e The Rock (e sì, pure il biondino inutile).
E che Iron Man 3 è scritto e diretto da Shane Black.

Cosa aggiungere se non un... IO VE LO AVEVO DETTO!


Errata sul Multiplayer Art Contest.


Parlo di questa cosa QUI.
Come mi hanno scritto in molti, lavorare a colori a 1200 dpi è impossibile.
Scusate. Mi sono spiegato male io a causa di un processo di lavorazione che facciamo per altra roba.
Intendevo dire: la scansione del bianco e nero (se c'è) a 1200 dpi in bitmap, poi lo convertite e lo lavorate come vi pare. Il file finale va benissimo a 600.

13.8.12

The Expendables 2: in missione per conto di Ortolani.


Dunque, le cose sono andate, più o meno, così:
con l'avvicinarsi dell'uscita internazionale di The Expendables 2, mi sono messo in testa che, questa volta, sarebbe stato giusto celebrare in qualche maniera l'evento.
Quindi, ho scritto all'agenzia stampa dell'Universal, per vedere se ci fosse un margine di manovra.
La mia idea era semplice: fare in modo che un gruppo di fumettisti in gamba, partecipasse all'anteprima mondiale del film.
In particolare, il mio piano prevedeva un incontro dal vivo tra Sylvester Stallone e Leo Ortolani, con tanto di foto e celebrazioni varie.

Ve lo dico subito così non vi faccio stare in tensione: non ci sono riuscito.
Ci sono andato molto vicino, ma la verità è che ho fallito e che nessun aereo è partito dall'Italia alla volta di Los Angeles e Ortolani non ha potuto indossare il suo tuxedo per attraversare il red carpet e andare a stringere la mano a Sly.
Mi spiace, Leo.

Però, nonostante il piano "A" sia andato alla malora, sono comunque riuscito a portare a termine il piano "B", che prevedeva la possibilità di far partecipare all'anteprima nazionale un mucchio di fumettisti.
Tra cui il sottoscritto, ovviamente.

Che sarebbe stata una cosa fighissima, se non fosse stato che la data fissata per tale anteprima, era il 7 di agosto, con metà dei fumettisti già partiti per le vacanze.
Tra cui il sottoscritto, ovviamente.

Ma si sono forse arresi gli americani quando i nazisti hanno bombardato Pearl Harbor?
E così ho blandito, ricattato, minacciato e corrotto un mucchio di gente e, alla fine, ho trovato un manipolo di eccezionali sacrificabili, felici di immolarsi per Sly e compagni.
E, alla fine, Ortolani su un aereo (per quanto, in un volo nazionale), ce l'ho messo comunque.

Il risultato di tanto sforzo, si è risolto nella doppia recensione del film in anteprima, a opera di Michele Monteleone e Roberto Cirincione (le trovate QUI e QUI)

E in una gallery di fantastici omaggi, che trovate dopo il salto.

Se poi volete sapere tutto lo scibile sul film e sui suoi protagonisti, c'è solo un posto deputato dove rivolgersi: QUESTO.

E per quello che riguarda me e la mia recensione?
Appena torno da Londra.

E adesso, basta chiacchiere, cliccate qui sotto per la gallery!

3.8.12

Anche a lui devono stare sul cazzo quelle macchinine...



Ieri.
Sono in macchina, all'altezza di stazione Tuscolana.
Il ponte della ferrovia è proprio davanti a me. Oltre di esso, il semaforo.
Accanto a me sfreccia una Twizzy, tutta gagliarda di essere il nuovo che avanza.
Subito dietro, una Smart. Decaduto status symbol della city car intelligente e fighetta.
La Smart sta attaccata alla Twizzy che sembra quasi che se la voglia mangiare.
Semaforo rosso.
La Twizzy frena.
La Smart inchioda.
Dalla Smart scende un energumeno con una maglietta bianca per far risaltare l'abbronzatura e la testa rasata. Sembra molto agitato e si mette a correre verso la Twizzy. Il tipo a bordo della macchina elettrica Renault lo vede nello specchietto, capisce che l'energumeno non ha buone intenzioni e parte, svolta a destra, poi fa una inversione strettissima intorno a un albero e si invola per via Gela, con il tipo che ancora gli corre dietro, urlando.
Mariacosa, la mia ragazza mi guarda e mi dice:
"Vedi che non sono l'unica che odia quelle macchinine?"

