31.1.13

Settimana piena di impicci. E domani, TRIESTE e l'AUDACE BONELLI.

Non sono riuscito a scrivere una virgola per il blog questa settimana.
La revisione di Orfani ha assorbito il mio tempo e le mie energie.

Vi devo:

- una recensione di Looper (che, ve lo dico prima, è un ottimo film di fantascienza)

- e la recensione di Last Stand (che sarà una roba fatta più con il cuore che con altro).

Detto questo, domani sono a Trieste per la mostra de L'AUDACE BONELLI.

Qui sotto il comunicato stampa:
L’Audace Bonelli - L’avventura del fumetto italiano
2 dicembre 2012/3 marzo 2013
ex Pescheria - Salone degli Incanti
riva Nazario Sauro 1 - Trieste


Dopo il successo ottenuto a Napoli al PAN I Palazzo Arti Napoli, a Lucca nel Museo Italiano del Fumetto e a Brindisi, nella prestigiosa location di Bastione San Giacomo, viene presentata nella città giuliana la mostra che ha ricevuto la Medaglia d'Oro del Presidente della Repubblica; l’ex Pescheria accoglierà nei suoi ampi spazi le tavole e gli albi dei personaggi che hanno fatto la storia del Fumetto italiano: da Tex Willer a Zagor, da Mister No a Dylan Dog, da Julia a Dampyr, in un percorso che non è solo cronologico o tematico ma che racconta la ricchezza del patrimonio culturale e sociale del nostro Paese, un patrimonio comune non solo ai milioni di lettori degli albi Bonelli, che unisce tante generazioni nel segno dell'avventura. 

La veste scenografica della mostra, completamente rinnovata e arricchita per la sede triestina, offrirà un quadro completo e aggiornato sulla produzione storica e attuale della casa editrice italiana di fumetti per eccellenza e ospiterà nel suo percorso più di 200 tavole originali: oltre ai personaggi pubblicati negli ultimi anni, ci sarà spazio per una sezione speciale di fantascienza legata all'universo di Nathan Never, e per una retrospettiva su Martin Mystère, che proprio quest'anno ha festeggiato i trent’anni di pubblicazioni (e il cui creatore, Alfredo Castelli, sarà ospite d'onore del Trieste Science+Fiction Festival che si terrà dal 5 al 9 dicembre 2012, dove riceverà il premio alla carriera Urania d'Argento).

La mostra sarà accompagnata dall'omonimo catalogo, che, sotto forma di saggio, analizza, in più di 240 pagine, l'epopea della casa editrice e che sarà in vendita presso il bookshop dell’ex Pescheria - Salone degli Incanti insieme ad altre pubblicazioni legate agli eroi e agli autori della Sergio Bonelli Editore.

Nei tre mesi di apertura al pubblico si alterneranno attività e momenti di incontro con altri autori della casa editrice Bonelli, in un programma di eventi collaterali che arricchirà la fruizione della mostra.

Calendario incontri
25 gennaio: Scrivere e disegnare fantascienza in Bonelli: incontro con gli autori di Nathan Never. Intervengono Glauco Guardigli, Davide Rigamonti, Romeo Toffanetti, Mario Alberti.


1° febbraio: Le Storie e il nuovo corso della Bonelli. Intervengono Roberto Recchioni, Alessandro Pastrovicchio. ORE 18.

8 febbraio: Zagor e l'infinita avventura. Intervengono Moreno Burattini, Emanuele Barison
15 febbraio: Fumettisti in TV: i fumetti Bonelli raccontati alla Televisione. Intervengono Alessio Danesi e Leomacs - proiezioni di documentario televisivo.
22 febbraio: Gli eroi non muoiono mai? Intervengono Tito Faraci e Franco DeVescovi.
1° marzo: Eclettismo e serialità: due autori dentro/fuori la gabbia Bonelliana. Intervengono Paolo Bacilieri e Giacomo Pueroni.
3 marzo: ore 17.00 - Auditorium Museo Revoltella (via Diaz n. 27, Trieste): proiezione del documentario "Come Tex nessuno mai" (Italia, 2012, 62'). Interviene il regista Giancarlo Soldi


26.1.13

Oggi, Bologna. Domani, Sarzana.


Oggi, insieme con Stefano Landini mi trovate a Bologna, al Panini Store di Via Testoni 5, dalle 16 (QUI le info sul sito).

Domani, invece, sono alla Comic House di Sarzana, sempre con Landini, dalle 15 e 30.
(QUI le info sul sito).

Se volete, venite a trovarci. Chiacchiere, disegni e cose così.



23.1.13

A tradimento, quando meno te lo aspetti, nostalgia, nostalgia canaglia.

