18.7.13

Pain & Gain - muscoli e denaro - la recensione


Per parlare di questo film la stavo prendendo larghissima.
Perché io, Michael Bay, non solo lo seguo da tempi davvero non sospetti (i video con Meat Loaf), ma perché, al netto dell'aspetto più commerciale e meno interessante delle sue cose, mi piace.
Molto.
Lo ritengo un regista privo di compromessi, visionario, provocatorio, paraculo, talentuoso, tecnicamente irragiungibile. Ma stare a spiegare perché mi ruberebbe molto tempo e molto spazio.
Quindi, rimando a una retrospettiva su tutti i suoi film che ho in cuore di scrivere da un sacco di tempo.

Parliamo solo di Pain & Gain.
Il film nasce all'indomani di quel megagigaubertispaccoilculoblockbuster noto con il nome di Transformers 3.
Bay, subito dopo aver completato il montaggio definitivo, si è messo a dichiarare che il suo prossimo film sarebbe stato una cosa piccola, intimista, quasi da Sundance.
Poi si è saputo che sarebbe stato un film basato sulla storia vera di alcuni rapitori culturisti e che nel cast ci sarebbero stati Mark "Marky Mark" Wahlberg e Dwayne "The Rock" Johnson.


Piccolo. Intimista. Quasi da Sundance.

Adesso, per amore d'onestà, bisogna dire che il film ha effettivamente un budetg ridotto, nell'ambito delle produzioni americane (è costato una ventina di milioni di dollari) e microscopico per gli standard a cui è abituato Bay (che di solito non gira se non ha ALMENO duecento milioni a disposizione).
E bisogna anche dire che il fatto che il film sia "in economia", non influenza di una virgola lo stile del regista.
Ci sono le sue immagini patinate? Sì. I folli carrelli a girare? Pure. Il piano sequenza circolare protratto per minuti e minuti come a dire, "levati dal cazzo Orson Welles che qui mica stiamo a pettinare le bambole"? Quasi meglio che su Bad Boys II. 
Mancano solo le macchine che esplodono. Ma non servono perché c'è una cosa che nella maggior parte dei film di Bay è mancata: una storia.
Ed è anche una bella storia, tratta da un articolo giornalistico su una banda i culturisti idioti che, sul finire degli anni Novanta, decise di darsi al rapimento e all'estorsione per pompare la loro vita, oltre che i loro muscoli.
Nelle mani di Bay e dei suoi sceneggiatori, questo spunto diventa pretesto per mettere alla berlina tutta una serie di derive e male interpretazioni del sogni americano.

Stilisticamente, il film paga un enorme pegno a quello che è stato uno dei due maestri spirituali di Bay, Tony Scott. E infatti sono molti, ma davvero molti, i punti in comune con Domino (uno dei film più assurdi e personali del fratello che non doveva morire della famiglia Scott), sia sotto il punto di vista della grammatica narrativa, sia sotto il punto di vista visivo. Altra influenza piuttosto evidente è quella dei fratelli Coen, anche se Bay non ha il loro tocco e non riesce a misurare con equilibrio gli elementi farseschi con quelli di puro orrore. Ma, nel complesso, la regia del film è più che buona.
Come sono buone, anzi, ottime, le interpretazioni dei due protagonisti e di tutto il cast di contorno (tra cui spiccano Ed Harris e Tony Shalhoub). Bello il montaggio, ottima la colonna sonora.

E allora perché non ne sto parlando come di un gioiello?
Perché è vero che questa volta Bay ha la storia, ma non ha buoni sceneggiatori a servirla.
Per carità, fanno il loro lavoro, non pasticciano, raccontano tutto con ordine, chiarezza e coerenza, non lasciandosi dietro alcuna voragine... però non hanno brio e ricorrono a espedienti goffi e rozzi per servire le informazioni allo spettatore.
Una singola voce off è spesso stucchevole nell'economia di un film... immaginate quanto possano esserlo quattro o cinque. Ecco, Pain & Gain è raccontato tutto attraverso questo espediente.
A parte questo, il film ha più meriti che difetti e io ve lo consiglio.

Esce oggi nelle sale.