17.1.13

Django Unchained - la recensione -


Il film esce oggi nelle sale e io sono sette giorni che mi palleggio questa recensione, continuando a rimandare il momento di scriverla davvero.
Il motivo è presto detto: Tarantino mi piace tanto ma questo film mi è piaciuto molto poco. E spiegare il perché mi costerà un sacco di tempo.
Comunque sia, ho voluto la bicicletta, e adesso pedalo.

Andiamo con ordine e dividiamo la recensione su tre livelli.

Livello 1 - recensione per quelli a cui Tarantino non piace.
Ecco, non sarà Django Unchained a farvi cambiare opinione su di lui perché, di tutti i film di Quentin Tarantino, questo è uno dei più "tarantinati".
Dove con l'espressione "tarantinati" intendo quell'insieme di vezzi e stilemi che caratterizzano, al livello più superficiale, il corpo dell'opera del lavoro di Tarantino (e di tanti wannabe Tarantino, categoria a cui, lo ammetto, sono di certo appartenuto).
Personaggi e dialoghi sopra le righe? Il film è fatto quasi esclusivamente di quello.
Verbosità? Ai personaggi bisogna sparargli per farli stare zitti. Letteralmente.
Inutile dilatazione dei tempi narrativi? Centottanta minuti per una storia che poteva essere raccontata in ottanta (scarsi). Voi che dite?
Citazionismo postmoderno? Come se stessimo ancora nei tardi anni '90.
Appropriazione indebita di altrui culture e discendenze? Almeno su una cosa Spike Lee ha ragione da vendere: Tarantino è un bianco che vuole essere un nero. Lo è sempre stato ma qui la cosa è quasi fastidiosa tanto è smaccata.
Insomma, se odiate Tarantino per questo e altri motivi, risparmiatevi i soldi. Ne avrete solo da guadagnarne in salute. Ma, se odiate Tarantino, che vi parlo a fare?


Livello 2 - recensione per quelli a cui Tarantino piace.
Andate a vederlo e divertitevi. Troverete, grosso modo, tutto quello che avete amato nei film precedenti: personaggi strambi, dialoghi brillanti, tanto citazionismo post-moderno, splendide interpretazioni, una colonna sonora che levati, una regia divertita e divertente.
Il film, nonostante la lunghezza, ha un ritmo discreto che, dopo una prima parte molto ben riuscita, si affloscia un poco nella sezione centrale ma si riprende nel finale. Non il migliore dei film di Quentin Tarantino e, di sicuro, non uno di quelli che ricorderete più a lungo, ma perfettamente in linea con il resto della sua produzione. Probabilmente vi piacerà più di Jackie Brown, tanto per capirsi.

Livello 3 - recensione per quelli a cui Tarantino piace TANTO.
Ecco. Questa è la mia vera recensione, quella che rappresenta il mio reale punto di vista sul film.
E la dobbiamo prendere larga, ve lo dico subito.
Partendo dal fatto che per me, Tarantino, è stato importante su di un piano strettamente personale e che mi ha influenzato tantissimo come autore.
Avevo diciotto anni quando ho visto Cani da Rapina (con questo titolo Le Iene, è arrivato in sala in Italia, la prima volta) e sono uscito da quella visione esaltato.
La struttura narrativa, la qualità dei dialoghi, le situazioni messe in scena, il modo in cui degli attori già noti erano stati diretti in maniera inedita, il montaggio, le musiche...
Tutto mi aveva elettrizzato e volevo saperne di più.
E quando una cosa mi piace, io la studio.
La studio TANTO e cerco di smontarla per andare alle sue radici, per capire perché funziona e come.
E di radici, i film di Tarantino, ne hanno sempre tantissime.
E' grazie a Tarantino e a Reservoir Dogs, per esempio, che mi sono riavvicinato alla nouvelle vague francese, riuscendone finalmente a scoprirne le qualità cinematografiche. E' grazie a Tarantino che ho scoperto l'heroic blooshed di Hong Kong (arrivandoci attraverso City on Fire di Ringo Lam, film parzialmente plagiato da Le Iene), diventandone poi un grandissimo appassionato.
E' grazie a Le Iene che ho scoperto Edward Bunker.
E la stessa cosa è successa per Pulp Fiction che, in primo luogo, mi ha fatto scoprire le qualità letterarie di Elmore Leonard e la sua incredibile capacità di scrivere dialoghi (no, Elmore Leonard non ha collaborato in alcuna maniera diretta a Pulp Fiction ma i dialoghi del film sono praticamente tutta roba del suo sacco, tanto è vero che il film successivo di Quentin, Jackie Brown, è proprio tratto da un libro di Leonard).
E poi ancora e ancora, per ogni film successivo, con la sola differenza che più io sono diventato esperto e consapevole delle fonti, meno queste fonti mi sono sembrate rilevanti.
Perché sì, è vero, Tarantino omaggia-saccheggia di tutto e può essere divertente (e istruttivo) scoprire come un'intera sequenza del Ronin di Frank Miller sia riportata, inquadratura per inquadratura, nell'episodio di Bruce Willis in Pulp Fiction, ma non è questo il punto centrale del suo cinema.
Non c'è praticamente nessun film di Tarantino che non può essere smontato pezzo per pezzo, facendo risalire ognuno di questi pezzi a qualcos'altro, ma il punto è che che il risultato finito a cui Quentin arriva è un film. Un film suo e di nessun altro.
E un film che è sempre, squisitamente, cinema nella sua espressione più pura.
E questo è stato verissimo fino a Django Unchained.