Dunque: nella fase di progettazione degli Orfani, io ed Emiliano ci siamo fatti un sacco di problemi su come realizzare visivamente alcuni aspetti della serie che rischiavano di essere troppo visti.
In particolare, mi riferisco alle armature da battaglia dei nostri soldati del futuro.
Il problema era ovvio: non solo Halo ma tonnellate di videogiochi, film e fumetti, si sono dovuti confrontare con lo stesso concetto, specie negli ultimi anni, e tutti hanno dato la loro interpretazione, certe volte ispirata, certe volte meno.
Alla fine, io e Emiliano, abbiamo scelto la via della sobrietà più assoluta, cercando di distaccarci per quanto possibile da quanto visto, senza per questo andare a cercare forme astruse.
Del resto, il concetto di "armatura da combattimento" nella serie, è meno prominente di quanto possa sembrare dalle prime immagini che abbiamo diffuso e, in conclusione, il fatto che abbiano una forma originale o meno, ci interessa relativamente poco. Ci interessava, invece, che le armature fossero semplici, eleganti, caratterizzanti per i vari personaggi e non troppo difficili da disegnare.
Quindi, con cuore sereno, abbiamo distribuito le prime immagini.
E, puntualmente, sono arrivati i commenti che ci aspettavamo: sembra Halo, sembra Mass Effect, sembra Fanteria dello Spazio, sembra Star Wars e via dicendo. Come ho detto, nessun problema, il cuore della serie è altrove.
Poi arriva un lettore qui sul blog e dice, "Sembra Captain Power".
E mi taglia le gambe con l'effetto nostalgia.
Perché Captain Power era una strana serie televisiva (un telefilm) con degli elementi interattivi (in sostanza, nei negozi di giocattoli ti vendevano una pistola con cui "sparare" allo schermo e che rileva i colpi che il telefilm "sparava" contro di te) a cui io Emiliano non abbiamo pensato in nessuna maniera in fase di progettazione. Anzi, sono abbastanza convinto che Emiliano non abbia nemmeno idea di cosa fosse Captain Power.

Però è vero, questa immagine qui:


E questa immagine qui:

...si somigliano un sacco.
E sapete una cosa? Mi fa piacere.
Che la nostalgia è una brutta bestia e ti fotte quando meno te ne accorgi.
Lacrime napulitane a strafottere.

Ah, se volete saperne di più sulla serie, potete andare a leggere QUI.

Pazze di Me - la recensione -


Volendo essere dicotomici, si può dire che esistono due tipi di registi: quelli che vanno incontro al pubblico e quelli che vogliono che sia il pubblico ad andare incontro a loro. I secondi, vengono definiti "registi autoriali" i primi "registi commerciali". Ovviamente la realtà è diversa e tra le due categorie ci sono infinite sfumature di grigio.
Ci sono registi commerciali che cercano il pubblico ma che, nonostante questo, sono così talentuosi e capaci da saper coniugare questa istanza con la propria idea di cinema (un paio di nomi su tutti: Alfred Hitchcock e  Steven Spielberg) e ci sono registi autoriali che sanno rendere talmente commerciale il loro stile da plasmare i gusti del pubblico (un altro nome che vale per tanti: Quentin Tarantino).
Il discorso per la critica è diverso.
Perché, in linea teorica, la critica non dovrebbe tenere in considerazione il pubblico.
La critica non è fatta per blandire i gusti della platea ma solo, ed esclusivamente, per analizzare un opera e, con gli strumenti più oggettivi possibili per degli esseri umani, esaminarne gli elementi e stabilirne la caratura.
Ora, le cose, in realtà, non stanno per nulla così. Perché anche la critica ha un pubblico e anche la critica è soggetta al giudizio della sua platea che ne decreta le sorti.
Capita allora che anche la critica si trovi nella scomoda posizione di dover decidere se blandire il suo pubblico, dicendogli quello che vuole sentire, o ignorarlo, dicendogli -semplicemente- quello che ritiene giusto dirgli.
Adesso, io conosco abbastanza il mio pubblico e so bene cosa si aspetta di sentire da me a proposito di un film come quello di cui parleremo tra poco.
E lo ammetto, sarei tentato di dargli esattamente quello che vuole, perché la prevedibilità genera consenso e il consenso porta al plauso. E il plauso è una moneta molto suadente che ha rovinato più di un persona (registi, critici e pure blogger).

Ma andiamo con ordine.
Due giorni fa sono stato invitato in maniera praticamente accidentale all'anteprima del nuovo film di Fausto Brizzi. Dico accidentale perché le agenzie stampa non mi chiamano mai per film che sono decisamente lontani da quelli che tratto di solito e, infatti, l'invito m'è arrivato per vie traverse.
E io, a essere sincero, manco volevo andarci.
Perché?
Perché cinema italiano moderno non mi piace.
Perché non sono un grande appassionato di commedie, nemmeno di quelle americane (pur vedendone parecchie). Perché non ho una grande simpatia per Francesco Mandelli (che per me sarà sempre e solo l'urticante Nongiovane che faceva da spalla a un Andrea Pezzi ancora magro e capelluto).
Eppure, ci sono andato lo stesso.
Per accompagnare qualcuno. S'intende (che una buona scusa ci vuole sempre).
Mi sono seduto in sala in mezzo a un mucchio di vip di varia estrazione e, con tutta la sufficienza del mondo, mi sono messo a guardare un film che sapevo che non mi sarebbe piaciuto.
Quando la sala è scoppiata nella prima risata, io ho inarcato un sopracciglio.
Alla seconda non ci ho fatto caso.
Alla terza, mi sono scoperto a ridere pure io.
E non per mimesi sociale, sia chiaro.
Ho riso perché il film mi stava effettivamente divertendo.
E mi ha divertito fino alla fine.
Il solo problema a quel punto era come spiegarlo ai lettori del mio blog.
Andando con ordine, ecco come.

E' un film con una buona regia?
Insomma. All'inizio ci sono alcune idee molto carine che ti fanno ben sperare ma, nel prosieguo, Brizzi sembra perdere di interesse e finisce per limitarsi alla grammatica basilare del cinema. Lo fa in maniera corretta e senza sbavature di sorta, e questo, per il livello generale dell'attuale cinema italiano (dove certe volte sembra che dietro alla macchina da presa ci siano dei veri e propri analfabeti del mezzo cinematografico), è già un bel risultato.
Anche la direzione degli attori è buona, al punto che, a tratti, Mandelli mi ha ricordato (vagamente) il miglior Nuti.
No, aspettate: forse il "miglior Nuti" è eccessivo.
Diciamo che mi ha ricordato Nuti prima che a Nuti capitassero tutti quei casini.
E' già un qualcosa.

