31.3.13

la chiamata



- Fu quando Teresa si ritrovò inginocchiata a prendere il corpo di Cristo che capì la sua più intima vocazione... -


28.3.13

G.I. Joe - la vendetta- la recensione


Dunque, che il primo capitolo di Stephen Sommers avesse avuto grossi problemi e non fosse piaciuto a pubblico e critica, è cosa nota. Io sono tra quelli che non lo avevano trovato tanto male (non peggio di tante altre robe più blasonate e di maggior successo, per capirsi) ma capisco bene perché il film era stato largamente odiato.
Anche nel caso di questo secondo capitolo, il film sembra avere avuto qualche problema. Previsto per l'uscita nel 2012, il lancio del film è poi stato rimandato, ufficialmente per implementare la steroscopia, ufficiosamente per "metterci una pezza" dopo dei disastrosi screen test.
Qualsiasi sia la ragione, comunque, il film arriva nelle sale oggi e io ho avuto modo di vederlo un paio di giorni fa.
E mi sono piuttosto divertito.
Il film è stato presentato come una sorta di reboot del franchise, per cancellare il brutto ricordo del capitolo precedente ma, a conti fatti, non è per nulla così.
La trama riprende esattamente da dove si era conclusa nel film originale e le storie e le vicende dei personaggi sono strettamente legate a quanto raccontato nel primo capitolo. Significa che senza aver visto il film precedente non lo capirete? No.
Prima di tutto perché è una pellicola sui G.I. Joe e non è che ci vuole una scienza.
Secondo, perché il film ha tutti gli spiegoni al posto giusto, in modo da permettere a chiunque di goderselo in autonomia.
Detto questo, se siete tra quelli che hanno visto anche il capitolo uno, apprezzerete di più tutta una serie di dettagli e, in particolare, rimarrete stupefatti da un colpo di scena che apre il film e che è una roba davvero, davvero inusuale in quel di Hollywood.

Detto questo, cosa c'è di buono in questa pellicola?

- Il colpo di scena di cui vi ho già accennato.

- Il piano dei Cobra, squisitamente ironico.

- Il combattimento tra ninja sul costone di roccia.

- Snake Eyes (ma quello sempre)

- Storm Shadow (vedi quanto detto su Snake Eyes).

- La moto di Firefly.

- La liberazione di Cobra Commander.

- Dwayne "The Rock" Johnson, che affronta il ruolo di Roadblock con l'intensità e l'ironia dell'action hero di razza purissima.
 Da quando ha smesso di combattere contro il fato e ha accettato il manto del futuro re degli action movie, Johnson è diventato un vero gigante.

E no, non mi riferisco solo all'aspetto fisico.

- Channing Tatum. Meglio, tanto meglio che nel film precedente. La sua sua maturazione come attore è evidente.

- Ray Stevenson. Che al cinema ha avuto una solo possibilità come protagonista e gli è andata (ingiustamente) male ma in televisione ha reso grande il personaggio di Pullo, nella serie televisiva Roma. Stevenson è uno che dove lo metti fa bene. E anche qui, pur non avendo un gran personaggio a disposizione, riesce ad emergere.

- Walton Goggins. Pochi minuti sullo schermo in cui lo si ama fortissimo. Lo voglio in un ruolo da protagonista si dai tempi di The Shield.

- Bruce Willis. Interpreta il ruolo del generale Joe Colton, l'uomo per cui i G.I. Joe si chiamano "Joe" (così dicono nel film). Leggenda vivente nella finzione filmica e leggenda vivente meta-cinematografica nel mondo reale. Ormai, quando Willis appare sullo schermo, è come se si portasse dietro il body count dei film precedenti. Anche se in un film non ne ammazza nessuno, è come se ne ammazzasse almeno venti. La scena della cucina-arsenale è spassosa.

Cosa c'è di cattivo in questo film?

- La battaglia finale, girata a risparmio, diretta male, montata peggio.

- La regia in genere. Che non è che sia brutta, è che proprio non c'è.
John Chu ha girato delle robe e poi qualcuno ha cercato di assemblare per dargli un senso di continuità narrativa. Adesso, il primo G.I. Joe poteva essere il brutto film che tutti dicono che sia, ma una regia ce l'aveva perché l'uomo al timone era (ed è), un regista. Sommers forse non è un genio (anche se un paio di film davvero riusciti li ha fatti e mi riferisco a Deep Rising e al primo capitolo de La Mummia) ma non è nemmeno una seconda unità.
Ecco, John Chu è una seconda unità. E basta.