Parliamo del film.
Prima di tutto, sgomberiamo il campo: poco importa quanto gli uffici stampa e i giornalisti possano riempirsi la bocca con le parole "spaghetti -western", Django Unchained non è uno spaghetti-western in nessuna maniera. Non lo è nel linguaggio cinematografico, non lo è nei tempi narrativi, non lo è nelle tematiche, non lo è nella costruzione della sua drammaturgia. Non lo è, punto.
E questo non è per nulla un male perché, tranne un paio di nobili eccezioni (tra cui, appunto, il Django originale), il novanta per cento dei film spaghetti-western era pura spazzatura. E no, nemmeno la trilogia del dollaro di Sergio Leone è da ascriversi al genere degli spaghetti-western, per quanto ne rappresenti, ovviamente, la pietra fondante (e questa cosa Leone l'ha ripetuta fino alla sua morte). L'unico aggancio reale con i film western all'italiana che si può rintracciare in Django Unchained è in alcuni pezzi della (bellissima) colonna sonora.
Ma è un collegamento così plateale e smaccato che risulta quasi fastidioso (specie dove a venir utilizzato è un pezzo del quasi parodistico Lo chiamavano Trinità).

A dirla tutta, Django Unchained non è nemmeno un western.
Quentin Tarantino dice di odiare John Ford e la cosa si vede.
Django Unchained non ha alcuna pretesa di appartenere al genere che John Ford (e una manciata di altri), ha definito e portato al massimo splendore. Django Unchained è un film che si disinteressa dello spazio, se ne frega della frontiera, non racconta il viaggio in nessuna maniera e, in poche parole, ignora (volutamente, sia chiaro), tutto quello che fa di un western (anche di un western crepuscolare degli anni '70) un western.
La vera radice di Django Unchained affonda in un genere cinematografico che Tarantino ama molto (e io molto poco) che è quello della black exploitation, riportandone in vita il linguaggio e l'estetica (con, bisogna dirlo, uno splendore e una consapevolezza che il genere non ha mai posseduto)
E fin qui non c'è nulla di male. E nemmeno nulla di inedito.
Perché Tarantino non è nuovo a questi depistaggi.
Con Le Iene, racconta una storia tipica degli heroic bloodshed cinese, mettendola in scena come fosse una piece da teatro off-broadway. Intitola un film Pulp Fiction e prende ispirazione dallo scrittore meno pulp sulla piazza, Elmore Leonard. Dice di ispirarsi ai chambara giapponesi e ai wuxiapan cinesi, e poi gira (quello sì) uno spaghetti-western con Kill Bill. Spaccia un film per un grindhouse a base di donne e motori e poi realizza un episodio di Alfred Hitchcok Presenta. Tira in ballo un film di serie Z italiano come Quel Maledetto Treno Blindato di Castellari, e poi ti sforna il sul film più francese e ricercato con Inglorious Basterds.
Insomma, il problema di Django Unchained non è se sia uno spaghetti-western o meno.
Il problema è se sia, o meno, un buon film.
E, per me, non lo è.
Perché, per la prima volta nella sua carriera, Tarantino sforna un film che aderisce esattamente al ritratto che i detrattori, fanno del suo cinema.
Un film più attento alla superficie che alla sostanza, con personaggi costruiti intorno ai loro vezzi ma privi di un reale spessore, dialoghi sempre sopra le righe (tutti, senza nessuna eccezione, come se ogni essere umano al mondo avesse uno scrittore con i controcoglioni alle spalle che gli suggerisce le battute), una struttura drammaturgica servita male (dopo che lo avrete visto ditemi se, in qualche maniera, vi siete sentiti coinvolti dalla missione di ricerca-salvataggio-vendetta dell'anonimo protagonista) e, sopratutto, un film privo di una vera anima emozionale.
Avete presente Bastardi Senza Gloria? Ecco, immaginatevi lo stesso film, ma senza tutta la parte che riguarda Shoshanna e senza, sopratutto, la scena con Cat People di David Bowie e il volto di Melanie Laurent che si proietta sul fumo dell'incendio.
Aggiungiamoci che il film è insensatamente lungo, che taluni trucchetti ormai mostrano davvero la corda (tutta la costruzione della tensione che poi esplode in un attimo di brutale violenza è roba che ormai Tarantino ha fatto davvero, davvero, troppe volte), che la citazione al The Killer di John Woo (la sparatoria nella chiesa) arriva davvero fuori tempo massimo (specie dopo che è stata citata da chiunque), che il fan service a Franco Nero è imbarazzante e che, nel complesso, manca un momento di vero splendore in grado di far respirare il film, e il risultato è che per me (e lo sottolineo: per me) il film è risultato non solo brutto, ma fastidioso.
Ma sono anche certo che questo giudizio sia il risultato di troppo amore e troppa stima nei confronti del regista e che, in linea generale, il film, invece, piacerà un sacco.
Comunque, fosse anche solo per le interpretazioni, vale la pena di vederlo.
Quindi, non statemi a sentire. Leggetevi la Recensione di Livello 2, e andate al cinema sereni.