23.1.13

Pazze di Me - la recensione -


Volendo essere dicotomici, si può dire che esistono due tipi di registi: quelli che vanno incontro al pubblico e quelli che vogliono che sia il pubblico ad andare incontro a loro. I secondi, vengono definiti "registi autoriali" i primi "registi commerciali". Ovviamente la realtà è diversa e tra le due categorie ci sono infinite sfumature di grigio.
Ci sono registi commerciali che cercano il pubblico ma che, nonostante questo, sono così talentuosi e capaci da saper coniugare questa istanza con la propria idea di cinema (un paio di nomi su tutti: Alfred Hitchcock e  Steven Spielberg) e ci sono registi autoriali che sanno rendere talmente commerciale il loro stile da plasmare i gusti del pubblico (un altro nome che vale per tanti: Quentin Tarantino).
Il discorso per la critica è diverso.
Perché, in linea teorica, la critica non dovrebbe tenere in considerazione il pubblico.
La critica non è fatta per blandire i gusti della platea ma solo, ed esclusivamente, per analizzare un opera e, con gli strumenti più oggettivi possibili per degli esseri umani, esaminarne gli elementi e stabilirne la caratura.
Ora, le cose, in realtà, non stanno per nulla così. Perché anche la critica ha un pubblico e anche la critica è soggetta al giudizio della sua platea che ne decreta le sorti.
Capita allora che anche la critica si trovi nella scomoda posizione di dover decidere se blandire il suo pubblico, dicendogli quello che vuole sentire, o ignorarlo, dicendogli -semplicemente- quello che ritiene giusto dirgli.
Adesso, io conosco abbastanza il mio pubblico e so bene cosa si aspetta di sentire da me a proposito di un film come quello di cui parleremo tra poco.
E lo ammetto, sarei tentato di dargli esattamente quello che vuole, perché la prevedibilità genera consenso e il consenso porta al plauso. E il plauso è una moneta molto suadente che ha rovinato più di un persona (registi, critici e pure blogger).

Ma andiamo con ordine.
Due giorni fa sono stato invitato in maniera praticamente accidentale all'anteprima del nuovo film di Fausto Brizzi. Dico accidentale perché le agenzie stampa non mi chiamano mai per film che sono decisamente lontani da quelli che tratto di solito e, infatti, l'invito m'è arrivato per vie traverse.
E io, a essere sincero, manco volevo andarci.
Perché?
Perché cinema italiano moderno non mi piace.
Perché non sono un grande appassionato di commedie, nemmeno di quelle americane (pur vedendone parecchie). Perché non ho una grande simpatia per Francesco Mandelli (che per me sarà sempre e solo l'urticante Nongiovane che faceva da spalla a un Andrea Pezzi ancora magro e capelluto).
Eppure, ci sono andato lo stesso.
Per accompagnare qualcuno. S'intende (che una buona scusa ci vuole sempre).
Mi sono seduto in sala in mezzo a un mucchio di vip di varia estrazione e, con tutta la sufficienza del mondo, mi sono messo a guardare un film che sapevo che non mi sarebbe piaciuto.
Quando la sala è scoppiata nella prima risata, io ho inarcato un sopracciglio.
Alla seconda non ci ho fatto caso.
Alla terza, mi sono scoperto a ridere pure io.
E non per mimesi sociale, sia chiaro.
Ho riso perché il film mi stava effettivamente divertendo.
E mi ha divertito fino alla fine.
Il solo problema a quel punto era come spiegarlo ai lettori del mio blog.
Andando con ordine, ecco come.

E' un film con una buona regia?
Insomma. All'inizio ci sono alcune idee molto carine che ti fanno ben sperare ma, nel prosieguo, Brizzi sembra perdere di interesse e finisce per limitarsi alla grammatica basilare del cinema. Lo fa in maniera corretta e senza sbavature di sorta, e questo, per il livello generale dell'attuale cinema italiano (dove certe volte sembra che dietro alla macchina da presa ci siano dei veri e propri analfabeti del mezzo cinematografico), è già un bel risultato.
Anche la direzione degli attori è buona, al punto che, a tratti, Mandelli mi ha ricordato (vagamente) il miglior Nuti.
No, aspettate: forse il "miglior Nuti" è eccessivo.
Diciamo che mi ha ricordato Nuti prima che a Nuti capitassero tutti quei casini.
E' già un qualcosa.

E' un film bello a vedersi?
Insomma.
L'aspetto visivo mi è sembrato il punto più debole della pellicola.
Nelle sequenze migliori, fotografia e illuminazione non aggiungono o tolgono nulla alla qualità del film. Nelle sequenze peggiori, sono capaci di rendere del tutto improbabile la messa in scena o di caricare una decina d'anni sulle spalle degli attori.

E' un film con un bel montaggio?
Ha un montaggio competente e pulito. Vale lo stesso discorso fatto per la regia: per il cinema italiano è già un signor risultato.

E' un film con buone interpretazioni?
Sorprendentemente, sì.
Il cast femminile funziona molto bene nella sua totalità (nota di merito per me a Chiara Francini) e viene da rimpiangere il fatto che la Goggi non abbia fatto di più sul grande schermo.
Il cast maschile, seppure relegato in parti minori, si esprime più che dignitosamente.
Discorso a parte merita Mandelli.
L'ho già detto che non lo sopporto?
Ecco, in questo film non mi è dispiaciuto. Anzi, a tratti mi ha quasi fatto dimenticare che i Soliti Idioti sono una delle ragioni per cui ritengo che il mondo occidentale dovrebbe essere spazzato via dalla Jihad. Non è Dustin Hoffman ne il Laureato e penso che per il ruolo da protagonista ci sarebbe stato meglio Alessandro Tiberi (lo stagista di Boris che pure ha un ruolo nel film ma che, purtroppo per lui, non fa staccare biglietti) ma, alla fine, il Nongiovane si carica il film sulle spalle e se lo porta a casa in maniera credibile e dignitosa.

E' un film con una buona scrittura?
Sì. E qui non ho dubbi.
E' scritto bene, con mestiere e con estrema lucidità. Ha una struttura piacevolmente circolare, i personaggi compiono il loro arco e, alla fine, chiude tutte le porte che ha aperto.
Forse gira un poco a vuoto nella parte centrale (inanellando un paio di scenette sostanzialmente inutili ai fini della trama), ma si apre molto bene, racconta bene una storia semplice (cosa che non è per nulla facile) e si chiude permettendosi addirittura il lusso di un finale amarognolo.
Detto questo, è una commedia leggera e, se vi aspettate altro, rimarrete ovviamente delusi (ma, se vi aspettate altro, il problema è vostro, non del film).

Ora, per chiarire, prima che mi veniate a dire: "Mi stronchi Django Unchained e mi salvi Pazze di me? MA IO TI BRUCIO CASA!!" .
Non è che Brizzi rivoluzioni sé stesso e la sua natura. Con questa pellicola, anzi, si conferma una volta di più come regista fieramente schierato nella prima categoria di cui parlavo all'inizio di questo pezzo e, probabilmente, nulla di più.
Ma, sapete che c'è? Non c'è niente di male in questo.
Fare film che trovano il pubblico (e gli incassi dei film di Brizzi ci dicono che il pubblico lo trovano eccome) non è un demerito. Anzi.
Se poi ci riesce realizzando prodotti più che dignitosi, tanto di guadagnato per tutti.
E questo film è più che dignitoso.
Anche se non è figo dirlo.