- I rimaneggiamenti. E' evidente che il film è stato messo insieme malamente e pesantemente modificato a cose fatte. Personaggi che vengono presentati e non entrano mai in scena, mancanza di continuità nello spazio in cui si ambientano le sequenze, assenza di totali o scene necessarie per capire cosa sta succedendo e dove, ancanza di coerenza narrativa del montaggio (certe cose che evidentemente succedono dopo altre, vengono mostrate prima e non per un effetto voluto). E via dicendo.

E il miracolo è che, nonostante tutto questo, il film si porti a casa il risultato più importante: è divertente, ha un buon ritmo e ha personaggi fighi.
Per questo si merita una ampia sufficienza nonostante dei limiti artistici e tecnici che me lo avrebbero fatto sonoramente bocciare.
Ve lo consiglio? No. Non voglio essere responsabile dei dieci euro che vi costerà il biglietto (grazie alla stereoscopia più inutile della storia dai tempi di Avengers).
Ma nemmeno vi dico di starne alla larga.

Il Cacciatore di Giganti - la recensione -


Dunque, quando nel 1995 Bryan Singer si fece notare al grande pubblico con I Soliti Sospetti, apparve subito chiaro a tutti che il regista si trovasse a proprio agio con film "intimi", che sapesse lavorare molto bene con gli attori, che avesse un gran senso della tensione e che fosse uno con un buon occhio per le inquadrature composte e ragionate. Tutte qualità che Singer, aveva già messo in mostra nel film precedente (Pubblic Access) e che avrebbe confermato in quello successivo (The Apt Pupill). Di contro, quello che evidentemente metteva piuttosto in crisi il regista del New Jersey era il lavorare su scenari troppo ampi, la messa in scena dell'azione e l'utilizzo di effetti visivi, specie quelli digitali.
Alla luce di questo, Hollywood decise che era proprio il caso di affidare a Singer la regia di tutta una serie di spettacolari blockbuster a base di azione ed effetti speciali digitali.
Ecco quindi X-Men 1 & 2 (film carini ma le cui scene d'azione sono ancora ricordate come uno dei grandi crimini perpetrati contro la razza mutante) Superman Returns (una specie di tentato omicidio nei confronti del personaggio), Operazione Valchiria e, adesso, questo Jack the Giant Slayer, che non solo vorrebbe essere un rocambolesco film fantastico a base di effetti digitali ma che è pure un film in stereoscopia.

Ora, facciamo una premessa: a me i film fantastico-fantasy, piacciono.
Non tutti, sia chiaro. Ma molti sì.
Amo alla follia La Storia Fantastica, credo che Labyrinth sia un film che ogni bambino dovrebbe vedere nella vita, ho visto la trilogia del Signore degli Anelli un paio di volte (continuando ad apprezzare pienamente solo il primo capitolo), adoro Lady Hawk e il primo Conan il Barbaro di Milius (e riesco a guardare anche Conan il Distruttore e Yado), tollero Legend, amo il funebre Excalibur, L'Armata delle Tenebre è per me un film delizioso, mi è piaciuto Lo Hobbit, mi sono piaciuti Willow, Dark Crystal e pure Il Drago del Lago di Fuoco. Ho tollerato la maggior parte degli Harry Potter, non ho urlato alla visione di Dragonhearth, mi è piaciuto Biancaneve e il Cacciatore, non mi sono scandalizzato a guardare la versione high-fantasy di Alice in Wonderland, ho visto con gusto tutte le stagioni di Hercules e Xena e fremo nell'attesa della nuova stagione de Il Trono di Spade.
Questo per dirvi che perché un film a tema fantasy-fantastico mi faccia proprio schifo, deve essere una porcata tipo Eragon, Dungeons & Dragons, La Storia Infinita o la serie di Narnia.
Quindi, prendete questa recensione per quella che è, senza aspettarvi un giudizio troppo severo da parte mia.