E' un film bello a vedersi?
Insomma.
L'aspetto visivo mi è sembrato il punto più debole della pellicola.
Nelle sequenze migliori, fotografia e illuminazione non aggiungono o tolgono nulla alla qualità del film. Nelle sequenze peggiori, sono capaci di rendere del tutto improbabile la messa in scena o di caricare una decina d'anni sulle spalle degli attori.

E' un film con un bel montaggio?
Ha un montaggio competente e pulito. Vale lo stesso discorso fatto per la regia: per il cinema italiano è già un signor risultato.

E' un film con buone interpretazioni?
Sorprendentemente, sì.
Il cast femminile funziona molto bene nella sua totalità (nota di merito per me a Chiara Francini) e viene da rimpiangere il fatto che la Goggi non abbia fatto di più sul grande schermo.
Il cast maschile, seppure relegato in parti minori, si esprime più che dignitosamente.
Discorso a parte merita Mandelli.
L'ho già detto che non lo sopporto?
Ecco, in questo film non mi è dispiaciuto. Anzi, a tratti mi ha quasi fatto dimenticare che i Soliti Idioti sono una delle ragioni per cui ritengo che il mondo occidentale dovrebbe essere spazzato via dalla Jihad. Non è Dustin Hoffman ne il Laureato e penso che per il ruolo da protagonista ci sarebbe stato meglio Alessandro Tiberi (lo stagista di Boris che pure ha un ruolo nel film ma che, purtroppo per lui, non fa staccare biglietti) ma, alla fine, il Nongiovane si carica il film sulle spalle e se lo porta a casa in maniera credibile e dignitosa.

E' un film con una buona scrittura?
Sì. E qui non ho dubbi.
E' scritto bene, con mestiere e con estrema lucidità. Ha una struttura piacevolmente circolare, i personaggi compiono il loro arco e, alla fine, chiude tutte le porte che ha aperto.
Forse gira un poco a vuoto nella parte centrale (inanellando un paio di scenette sostanzialmente inutili ai fini della trama), ma si apre molto bene, racconta bene una storia semplice (cosa che non è per nulla facile) e si chiude permettendosi addirittura il lusso di un finale amarognolo.
Detto questo, è una commedia leggera e, se vi aspettate altro, rimarrete ovviamente delusi (ma, se vi aspettate altro, il problema è vostro, non del film).

Ora, per chiarire, prima che mi veniate a dire: "Mi stronchi Django Unchained e mi salvi Pazze di me? MA IO TI BRUCIO CASA!!" .
Non è che Brizzi rivoluzioni sé stesso e la sua natura. Con questa pellicola, anzi, si conferma una volta di più come regista fieramente schierato nella prima categoria di cui parlavo all'inizio di questo pezzo e, probabilmente, nulla di più.
Ma, sapete che c'è? Non c'è niente di male in questo.
Fare film che trovano il pubblico (e gli incassi dei film di Brizzi ci dicono che il pubblico lo trovano eccome) non è un demerito. Anzi.
Se poi ci riesce realizzando prodotti più che dignitosi, tanto di guadagnato per tutti.
E questo film è più che dignitoso.
Anche se non è figo dirlo.

22.1.13

Long Wei Candid 01


Long Wei è la nuova serie di Diego Cajelli, in uscita per l'Aurea Editoriale.
Se volete saperne di più e vedere qualche tavola in anteprima, QUI trovate un'intervista a Diego.
Questa qui sotto, invece, c'è una prima clip video, fatta per promuovere il progetto.
Io l'ho trovata molto divertente.


21.1.13

Orfani - primi bozzetti -


QUI trovate un album con primi bozzetti realizzati da Emiliano, quando iniziammo a concepire la serie.
QUI, invece, la pagina principale su FB degli Orfani. Un bel "mi piace" o una condivisione e passa la paura.

Asso e Ammazzatine - seconda parte del tour -


Giusto il tempo per rimettermi in piedi e sono di nuovo in giro.
Allora, per chi si fosse perso le puntate precedenti: ASSO è questo e Ammazzatine è questo.


Questo qui sopra, invece, è il video backstage del corto che abbiamo realizzato per il lancio di ASSO.


Che è questo qui.

Queste, invece, le date della seconda parte del tour promozionale:

26 gennaio (ore 15.30) - Panini Store, a Bologna in Via Alfredo Testoni numero 5.
Ci saremo io e Stefano Landini.


27 gennaio (ore 15.30) – Comic House, a Sarzana (La Spezia) in Via Antonio Gramsci, 25.
Sempre noi due.


9 febbraio (ore 15.00) – Forbidden Planet, a Roma, in via Pinerolo 11-15.
Qui ci sarò solo io.


16 febbraio (ore 15.30) – Comics Point, a Sassuolo (Mo), in Via Farosi 7
Qui ci sarà solo Stefano Landini.


19.1.13

Frankenweenie - la recensione -


ParaNorman è uno strano film.
Tutto giocato su di un umorismo mortuario che non risparmia nessuno, nemmeno le salme dei parenti.
Pervaso da un pessimismo nei confronti dell'umanità che non conosce redenzione, neanche in un lieto fine che nega la redenzione.
Eppure, un film dal tocco leggero e garbato, che sa far ridere quando serve, che mette paura, che emoziona e che diverte. Un film spaventoso, più spaventoso della maggior parte dei film horror recenti, ma anche straordinariamente centrato per il pubblico dei bambini, perché parla di morte senza imbarazzo, senza reticenze ma pure senza morbosità.
Come dicevo, uno strano film.
Uno strano film, davvero bello.
E potrei chiuderla qui, ma mi allungo, per segnalare anche il suo meraviglioso aspetto visivo, che riesce a costruire un ponte credibile tra l'animazione digitale ormai stile Pixar (ormai un poco sclerotizzata, per quanto, generalmente riuscitissima) e l'illustrazione e il fumetto più raffinati.
Giuro che, in certi momenti, si ha l'impressione di vedere un cartone animato pensato da gente come Pedrosa, Gipi o Corona.
Insomma. Vale la proprio la pena vederlo.