Estate.
La gente non ce la fa più.

E' tempo di andare in vacanza.
E infatti, domani, vado in vacanza.

Ah, quello qui sopra è un cavallo.
L'ho trovato sotto casa mia, qualche giorno fa.
Fottuta estate.

Per quelli che chiedevano del concorso letterario...


...eccolo QUI, sempre dai tipi di Edizioni Multiplayer.it.
E in questo, non c'entro nulla, contenti?
(ma forse partecipo)

2.8.12

MULTIPLAYER.IT SELEZIONE ARTISTICA: questa volta è una roba seria.

Avete presente le solite selezioni artistiche che si fanno sul web?
Dei pseudo-concorsi in cui qualcuno da un tema e un sacco di gente realizzare un'illustrazione su quel tema, di solito per la gloria?

Quello di cui sto per parlarvi oggi, non ha nulla a che fare con questo tipo di cose.

In poche parole:

- L'editore Multiplayer.it sta per dare alle stampe una nuova serie di romanzi survival horror a tema zombesco: Diario di un Sopravvissuto agli Zombie di J. L. Bourne.

- Questi volumi hanno bisogno di un illustratore che ne realizzi la copertina per l'edizione italiana.

- Invece di affidarsi ai soliti canali, Multiplayer.it ha deciso di sfruttare il web per trovare questo illustratore e di veicolare la ricerca attraverso questo blog (e il sito Multiplayer.it).

Di cosa stiamo parlando?
Di un lavoro ad alta visibilità, su una property di successo, PAGATO.
E pagato bene. Perché, per la prima copertina, è stato stanziato un budget di 500 euro.

Cosa bisogna fare, quindi?

- Guardare il materiale inerente questo ciclo di romanzi.
QUI trovate un link dove potete scaricare i primi capitoli e qui sotto il booktrailer.



- Realizzare un'illustrazione in formato 14x21, a 600 dpi, con la tecnica che preferite, tenendo conto delle ovvie necessità di grafica e impaginazione.

- Inviare una versione leggera (una jpeg a 150 basta e avanza), a questo indirizzo: artcontest@multiplayer.it entro, e non oltre, il 20 settembre 2012.



A questo punto, cosa succede?

La redazione di Multiplayer.it, con la consulenza del sottoscritto, sceglieranno il lavoro migliore che riceverà un contratto e un pagamento. Il lavoro sarà utilizzato come copertina del primo volume della serie.
Multiplayer.it si avvarrà del diritto di confermare lo stesso autore anche per le due successive copertine o di scegliere un nuovo illustratore.
Non solo.
Il primo volume della serie conterrà anche, in appendice, una selezione dei migliori lavori pervenuti, previa autorizzazione dei loro autori, ovviamente.

Insomma.
Questa è una possibilità di lavoro concreta, con un pagamento più che dignitoso e con un'ottima visibilità a cui parteciperei pure io se non fosse che sono coinvolto in termini organizzativi.
Se siete illustratori, fateci un pensiero.
Se non lo siete, diffondete questo post su Facebook, sul vostro blog o su qualsiasi altro social network di vostra preferenza!

1.8.12

Tizzoni d'Inferno con Michele Medda


Seconda puntata del podcast di Tito Faraci, Tizzoni d'Inferno.
Ospite di chiacchierata, Michele Medda.
Puntata piuttosto divertente in cui Michele dice cose notevoli.

La trovate QUI.

Tex -Ore di Piombo-


C'è una cosa che ho capito recentemente: i lettori di Tex, sul web, sono tra i più tenaci satanassi della rete. Profondi conoscitori del personaggio, attivissimi nel commentare le storie nei forum dedicati al personaggio e sempre affamati di news.
Quindi, prima di trovarmi un Carlo Monni alla porta, vi dico come procede con il ranger.