Perché, secondo me, questo Cacciatore di Giganti non è malvagio.
Ha una storiellina divertente (è la storia di Jack e dei fagioli magici rivista in tono epico), un cast piacevole, una sceneggiatura accettabile (dove per accettabile di questi tempi significa che non offende, in maniera troppo violenta, l'intelligenza dello spettatore), dialoghi non eccessivamente stucchevoli, personaggi non antipatici e un bel ritmo.
Vi sto dicendo che piacerà ad adulti e bambini? No.
Vi sto dicendo che, se avete un figlio non troppo esigente, si divertirà a vederlo e che voi non cercherete di giocare di nascosto con Ruzzle durante la visione.
Detto questo, il resto sono solo effetti speciali che partono davvero male (non esagero ma la scena introduttiva ha un CGI degna di un videogame indipendente che ha fallito la ricerca di fondi su Kickstarter) e che migliorano (ma di poco) nel proseguio, un uso goffo della stereoscopia, sequenze d'azione confuse e un lavoro di concept design davvero mediocre e banale proprio dove, invece, ci si sarebbe potuti sbizzarrire di più (sui giganti).
Insomma, un filmettino senza particolare infamia e senza particolare lode, da parte di un regista che con questo tipo di cose non sembra proprio trovarsi a suo agio.
E, infatti, il suo prossimo film, è un nuovo capitolo degli X-Men, basato sulla storia "Giorni di un Futuro Passato", una vicenda intimistica e per nulla spettacolare con cui, sono sicuro, Singer si troverà perfettamente a suo agio.

Hollywood: valli a capire.

27.3.13

Jimmy Bobo - Bullet to the Head - la Recensione


In effetti, anche intitolarlo Jimmy il Fenomeno non sarebbe stato male.
Comunque sia... QUI trovate la recensione di Leo Ortolani del film.
QUI la mia, fatta in occasione della Festa del Cinema di Roma.

Il film esce nelle sale in 4 aprile con quel titolo che... vabbè... con quel titolo.
Non è tanto male ma nemmeno tanto bene. Comunque meglio di Last Stand, per capirsi.

22.3.13

Gears of War - Judgment - la recensione


Per una volta mi è arrivato un gioco in anteprima, dandomi il tempo utile per provarlo e farne una recensione entra la data di uscita, che sarebbe oggi.
Peccato che, sul gioco in questione, ci sia davvero poco da da dire.
Quarto capitolo della serie Gears of War, questo Judgment è un prequel della storia della trilogia originale che ci racconta come sono andate le cose quando un popolo di mostri schifosi ha pensato bene di emergere dalla terra e sopprimere la razza umana.
A differenza dei primi tre capitoli, qui non seguiremo le vicende di quel damerino di Marcus Fenix e di Dom, la sua spalla di colore per nulla stereotipata, ma  verremo messi nei panni dell'unico personaggio di tutta la serie in grado di apparire ancora più imbarazzantemente pacchiano dei suoi protagonisti orginali, Damon Baird che, se ve lo state chiedendo, è proprio il biondino con gli occhialini luminosi che ogni tanto appariva nei primi tre Gears, quello che, quando lo vedevate, vi veniva sempre da chiedervi: ma come può essere che non si siano resi conto di quanto è ridicolo questo personaggio?
Ecco, a lui lo hanno fatto protagonista di questo sequel.
Che se avessero fatto uno spin-off sulla sfigatissima famiglia Carmine, io avrei apprezzato di più.

Comunque sia, il fatto che il biondo scartato dai provini di un qualsiasi Final Fantasy sia il protagonista del gioco, non è l'unica novità di questo quarto capitolo.
La cosa davvero diversa è che, rispetto ai capitoli precedenti, il gioco non è più realizzato direttamente da quelli di Epic ma dai tipi loro studio associato polacco People Can Fly, autori del divertente (e sottovalutato), Bulletstorm (e del mai dimenticato Painkiller).
Cosa ha comportato questo in termini di realizzazione?
Poco e molto.
Poco perché, a conti fatti, questo Judgment è niente più che un more of the same di quanto già visto nella serie (e questo è il difetto maggiore del titolo).
Molto perché lo stile dinamico dei People Can Fly ha avuto un'influenza rilevante sulle meccaniche di gioco che, pur rimanendo fedeli a quanto visto fino a questo momento, ne sono uscite rivitalizzate.
Ma andiamo con ordine.
La prima cosa che balza agli occhi una volta fatto partire il gioco è la grande pulizia dell'aspetto visivo e l'assoluta solidità e fluidità di tutto il comparto tecnico.
In termini di spettacolo e visionarietà, questo è sicuramente il capitolo più povero della serie ma, di contro, è anche quello con uno stile visivo più definito, quello più fluido e quello più dinamico.
Intervenendo in maniera non invasiva ma concreta su alcuni aspetti quali la mobilità dei personaggi e i loro tempi di reazione, il nuovo studio ha iniettato nel gioco un nuovo dinamismo che permette al titolo di slegarsi, almeno un pochettino, dalle solite meccaniche "spara e copriti" che sono state il marchio di fabbrica della serie, rendendo ogni scontro decisamente più vario e, come avrebbero detto sulle pagine di Zzap!, compulsivo.
Il problema del gioco sta però nel fatto che è proprio la meccanica di fondo che, arrivati al quarto capitolo, mostra palesemente la corda.
Di fatto, Gears è sempre stato questo:

- Si cammina per un corridoio (più o meno lungo) dove, di solito, non succede nulla e i personaggi snocciolano battute irritanti

- Si arriva in una scatola (più o meno mascherata), dove i nemici arrivano a ondate successive.

- Si uccidono tutte le ondate di nemici.

- Si cammina per un corridoio (più o meno lungo) dove, di solito, non succede nulla e i personaggi snocciolano battute irritanti.


Il tutto ripetuto per sei-otto ore di gioco e intervallato da sequenze (mai particolarmente riuscite) su binari o a bordo di qualche veicolo.
Ora, quando è arrivato il primo Gears questa struttura passava in secondo piano perché il sistema di combattimento era così innovativo e divertente, che la reiterazione degli scontri era un piacere.
Il secondo capitolo ha alzato talmente tanto il livello complessivo degli asset che lo giocavi anche solo per vedere cosa quelli di Epic si erano inventati sotto il punto di vista visivo. E comunque, il perfezionamento delle meccaniche di combattimento rendeva gli scontri ancora interessanti.
Il terzo capitolo lo portavi a compimento perché, per quanto la trama fosse brutta e confusionaria, ormai volevi sapere come andava a finire.
Ma perché giocarsi questo quarto capitolo quando non offre realmente nulla di nuovo e, anzi, reitera fino alla nausea lo stesso schema?
Non ho una buona risposta a questa domanda, lo ammetto.
Poi sia chiaro: quelli di People Can Fly ci hanno provato ad aggiungere elementi in grado di spezzare la monotonia (inserendo, per esempio, delle sottomissioni attivabili nel corso della campagna principale e caratterizzate da tutta una serie di limitazioni e obiettivi specifici da raggiungere) ma, di fatto, il gioco resta il solito shooter in terza persona, tutto giocato sul piano orizzontale, e ormai piuttosto legnosetto.
Aggiungiamoci che la storia ha lo stesso livello qualitativo dei capitoli precedenti (quindi pessima) ma, in più, racconta solo elementi di contorno della trama principale, e capirete come la campagna sigle player del gioco non mi abbia esaltato.

Decisamente meglio, invece, il lato multiplayer.
Il maggiore dinamismo dei personaggi e una minore rilevanza delle coperture cambia in maniera abbastanza radicale lo svolgersi delle partite che ora sono davvero una allegra festa di sangue e violenza digitale da giocare con il Lancer in resta e alla carica (inutile dire che chi amava uno stile di gioco più ragionato e tattico, sarà penalizzato).
Certo, il 95% delle mappe continua a proporre soluzioni di gioco tutte basate su un unico piano orizzontale (giuro che durante certe partite mi è sembrato di essere tornato a giocare a una versione più lenta di Doom) e che questo (per me) è da sempre un difetto enorme della serie, ma di fatto, se siete tra quelli che hanno amato il multi dei capitoli precedenti, credo che amerete anche questo. Forse pure di più.

Per concludere, mi tocca rifarmi a uno dei giudizi più logori e abusati nell'ambito delle recensioni videoludiche: avete amato alla follia i primi tre capitoli della serie di Gears of War? Allora vi piacerà anche questo. Dopo i primi tre capitoli siete stufi dello stile di gioco della serie Epic? E allora state alla larga da questa quarta iterazione.



18.3.13

Dylan Dog: Mater Morbi - edizione Bao -

Ecco la sorpresa.

Un prologo di sei pagine, interamente dipinto.
Sceneggiatura mia, disegni di Massimo Carnevale.