Come dite? Doveva essere la recensione di Frankenweenie e, invece, ho riproposto quella di ParanNorman?
E' vero. L'ho fatto.
E' che che ho pensato che se eravate interessati a un film dall'animo dark che sapesse parlare di vita e di morte, era meglio parlarvi di qualcosa di onesto e bello, piuttosto che di qualcosa di brutto, vuoto e disonesto.
Così, per farvi risparmiare tempo.


17.1.13

Orfani - vecchi concept e uno recente -


Primi concept design realizzati da Massimo Carnevale, quando la serie era ancora solo un'idea. E, in più, uno recente.
Li trovate QUI.
Se poi mettete un "Mi Piace" alla pagina, a noi fa piacere.

Django Unchained - la recensione -


Il film esce oggi nelle sale e io sono sette giorni che mi palleggio questa recensione, continuando a rimandare il momento di scriverla davvero.
Il motivo è presto detto: Tarantino mi piace tanto ma questo film mi è piaciuto molto poco. E spiegare il perché mi costerà un sacco di tempo.
Comunque sia, ho voluto la bicicletta, e adesso pedalo.

Andiamo con ordine e dividiamo la recensione su tre livelli.

Livello 1 - recensione per quelli a cui Tarantino non piace.
Ecco, non sarà Django Unchained a farvi cambiare opinione su di lui perché, di tutti i film di Quentin Tarantino, questo è uno dei più "tarantinati".
Dove con l'espressione "tarantinati" intendo quell'insieme di vezzi e stilemi che caratterizzano, al livello più superficiale, il corpo dell'opera del lavoro di Tarantino (e di tanti wannabe Tarantino, categoria a cui, lo ammetto, sono di certo appartenuto).
Personaggi e dialoghi sopra le righe? Il film è fatto quasi esclusivamente di quello.
Verbosità? Ai personaggi bisogna sparargli per farli stare zitti. Letteralmente.
Inutile dilatazione dei tempi narrativi? Centottanta minuti per una storia che poteva essere raccontata in ottanta (scarsi). Voi che dite?
Citazionismo postmoderno? Come se stessimo ancora nei tardi anni '90.
Appropriazione indebita di altrui culture e discendenze? Almeno su una cosa Spike Lee ha ragione da vendere: Tarantino è un bianco che vuole essere un nero. Lo è sempre stato ma qui la cosa è quasi fastidiosa tanto è smaccata.
Insomma, se odiate Tarantino per questo e altri motivi, risparmiatevi i soldi. Ne avrete solo da guadagnarne in salute. Ma, se odiate Tarantino, che vi parlo a fare?


Livello 2 - recensione per quelli a cui Tarantino piace.
Andate a vederlo e divertitevi. Troverete, grosso modo, tutto quello che avete amato nei film precedenti: personaggi strambi, dialoghi brillanti, tanto citazionismo post-moderno, splendide interpretazioni, una colonna sonora che levati, una regia divertita e divertente.
Il film, nonostante la lunghezza, ha un ritmo discreto che, dopo una prima parte molto ben riuscita, si affloscia un poco nella sezione centrale ma si riprende nel finale. Non il migliore dei film di Quentin Tarantino e, di sicuro, non uno di quelli che ricorderete più a lungo, ma perfettamente in linea con il resto della sua produzione. Probabilmente vi piacerà più di Jackie Brown, tanto per capirsi.

Livello 3 - recensione per quelli a cui Tarantino piace TANTO.
Ecco. Questa è la mia vera recensione, quella che rappresenta il mio reale punto di vista sul film.
E la dobbiamo prendere larga, ve lo dico subito.
Partendo dal fatto che per me, Tarantino, è stato importante su di un piano strettamente personale e che mi ha influenzato tantissimo come autore.
Avevo diciotto anni quando ho visto Cani da Rapina (con questo titolo Le Iene, è arrivato in sala in Italia, la prima volta) e sono uscito da quella visione esaltato.
La struttura narrativa, la qualità dei dialoghi, le situazioni messe in scena, il modo in cui degli attori già noti erano stati diretti in maniera inedita, il montaggio, le musiche...
Tutto mi aveva elettrizzato e volevo saperne di più.
E quando una cosa mi piace, io la studio.
La studio TANTO e cerco di smontarla per andare alle sue radici, per capire perché funziona e come.
E di radici, i film di Tarantino, ne hanno sempre tantissime.
E' grazie a Tarantino e a Reservoir Dogs, per esempio, che mi sono riavvicinato alla nouvelle vague francese, riuscendone finalmente a scoprirne le qualità cinematografiche. E' grazie a Tarantino che ho scoperto l'heroic blooshed di Hong Kong (arrivandoci attraverso City on Fire di Ringo Lam, film parzialmente plagiato da Le Iene), diventandone poi un grandissimo appassionato.
E' grazie a Le Iene che ho scoperto Edward Bunker.
E la stessa cosa è successa per Pulp Fiction che, in primo luogo, mi ha fatto scoprire le qualità letterarie di Elmore Leonard e la sua incredibile capacità di scrivere dialoghi (no, Elmore Leonard non ha collaborato in alcuna maniera diretta a Pulp Fiction ma i dialoghi del film sono praticamente tutta roba del suo sacco, tanto è vero che il film successivo di Quentin, Jackie Brown, è proprio tratto da un libro di Leonard).
E poi ancora e ancora, per ogni film successivo, con la sola differenza che più io sono diventato esperto e consapevole delle fonti, meno queste fonti mi sono sembrate rilevanti.
Perché sì, è vero, Tarantino omaggia-saccheggia di tutto e può essere divertente (e istruttivo) scoprire come un'intera sequenza del Ronin di Frank Miller sia riportata, inquadratura per inquadratura, nell'episodio di Bruce Willis in Pulp Fiction, ma non è questo il punto centrale del suo cinema.
Non c'è praticamente nessun film di Tarantino che non può essere smontato pezzo per pezzo, facendo risalire ognuno di questi pezzi a qualcos'altro, ma il punto è che che il risultato finito a cui Quentin arriva è un film. Un film suo e di nessun altro.
E un film che è sempre, squisitamente, cinema nella sua espressione più pura.
E questo è stato verissimo fino a Django Unchained.