Ho finito la mia prima storia.
Sto iniziando a pensare alla seconda che, se tutto andrà bene, dovrei iniziare poi a scrivere da ottobre inoltrato.

E' stato un lavoro facile?
Per niente.
E per varie ragioni.

La prima è del tutto personale.
Ho potuto lavorare su questa storia solo in maniera discontinua, perché gli impegni (tutti presi in precedenza) con John Doe, Orfani, Le Storie e il mio libro a fumetti, mi hanno impedito di mettermi su Tex in maniera continuativa.
Il che ha rallentato il lavoro più di quanto credevo. Per scrivere le avventure di Aquila della Notte devi entrare nel suo linguaggio e ti devi acclimatare al modo in cui vuole essere scritto.
Che è una cosa che ruba tempo ogni volta.

La seconda ragione è che Tex è un personaggio difficile.
E questo, credevo di averlo capito.
Ma mi sbagliavo.
Tex è un personaggio difficilissimo.
Rognoso come Diabolik ma più infido.
Perché su Diabolik le regole di scrittura sono talmente palesi che è impossibile ignorarle.
Invece, Tex, ti da l'impressione che ci sia un margine interpretativo maggiore.
Ed è un'impressione fasulla.
C'è solo un modo per far pensare e agire Tex e i suoi pards. Quello giusto.
E fino a quando non lo trovi, la storia si ingrippa.
E una volta che hai trovato questo modo, poi devi fare in maniera che Tex non ti uccida.
Nel senso che bisogna trovare un sistema per far filtrare qualcosa del tuo modo di scrivere e pensare, all'interno della struttura generale. Altrimenti il tuo lavoro diventa una roba senz'anima da impiegati del fumetto.

La terza ragione, infine, è ovviamente Mauro Boselli.
Il curatore più duro, ostico e determinato con cui mi sia mai capitato di lavorare.
E anche l'unico che ha sempre ragione.
E non sto scherzando. 
Se Mauro ti dice che una scena di Tex non funziona, puoi non essere d'accordo e litigare quanto vuoi, all'inizio. Ma poi ci pensi sopra. Provi a riscrivere la scena secondo la direzione che ti ha dato lui, e, di colpo, quello che stai scrivendo è Tex e nient'altro che Tex.
Mauro, insieme a Villa, sono la personificazione stessa del personaggio, in tutto e per tutto.
Inutile e dannoso stare a discuterli.

La quarta ragione è che mi sono sabotato da solo, creando un soggetto con un elemento narrativo piuttosto ambiguo al suo interno, che mi ha messo parecchio in crisi.

Comunque sia, la prima storia è andata.
Il titolo di lavorazione è Ore di Piombo.
E la storia è pensata per essere in perenne movimento, con un ritmo forsennato simile a quello di David Murphy: 911 e spero che i lettori la troveranno divertente.
Uscirà su un Color Tex prossimo venturo, disegnata da Pasquale Del Vecchio (non trattenete il fiato che i tempi per le storie del ranger sono lunghissimi).

La seconda storia, arriverà.
E giuro a me stesso che sarà più facile.

Quanto cazzo mi piace Tex ("modera il linguaggio, beccaccione!").