Enrichetto Cosimo alla ricerca del Manga Mangante

"Un piccolo gioiello di comicità e cultura tipografica nostrane". 
Pierdomenico Baccalario, La Repubblica

"Splendidamente illustrato, intelligente, divertente, esilarante. Una fucina d'invenzioni linguistiche tra Bergonzoni e Queneau".
 Renato Pallavicini, L'Unità

"E' qualcosa di diverso, un romanzo fumettoso, o fumettoide, che finirà, oltre che nelle camere di ragazzi e ragazze, agli annali della storia delle relazioni tra scrittura e figura". 
Stefano Bartezzaghi, La Repubblica

“Piacerà a tutti coloro che hanno amato il Diario di una schiappa (e anche a qualcuno in più)(...) Enrichetto è invenzione allo stato puro da gustare, è il caso di dirlo, parola per parola”. 
Elisabeth Clarke, Andersen

“La sua via è lastricata di indovinelli, giochi di parole, trovate stupefacenti e citazioni di manga famosi. È quasi una gara più che un viaggio, ma Enrichetto sa come superare tutti gli ostacoli (...)Il risultato è una sarabanda magica dove tutto, anche la più fantasiosa stramberia, diventa realtà. È un libro sull’amicizia, sulla difficoltà di essere figli, sulla passione per un Giappone tutto disegnato”.
Igiaba Sciego, Internazionale

“Lo consigliamo come regalo per i vostri figli adolescenti per Natale e come regalo per voi nel resto dell’anno. (...) Se non fosse un premio “riservato” agli autori americani, il libro dovrebbe essere candidato all’Eisner Awards del prossimo anno”. 
Nico Vassallo, Afnews

“Enrichetto è un timido insicuro, ma forte della sua fragilità, racconta le proprie paure travolgendo i lettori con calambour e comività (...) Trasgressivo e complesso, Enrichetto Cosimo sfugge alla categoria della letteratura per ragazzi ed è pronto al salto nello scaffale dei libri per adulti”. 

Cinzia Leone, L’espresso

“La proposta di Luca Raffaelli è certamente innovativa (...) non può non attivare la curiosità di questa nuova generazione di lettori che ha certamente bisogno di proposte nuove”. 
Roberto Denti, Tuttolibri, La Stampa.


“Dopo il fenomeno Schiappa potrebbe apparire che anche Enrichetto faccia parte del gruppo. Non è cosi. Questo diario dalla storia assurda, rocambolesca e tanto tanto divertente (...) propone in ottimo italiano uno humour dilagante, dei personaggi stravaganti, un linguaggio insolito e disegni originali”. Teresa Bettarello, Il Giorno





Dunque, con una sfilza di recensione del genere, è difficile aggiungere qualcosa di significativo o rilevante su di un libro.
Quindi la prenderò di sghembo, affrontando la questione da un punto di vista un pelo diverso.
Conosco Luca Raffaelli da un pezzo.
E, probabilmente, se siete in qualche maniera legati al mondo del fumetto, lo conoscete pure voi.
Luca è praticamente ovunque e opera tanto nell'ambito dell'informazione quanto in quello della critica e degli eventi.
Ma non solo.
Luca, oltre a essere uno dei più visibili operatori tra quelli legati al fumetto e dell'animazione è, tra tutti, di sicuro quello più positivo e ottimista.
E questa cosa è il maggior punto di forza e la maggior debolezza di Luca.
Perché se non lo conosci bene, corri il rischio di scambiare la sua positività per una superficiale faciloneria, per quel buonismo generalizzato di quelli che hanno una buona parola per tutto e tutti e che quindi, alla fine, non ce l'hanno veramente per nessuno.
Ecco, io Luca l'ho conosciuto molti anni fa e per, lungo tempo, sono stato allergico al suo approccio "mollichiano" a quello che è il mio settore di competenza.
Dall'alto della mia "complicatezza" ho sempre diffidato dal suo atteggiamento entusiasta e l'ho sempre ritenuto un modo troppo facile per guardare ad un mondo che, dietro a pupazzi e pupazzetti, nasconde logiche complicate e, spesso, molto conflittuali.

Poi, negli ultimi tempi, ho avuto modo di conoscerlo meglio, Luca. E ho capito che non c'è niente di "facile" nel suo modo di essere. Perché Luca non è uno stupido e non è che non vede le cose. Le vede eccome, è che cerca, con grandissimo sforzo ne sono sicuro, di guardare il lato buono dove tanti (io per primo), vedono solo il lato cattivo.
E questa cosa, che nasce da una consapevolezza profonda, è un merito enorme.
Non un demerito.