Parliamo del film.
Prima di tutto, sgomberiamo il campo: poco importa quanto gli uffici stampa e i giornalisti possano riempirsi la bocca con le parole "spaghetti -western", Django Unchained non è uno spaghetti-western in nessuna maniera. Non lo è nel linguaggio cinematografico, non lo è nei tempi narrativi, non lo è nelle tematiche, non lo è nella costruzione della sua drammaturgia. Non lo è, punto.
E questo non è per nulla un male perché, tranne un paio di nobili eccezioni (tra cui, appunto, il Django originale), il novanta per cento dei film spaghetti-western era pura spazzatura. E no, nemmeno la trilogia del dollaro di Sergio Leone è da ascriversi al genere degli spaghetti-western, per quanto ne rappresenti, ovviamente, la pietra fondante (e questa cosa Leone l'ha ripetuta fino alla sua morte). L'unico aggancio reale con i film western all'italiana che si può rintracciare in Django Unchained è in alcuni pezzi della (bellissima) colonna sonora.
Ma è un collegamento così plateale e smaccato che risulta quasi fastidioso (specie dove a venir utilizzato è un pezzo del quasi parodistico Lo chiamavano Trinità).

A dirla tutta, Django Unchained non è nemmeno un western.
Quentin Tarantino dice di odiare John Ford e la cosa si vede.
Django Unchained non ha alcuna pretesa di appartenere al genere che John Ford (e una manciata di altri), ha definito e portato al massimo splendore. Django Unchained è un film che si disinteressa dello spazio, se ne frega della frontiera, non racconta il viaggio in nessuna maniera e, in poche parole, ignora (volutamente, sia chiaro), tutto quello che fa di un western (anche di un western crepuscolare degli anni '70) un western.
La vera radice di Django Unchained affonda in un genere cinematografico che Tarantino ama molto (e io molto poco) che è quello della black exploitation, riportandone in vita il linguaggio e l'estetica (con, bisogna dirlo, uno splendore e una consapevolezza che il genere non ha mai posseduto)
E fin qui non c'è nulla di male. E nemmeno nulla di inedito.
Perché Tarantino non è nuovo a questi depistaggi.
Con Le Iene, racconta una storia tipica degli heroic bloodshed cinese, mettendola in scena come fosse una piece da teatro off-broadway. Intitola un film Pulp Fiction e prende ispirazione dallo scrittore meno pulp sulla piazza, Elmore Leonard. Dice di ispirarsi ai chambara giapponesi e ai wuxiapan cinesi, e poi gira (quello sì) uno spaghetti-western con Kill Bill. Spaccia un film per un grindhouse a base di donne e motori e poi realizza un episodio di Alfred Hitchcok Presenta. Tira in ballo un film di serie Z italiano come Quel Maledetto Treno Blindato di Castellari, e poi ti sforna il sul film più francese e ricercato con Inglorious Basterds.
Insomma, il problema di Django Unchained non è se sia uno spaghetti-western o meno.
Il problema è se sia, o meno, un buon film.
E, per me, non lo è.
Perché, per la prima volta nella sua carriera, Tarantino sforna un film che aderisce esattamente al ritratto che i detrattori, fanno del suo cinema.
Un film più attento alla superficie che alla sostanza, con personaggi costruiti intorno ai loro vezzi ma privi di un reale spessore, dialoghi sempre sopra le righe (tutti, senza nessuna eccezione, come se ogni essere umano al mondo avesse uno scrittore con i controcoglioni alle spalle che gli suggerisce le battute), una struttura drammaturgica servita male (dopo che lo avrete visto ditemi se, in qualche maniera, vi siete sentiti coinvolti dalla missione di ricerca-salvataggio-vendetta dell'anonimo protagonista) e, sopratutto, un film privo di una vera anima emozionale.
Avete presente Bastardi Senza Gloria? Ecco, immaginatevi lo stesso film, ma senza tutta la parte che riguarda Shoshanna e senza, sopratutto, la scena con Cat People di David Bowie e il volto di Melanie Laurent che si proietta sul fumo dell'incendio.
Aggiungiamoci che il film è insensatamente lungo, che taluni trucchetti ormai mostrano davvero la corda (tutta la costruzione della tensione che poi esplode in un attimo di brutale violenza è roba che ormai Tarantino ha fatto davvero, davvero, troppe volte), che la citazione al The Killer di John Woo (la sparatoria nella chiesa) arriva davvero fuori tempo massimo (specie dopo che è stata citata da chiunque), che il fan service a Franco Nero è imbarazzante e che, nel complesso, manca un momento di vero splendore in grado di far respirare il film, e il risultato è che per me (e lo sottolineo: per me) il film è risultato non solo brutto, ma fastidioso.
Ma sono anche certo che questo giudizio sia il risultato di troppo amore e troppa stima nei confronti del regista e che, in linea generale, il film, invece, piacerà un sacco.
Comunque, fosse anche solo per le interpretazioni, vale la pena di vederlo.
Quindi, non statemi a sentire. Leggetevi la Recensione di Livello 2, e andate al cinema sereni.