ADVENTURE


ADVENTURE
di Roberto Recchioni

1
Quando il ragazzo nacque, le cose avevano iniziato ad andare male già da un po’.
Forse è per questo che nessuno gli badò poi molto.
Lui, del resto, non aveva alcuna qualità che lo facesse spiccare tra tutti gli altri.
A dodici anni, non era alto né basso. Non era robusto o esile, grasso o magro. I suoi capelli non erano rossi come la fiamma o d’oro come il sole e nemmeno neri come le piume dei corvi. Erano portati corti e, al pari dei suoi occhi, di un castano scuro, senza alcuna sfumatura. I tratti del suo volto, regolari e anonimi, non suscitavano disprezzo ma, tantomeno, simpatia: una fronte spaziosa ma non prominente, un naso dritto e non troppo lungo, due orecchie che avevano proprio la forma che le orecchie dovrebbero avere e una bocca con cui il ragazzo sorrideva e piangeva in egual misura, perché come il suo aspetto era comune, allo stesso modo lo era il suo carattere.
Non più intelligente o coraggioso dei suoi compagni e nemmeno più schivo o riservato, il ragazzo sapeva stare insieme agli altri al pari di quanto sapesse stare da solo. Amava giocare all’aria aperta e, come tutti quelli della sua età, aveva marinato la scuola qualche volta anche se mai così frequentemente da ricevere una ualche punizione. Aveva spirito d’iniziativa ma non era il tipo da trascinare i compagni in ardite imprese, pur non tirandosi mai indietro quando qualcuno si prendeva il carico di tale responsabilità. Sapeva essere leale e onesto anche se ogni tanto aveva tradito e mentito, sentendosi in colpa come chiunque altro per averlo fatto. Scherzava e sapeva ridere degli scherzi ma ogni tanto perdeva la calma e si arrabbiava. Certe volte era triste. Altre volte, felice.
Infine, il ragazzo non aveva voglie o strane cicatrici o qualsiasi altro segno di riconoscimento distintivo, non era il figlio segreto di un re o di una strega, le parche non avevano giocato con il suo destino, non era il prescelto per qualche nobile impresa e non si parlava di lui in nessuna antica profezia.
Era un tipo così anonimo che gli abitanti di Terra Arsa, il villaggio in cui era nato e viveva, non avevano mai trovato un buon soprannome da dargli e, visto che il suo vero nome era comune quanto lui, tutti lo chiamavano, semplicemente, ragazzo.
E a lui stava bene.




2
C’era solo una ragione per cui il ragazzo si trovasse lì, sulla soglia di quella scura caverna, in procinto di muovere un passo in avanti, e questa ragione era spiegabile in sette parole: alle volte, i dodicenni fanno cose stupide.
E il ragazzo aveva compiuto dodici anni giusto la settimana prima, quindi, anche il gesto avventato che stava per compiere era, a conti fatti, del tutto normale. Anche se, probabilmente, mortale.
Si dice che le grandi avventure inizino tutte con un passo fuori dalla porta e quel passo,il ragazzo lo fece abbandonando l'azzurro del cielo alle sue spalle per sprofondare nel nero della grotta, davanti a lui. E non ci pensò sopra molto.
A dire il vero, non ci pensò sopra per nulla.




3
Quella mattina si era svegliato presto, con l’intenzione di andare a fare una ricognizione tra i sentieri di Pietra Spaccata, il monte che dominava la valle in cui si trovava il suo villaggio. Tom il Naso aveva detto di averci visto dei ratti rossi da quelle parti e il ragazzo voleva vedere se era vero. Era da un pezzo che quelle creature erano sparite dai dintorni e la loro rarità le aveva rese prede prestigiose, nonostante il loro aspetto disgustoso e il loro odore, persino peggiore. Aveva quindi indossato una maglietta scolorita che un tempo usava come casacca per le partite di palla corda, un paio di jeans strappati su entrambe le ginocchia e le sue vecchie Chuck Taylor. La madre lo avrebbe ucciso se avesse indossato il farsetto buono per andare a giocare. E comunque, il ragazzo odiava il farsetto buono. Prima di uscire, si era armato della sua fionda e di una manciata di biglie di piombo che avave infilato in una delle tasche dei jeans. Nell’altra tasca aveva messo il coltellino multiuso che gli era stato regalato per il suo compleanno. Per un attimo aveva riflettuto se portarsi dietro anche la sua spada di legno ma poi aveva desistito dall’idea: era praticamente un giocattolo e lui, ormai, era diventato grande. In una sacca di tela aveva messo un grosso pezzo di pane e un’abbondante fetta di formaggio, presi dalla dispensa e incartati nella carta oleata. Dalla ghiacciaia aveva prelevato una lattina di coca e aveva infilato pure quella nella sacca, insieme a un fumetto di Tiger Jack, in caso si fosse annoiato.
Infine, aveva scritto un biglietto per la madre che ancora dormiva: “Non torno per pranzo. Non preoccuparti, sto attento!”
Poi era uscito e, proprio come aveva detto, non era tornato per pranzo.
Ma non era stato attento.