E ora veniamo a Enrichetto Cosimo alla ricerca del Manga Mangante.
Che è un libro edito da Einaudi Ragazzi e che della filosofia di Luca è espressione purissima.
E' un libro leggero e divertente, molto ricercato nella sua parte grafica e pieno di idee e di spunti.
E' pure un libro semplice, cosa che non lo rende per nulla un libro facile.
E' un libro che ci metti niente a sottovalutarlo (così come è facile sottovalutare Luca) ma che, se non fosse che stiamo in Italia e che in Italia anche le cose belle hanno le gambe corte, potrebbe andare lontanissimo. Perché è scritto bene e pensato meglio.
E' un libro che merita di essere letto e guardato (o guardato e letto, visto quanto è rilevante il suo impianto grafico) ed è un libro che va trattato con la massima serietà possibile, proprio perché è un libro divertente. E non ve lo immaginate nemmeno quanto è difficile essere divertenti, al giorno d'oggi.
Insomma, straconsigliato.


14.3.13

Spring Breakers - la recensione -


Mutilato di alcuni minuti (caduti sotto la censura preventiva del distributore italiano che ha cercato di abbassare il rating) e con un discreto ritardo, arriva anche in Italia Spring Breakers di Harmony Korine.
Chi è Harmony Korine? E' lo scrittore e regista di Gummo e, soprattutto (almeno dal mio punto di vista) è lo sceneggiatore di Kids e Ken Park di Larry Clark.
E questo Spring Breakers con le cose di Clark ha parecchio a che spartire, a cominciare da una visione spietata e disillusa, ma pure romantica ed erotica, dell'adolescenza.
Ora, visto che il blog è in regime "essential", non mi dilungherò troppo.
Il film ha cose molto buone e cose molto brutte.
Nelle molto buone ci metto tutta l'attenzione posta all'aspetto estetico, con una fotografia "di moda" messa in scena però da chi, quel tipo di moda, l'ha teorizzata in tempi non sospetti.
Notevole (e significativa) anche la scelta musicale e valido anche il lavoro di tutto il reparto del sound design.
Buono anche il cast, che nello scegliere di mettere nei panni di un gruppo di ragazzette sbandate tutta una serie di ex-reginette Disney, realizza il senso del film stesso.
Meritevoli alcune scene, particolarmente efficaci nel raccontare, senza eccessi didascalici, il messaggio che Korine vuole passare al suo pubblico (la scena del piano, su tutte).
Non male il montaggio "fuori sincrono", anche se già visto.
Molto brutta, invece, la scrittura. Sgangherata nella struttura quanto presuntuosa nella maniera in cui esprime una visione del mondo che, sotto a una patina di finta trasgressione, è piuttosto qualunquista e bigotta.

Per farla brevissima, il film si riassume in questi tre concetti:

- Queste sono le vostre figlie, che vi piaccia o meno.

- Il sonno della cultura (pop) genera mostri.

- Se preghi ti salvi.

In sostanza, Spring Breakers è un buon film se preso come un pezzo di video-art, ma un pessimo film in quanto tale.
Sullo stesso genere, ma molto più rilevante, consiglio una (ri)visione di una titolo davvero seminale come Schegge di Follia.

Detto questo, l'ultima fatica di Korine è una pellicola piena di figa a stento maggiorenne in bikini e, quindi, una sua ragione d'essere ce l'ha comunque.




12.3.13

The Walking Dead Season 3 e una comunicazione di servizio.


Dunque, a causa di una mole di lavoro impressionante, nei prossimi giorni in blog andrà online in una forma ultra sintetica. Perdonatemi. Esco da questo delirio e torno a fare pezzi più approfonditi.
Detto questo, parliamo di questa terza stagione di The Walking Dead, che è partita benissimo ma che, dopo la pausa natalizia, non è proseguita altrettanto bene. Ora, per venire incontro a quell'obbligo di sintesi di cui poco sopra, farò una recensione della stagione nel minor numero di parole possibili.

Che
Due
Palle

E, comunque, questo pezzo ha più ritmo delle ultime otto puntate.