16.1.13

Paolo Morales


Disegnatore, sceneggiatore e un mucchio di altre cose ma, sopratutto, narratore vero e di razza. Lo ricordo come una persona dai modi gentili, piena di stile. Scompare oggi. Condoglianze alla famiglia e agli amici.

11.1.13

ORFANI: cominciamo.


QUI trovate la pagina ufficiale degli ORFANI su Facebook.
Orfani è la nuova serie della Bonelli, la prima tutta a colori, creata da me e da Emiliano Mammucari, in uscita da ottobre.
Sulla pagina FB, materiale inedito e esclusivi, aggiornamenti, interviste e quanto altro.
Mettete un "mi piace" e non vi perderete nulla.

p.s.
(il disegno qui sopra è di Werther Dell'Edera con i colori di Giovanna Niro).


Si riprende.

Ma piano.
Che sono acciaccato come non mi capitava da qualche tempo.
E con discontinuità. Che settimana prossima me ne vado in ospedale in quel di Milano e mi faccio tutta una serie di controlli noiosi e sgradevoli.
Ma si riprende.
E va bene.

9.1.13

Fuori Servizio


Dopo un anno di relativa tranquillità, non sono preparato.
Vabbè, solite rogne.
Non cercatemi. Vi trovo io quando sto meglio.

8.1.13

Con un notevole ritardo... Asso in libreria.


Asso è finalmente disponibile anche nelle librerie di varia e su Amazon (e QUI lo trovate scontato) in tempi rapidi.
Per festeggiare, una interessante recensione con intervista video di quelli di Orgoglio Nerd (che ringrazio).
Trovate tutto QUI.

7.1.13

Chiacchiere sul fumetto popolare: parte seconda

M'è venuta voglia di provare a scrivere della roba, più o meno seria, sulla natura del fumetto popolare il suo linguaggio. Lo scopo non è tanto quello di affermare delle verità, quanto esplorare la materia.
QUI trovate la prima parte.

Dunque, in conclusione del post precedente, vi chiedevo di riflettere su come, secondo voi, i limiti tecnologici dell'epoca in cui è nato e si è sviluppato, ne abbiamo dettato (e ne dettino ancora) la forma.

Sorvoliamo sull'apporto di Rodolphe Topffer e di tutti gli altri precursori (che sono casi rilevanti per ragioni storiografiche ma non per quello che interessa a noi) e prendiamo in esame i primi fumetti pubblicati sui quotidiani americani.
Che forma avevano? Molto varie.
Ma, dopo un primo periodo sperimentale, si consolidò il formato delle strisce che permettevano di presentare sulla stessa pagina un gran numero di fumetti diversi, adatti a tanti tipi di pubblico.
Le strisce, inoltre, non creavamo problemi di impaginazione perché tutti lavoravano in strisce e sapevi esattamente come organizzare la pagina del tuo quotidiano, senza dover stare dietro alla creatività degli autori.

E qui veniamo al primo punto della questione:

il fumetto trova il suo primo sviluppo in strisce perché quella è la forma più comoda per presentarlo sui quotidiani. Quindi, il contenitore, definisce la forma.
Non solo.
La pubblicazione giornaliera, in concomitanza con il formato striscia, determina la narrazione.
Di solito, una storia raccontata nel formato striscia, si apre con una vignetta che riassume in maniera sintetica la situazione, prosegue con una vignetta di sviluppo narrativo e si chiude con un'ultima vignetta contenente un colpo di scena.
Ma non è tutto qui perché il formato influisce, oltre che sul piano narrativo, anche su quello più prettamente visivo.
Le strisce infatti, non permettono in nessuna maniera lo sviluppo verticale del disegno.
Ecco quindi che il fumetto costruisce la sua iconografia originale sul piano orizzontale, al pari di un altro medium con la stessa limitazione, il cinema.

Lo vedete?
Il contesto produttivo determina la forma del linguaggio.

Ma questa, direte voi, è la preistoria.
Che succede poi?

Vista la popolarità sempre crescente dei fumetti sui quotidiani, qualcuno pensò bene di raccogliere questo materiale in albi da vendere in maniera autonoma.
Gli americani e gli italiani, misero tre strisce per pagina, una sopra l'altra. I Belgi e i Francesi, quattro.
Questi albi ebbero un successo enorme, anche in virtù del loro prezzo modesto che potevano permettersi, trattandosi di ristampe.
Ma quando la richiesta crebbe ulteriormente e le case editrici furono costrette a produrre materiale del tutto inedito da proporre sulle loro riviste, il prezzo di quegli albi era ormai stabilito e non lo si poteva cambiare senza correre il rischio di incorrere nelle ire della gente.
Per non parlare del problema dei tempi di realizzazione.

Cosa fare?
Ridurre il numero di pannelli-vignette per pagina, parve la soluzione ideale per USA e Italia.
Quindi, in questi paesi, si passò dalle tre vignette per tre fasce, alle due vignette per tre fasce (un risparmio di un'intera striscia per pagina, mica male), stabilendo in maniera definitiva il formato standard del fumetto popolare di queste nazioni.
Il Belgio e la Francia, invece, non accettarono compromessi e rimasero fedeli alle quattro fasce con tre vignette per fascia (dodici vignette per pagina, quindi). I loro tempi di produzione si allungarono e i loro prezzi salirono.

Vedete come siano state le richieste e le imposizioni del mercato a stabilire quelli che sono i nostri formati attuali?

Altro esempio: rimaniamo in Belgio/Francia.
Il pubblico franco belga ha sempre premiato il disegno chiaro e dettagliato.
Questo ha portato i disegnatori a lavorare su formati grandi. Quindi, grandi fogli.
Ma se un foglio diventa più grande di un certo tot, poi è difficile da maneggiare.
Quindi, i disegnatori francesi tradizionali, hanno sempre lavorato una singola pagina su due fogli.
Su un foglio le due fasce superiori. Su un'altro foglio, le due fasce inferiori.
Cosa ha comportato questo?
Che non troverete mai traccia di vignette verticali nella porzione centrale delle tavole franco belga tradizionali.

Ancora una volta, il metodo produttivo ha determinato la forma artistica.

Ora voi direte: sì ma adesso le cose sono diverse! Perché si continuano a rispettare dei dettami dati da bisogni nati oltre sessant'anni fa?
Per la questione del linguaggio largamente condiviso.
Il fumetto è stato un medium di massa sin da subito.
Questo significa che il suo codice si è diffuso rapidamente e in maniera forte.
Ogni variazione a quel codice ha corso il rischio di renderlo meno "condiviso".
E' per questo che Tex, Diabolik, Tintin, Asterix (alcuni tra i fumetti più popolari e venduti al mondo) sono praticamente sempre uguali, se non per piccoli aggiustamenti e piccole concessioni all'innovazione.

E gli USA?
Il discorso potrebbe sembrare diverso ma, in realtà, è sempre lo stesso.
A fronte di un linguaggio condiviso, stabilito da delle convenzioni produttive, alcuni autori si sono presi il rischio di cambiarlo.
Jack Kirby è stato tra i primi artisti a capire che lavorando su una pagina intera e non su una striscia, aveva a disposizione nuove possibilità e ha fatto esplodere la gabbia tradizionale del fumetto americano. Similarmente a lui, anche se in un verso diverso, ha fatto Will Eisner.
Neal Adams, anni dopo, è andato oltre, facendo a pezzi, oltre che la gabbia, anche la vignetta stessa.
Tutti questi autori hanno vinto la loro battaglia artistica e certe volte anche quella commerciale, ma il fumetto USA, anche a causa delle sue costanti rivoluzioni nel codice, è quello che ancora oggi ha più difficoltà a tenersi stretto i suoi lettori nel tempo. In genere, il codice del fumetto USA è condiviso in termini generazionali: un'intera generazione legge un fumetto con un codice di un certo tipo, poi quella generazione molla e viene sostituita dalla generazione successiva, che leggerà fumetti con un codice simile a quello precedente solo negli elementi basilari.

Quale approccio tra questi è il migliore, non saprei dirlo.
Voi?

4.1.13

Ti piaccio? Pagami.

Leggevo di Andrew Sullivan che lascia la piattaforma del Daily Beast, dove il suo blog è stato ospitato negli ultimi anni, per tornare alla piena indipendenza. E leggevo di come, chiedendo in maniera onesta un abbonamento di 20 dollari all'anno (per un servizio freemium, dove i contenuti brevi del blog rimarranno gratis) abbia racconto 100.000 dollari nel giro di poco (qualche giorno) e si sia garantito la sopravvivenza e l'indipendenza dalla pubblicità.
Si parla di nuovi modelli sostenibili per il web e del futuro di un nuovo giornalismo.
Voi che ne pensate?

Chi era Decio.


Io non l'ho mai conosciuto. Quando sono arrivato in Bonelli, lui era già andato in "pensione".
Uso le virgolette perché la pensione Bonelli è uno stato particolare in cui tu te ne vai ma l'eco delle tue scelte e decisioni, rimangono a presidiare il forte al posto tuo.
Specie se, della Sergio Bonelli Editore, eri lo storico direttore editoriale.
Facendola molto breve, Decio Canzio era un membro di spicco di quel club ristrettissimo di persone che il fumetto, in Italia, non lo hanno semplicemente fatto, ma lo hanno definito.
Curatore di una testata storica come Un uomo un'avventura, sceneggiatore per Toppi (di due magnifiche avventure), autore di un celebrato arco di storie del Piccolo Ranger, scrittore di storie per Zagor e Tex (di cui è stato anche curatore per un periodo lunghissimo) l'eredità che Decio Canzio si lascia alle spalle è, sopratutto, quella di modo di fare fumetti nel mondo che non ha eguali, per cura, dedizione e rigore.
Scompare oggi.
Chiudendo una lunga stagione del fumetto italico.

3.1.13

Jack Reacher - la recensione -


Il film esce oggi nelle sale italiane. Io ho avuto modo di vederlo qualche settimana fa e oggi ve ne parlo.