11.3.13

9 disegnini

Tornato da Mantova.
Sono sfinito.
Oggi, solo disegnini. La maggior parte li ho fatti in treno o al ristorante. O in piedi. La mia vita è diventata surreale.










8.3.13

Il Grande e Potente Oz - la recensione -


Fatto N. 1
La merce più preziosa dell'intrattenimento sono le proprietà intellettuali.
E' sempre stato così ma oggi è ancora più chiaro, rilevante ed evidente.
I personaggi sono più forti delle personalità che li creano e sostengono, presso il grande pubblico.
I personaggi non chiedono aumenti.
I personaggi non ti abbandonano.
I personaggi vivono per sempre e puoi usarli quando vuoi.

Fatto N.2
Non c'è niente di più difficile che lanciare una nuova proprietà intellettuale di successo.
Il grande pubblico, inteso come pubblico planetario, è infinitamente diverso e praticamente impossibile da inquadrare. L'unico modo per pianificare e lanciare una nuova proprietà intellettuale in tutto il pianeta è produrla e promuoverla con un devastante impiego di mezzi e energie.
I fenomeni nascono da soli, vengono dal basso e sono visti dalle major come miracoli, eccezioni o la manna dal cielo. Ma nessuno prevede i miracoli e le major hanno bisogno di pianificare i loro successi. Quindi, devono creare artificialmente i fenomeni. E farlo, costa un sacco di soldi.

Fatto N.3
I soldi non ci sono. C'è la crisi. Non si rischia niente che del domani non c'è certezza.
Ma la macchina dell'intrattenimento deve essere alimentata. E allora, si gioca sul sicuro.
I soldi si spendono per comprare proprietà intellettuali già esistenti, già rodate, già conosciute a livello planetario.
Oppure, per investire su proprietà intellettuali note gratuite, come quelle non più protette dal diritto d'autore.


E veniamo a Il Grande e Potente Oz.
Film marchiato Disney. Quella del topo.
Prodotto da Joe Roth. Quello di Alice in Wonderland di Tim Burton e di Biancaneve e il Cacciatore.
Diretto da Sam Raimi. Quello de La Casa, La Casa II, L'Armata delle Tenebre, Darkman, Pronti a Morire, Hercules, Xena, Soldi Sporchi, Spider-Man, Spider-Man 2 e altra roba molto meno interessante, quando non proprio brutta.
Interpretato da James Franco (uello di 127 Ore, tra gli altri), Rachel Weisz (quella de quel meraviglioso culo che si vede a un certo punto ne Il Nemico Alle Porte), Mila Kunis (quella del ma quanto è bono il Cigno Nero?) e Michelle Wiliams (quella de ma la bionda di Dawson Creek non era morta?).
Il film si basa sulle opere di L. Frank Baum e, ancora di più, sul film Il Mago di Oz, capolavoro del '39 a opera Victor Fleming (e di un sacco di altra gente), di cui la pellicola di Raimi vorrebbe essere il prequel.
Ora, confronti impossibili a parte, c'è da dire che questo nuovo Oz non è malvagio.
Si apre benissimo, con un lungo prologo in bianco e nero in cui la stereoscopia è sfruttata meravigliosamente. E si chiude quasi altrettanto bene, con un terzo atto pieno di ritmo e di tocchi alla Raimi.
In mezzo, c'è una lunga porzione piena di cose poco interessanti e momenti non riuscitissimi a cui si sopravvive solo grazie al fatto che sullo schermo ci sono sempre la Kunis, o la Weisz o la Williams e uno si può immaginre un bel porno saffico a base di sorelle incestuose e il film scorre che è una bellezza.
Per il resto, effetti speciali a tratti davvero belli e convincenti, una direzione artistica generalmente ispirata, un Danny Elfman alle musiche che riesce a servire degnamente la pellicola senza strafare, delle prove attoriali molto buone e qualche battuta divertente, fanno in modo che Raimi il film se lo porti a casa con maggiore dignità di quanto ci si potesse aspettare.
Nel complesso, il film è un 8 (la prima parte), un 5 (la porzione centrale) e un 7 (il terzo atto).
Diamogli un sette meno meno e non pensiamoci più.

Ah, per chi come me fosse interessato alla cosa: la storia del film, più che Oz, è un remake non accreditato dell'Armata delle Tenebre.
Giuro.



6.3.13

Anteprima Esclusiva: la copertina di MATER MORBI e qualche informazione.