Chi è Jack Reacher?
E' un personaggio letterario creato da Lee Child (uno scrittore inglese con il pallino per gli Stati Uniti d'America) in una lunga serie di romanzi (siamo a diciassette, se non vado errato).
Un ex-poliziotto militare americano che ha passato la maggior parte della sua vita all'estero. Dimessosi dall'esercito, Reacher ha iniziato un viaggio attraverso gli USA, alla scoperta del suo paese natale. Non ha un lavoro (ma gode di una piccola eredità lasciatagli da un amico), non ha una casa, non ha un'automobile (viaggia facendo l'autostop o prendendo gli autobus della linea Greyhound), non ha una carta di credito, non ha un telefono cellulare, non porta mai nulla con sé, nemmeno un cambio d'abiti (butta i vestiti ogni due-tre giorni e ne compra di nuovi). Ha pochissimi legami e di breve durata. E' alto centonovantasei centimetri, pesa centodieci chili e ha mani grandi come palloni da football. Una volta a romanzo, finisce coinvolto in qualche impiccio (in maniera, a dire il vero, sempre poco probabile) e lo risolve prima di riprendere il suo viaggio.
Reacher è un personaggio come non se ne fanno più.
E' poco loquace, raramente ha dubbi di sorta, non ha sfumature esistenzialiste, ha sempre la situazione sotto controllo, non ha un lato femminile, non piange, non si lamenta, soffre quello che deve soffrire, sempre stringendo i denti e andando avanti, è ironico ma non è un tipo scherzoso. Se dice che farà una cosa, la farà. A qualsiasi costo.
Negli anni '80, sarebbe stato uno dei tanti eroi monocordi che popolavano i film e i best seller dell'epoca, oggi, dopo che i '90 hanno trasformato gli eroi in delle fighette mestruate, è l'ultimo dinosauro rimasto. E al pubblico piace (tanto) anche per quello.
Dei romanzi di Jack Reahcer ne ho letti molti, specie negli ultimi anni (è stato uno dei riferimenti per la creazione di David Murphy: 911) e devo dire che, per quanto siano letture di pura evasione e nonostante Lee Child non sia per nulla un maestro nella creazione di trame gialle plausibili (anzi, diciamo pure che è un disastro in questo senso), mi sono divertito un mucchio.
Più che altro perché la forza del personaggio di Reacher travalica di parecchio la qualità dei romanzi in cui appare. Non è un caso che anche un critico piuttosto severo come Stephen King, adori Reacher e ne abbia parlato in termini entusiastici in più di un'occasione (arrivando anche a omaggiarlo in maniera smaccata nel romanzo The Dome).
Insomma, Jack Reacher è un personaggio molto amato nel mondo.

Ed è per questo che quando è stato scritturato Tom Cruise per interpretarlo, la gente non l'ha presa troppo bene.
Ora, Scientology a parte, a me Tom Cruise piace. E pure tanto. E' uno che si impegna davvero, che cresce a ogni film e che ormai ha il fascino di una vecchia Hollywood che pare non esistere più. Se mi doveste chiedere chi chiamerei a interpretare l'archetipo dell'eroe, probabilmente sceglierei proprio Tom Cruise.
Ma Reacher è un colosso e la sua fisicità fa parte integrante delle caratteristiche del personaggio, Cruise, invece, è un nanetto. Un nanetto in splendida forma, sia chiaro. Ma sempre un nanetto. Oltre al fatto che Reacher è biondo con gli occhi azzurro ghiaccio mentre Cruise è moro e con gli occhi verdi. Che Reacher è un cinquantenne e Cruise... no, aspettate, è un cinquantenne pure lui (caspita come se li porta bene gli anni!).
Comunque sia, a me come a tanti, tanti altri, la scelta di Tom Cruise per interpretare Jack Reacher non sembrava la più sensata, per quanto fosse, ovviamente, quanto di meglio poteva capitare al personaggio, in termini di visibilità.
E invece, funziona alla grande.

Ma andiamo con ordine.
Jack Reacher è un film scritto e diretto da Cristopher McQuarrie, uno che alla sua prima sceneggiatura ha realizzato il gradevole Pubblic Access e, alla seconda, I Soliti Sospetti e che, come regista, ha diretto il sottovalutato Le vie della violenza. 
McQuarrie per il film fa un lavoro estremamente ragionato e intelligente. Prima di tutto, mette a squadra il romanzo su cui il film si basa (La prova decisiva, nona avventura del personaggio), rendendolo più asciutto, sensato e coerente e dandogli una circolarità che Child non gli aveva saputo dare. Secondo poi, decide di utilizzare un doppio registro di regia. Elaborato e pieno di stratagemmi visivi e narrativi, nelle parti dominate dalle chiacchiere, molto asciutto e contenuto quando si tratta di mettere in scena l'azione.
Il risultato è un film che, quando si muove, ricorda quelle pellicole muscolari degli anni settanta (da Bullit in poi) e che, quando sta fermo, ha un linguaggio dinamico in grado di non far annoiare gli spettatori cresciuti a pane e serial televisivi tipo CSI.
E poi, cuce il film intorno a Cruise, dandogli tutto il risalto e la forza di cui l'attore aveva bisogno per essere credibile nella parte di Jack Reacher. E Cruise ce la mette tutta. E' talmente duro, asciutto e spassosamente granitico, che dopo pochi minuti di film te lo scordi che è trentacinque centimetri più basso del personaggio che è chiamato a interpretare.
A contorno del tutto, le interpretazioni gigioneggianti di Werner Herzog (se potete, guardate il film in originale che il suo accento è sempre meraviglioso) e Robert Duvall. Ah, c'è pure Rosamund Pike che forse non è la miglior attrice di sempre, ma che io adoro dai tempi in cui faceva la Bond Girl. E poi ha delle enormi tette nuove.
In conclusione, Jack Reacher è un film  fatto con estrema competenza, classe e stile. E' divertente, emozionante, a tratti raffinato e mai sopra le righe per quello che riguarda l'azione, ma anche capace di pestare duro quando la situazione lo richiede.
E' un film che vuole essere "all'antica" e si vede, ma non per questo è un giochetto referenziale fasullo. Per me, straconsigliato.