Per chi non lo sapesse, Mater Morbi è una mia storia di Dylan Dog, disegnata da Massimo Carnevale e apparsa sul numero 280 della collana.
Ma non solo.
Mater Morbi, infatti, segna l'inizio della collaborazione tra la Bao Publishing e la Sergio Bonelli Editore visto che, a maggio, la casa editrice di Caterina Marietti e Michele Foschini, presenterà un volume di pregio con una ristampa della storia e molto di più (e una sorpresa).
Qui sotto, un breve estratto dal comunicato stampa ufficiale della casa editrice.
Informazioni più approfondite le trovate sulla pagina FB della Bao.



Poche storie hanno segnato l'immaginario collettivo del fumetto italiano dell'ultimo decennio come Mater Morbi, l'episodio di Dylan Dog scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Massimo Carnevale. A maggio 2013, BAO Publishing lo propone nell'edizione definitiva, in un volume cartonato, di grande formato, con una ricca appendice di testi e immagini a cura dei due autori e con una meravigliosa copertina inedita dipinta appositamente dallo stesso Carnevale.
A differenza di altre iniziative in cui i popolarissimi personaggi della Sergio Bonelli Editore sono stati traghettati verso il pubblico più generalista delle librerie, Mater Morbi non è un semplice repackaging di materiale esistente: il cambio di formato, l'altissima qualità di stampa, la dotazione di materiale aggiuntivo (compresa una sorpresa che non verrà rivelata fino all'ultimo momento) ne fanno un'autentica operazione di valorizzazione di una storia che è già Storia. Del fumetto.
Mater Morbi sarà presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino (16-20 maggio), dagli stessi autori, e la settimana seguente sarà in tutte le librerie e fumetterie d'Italia.  


Panda, Asso e... Zerocalcare presentano: Il grande e potente OZ - La Recensione -



Lo ammetto, dopo QUESTA, io, Giacomo e Michele ci abbiamo preso gusto.
Domani, la recensione scritta del film.



4.3.13

Me ne bullo 'na cifra.



Tratto dalla recensione di Leo Ortolani dell'ultimo Die Hard che trovate QUI.
Sono tipo orgogliosissimo.
Resta il fatto che Leo NCCUCDC (no, dico, gli sono piaciuti: Prometheus, Expendables 2, Die Hard 5...).
Tzè.



2.3.13

Ridi, ridi. Ma che te ridi?


Ci sono molte maniera per dire cose sensate.
Nebo, con un sorriso amarissimo, ha trovato la migliore.
Leggete QUI.




1.3.13

Gattini e Tope Spalancate (Kitty & Wide-Open Beavers)




CAGNA
- un raccontino scemo del RRobe -

E' una questione di spina dorsale.
Che certe volte ci vuole più coraggio a mettersi a quattro zampe e offrire il culo al mondo che stare in piedi, rigide, chiuse come quelle cozze che poi vengono scartate dal piatto.
Che certe volte, è più sincera una mano che ti risale nelle viscere che quella che ti carezza.
Che certe volte hai bisogno solo di qualcuno che ti scopi la faccia e ti mischi le ossa, perché dell'uomo che sa ascoltarti, non sai che fartene.
E' una questione di spina dorsale.
Riconoscere il bisogno.
Accettare la propria fame.
Mangiare.

E' distesa sul letto. La faccia nel cuscino e le mani a stringere il lenzuolo.
La schiena è inarcata. Le gambe aperte. Le natiche offerte a Dio.
La finestra è socchiusa nella stanza e lei sente l'aria fredda entrarle dentro.
L'uomo che le sta alle spalle la guarda. Un sorriso stronzo sul volto.
Che ti avevo detto? Dietro tutte le tue belle parole, è solo questo che volevi, cagna!

Non sa bene se lui la chiamerebbe mai in quella maniera.
Forse sì.
Le ha sprofondato il cazzo nella gola. L'ha schiaffeggiata. Le ha sputato addosso. L'ha trattata come un pezzo di carne da battere. E lei se lo è lasciato fare con entusiasmo bovino.
E adesso, LUI, si dovrebbe far scrupolo di una parola?!
E mentre si interroga oziosamente, sente le sue dita che cominciano ad entrarle dentro.
Una cucuzza... due cucuzze... tre cucuzze... tutto il cucuzzaro!

Stop alle metafore.
Una mano che ti entra nel culo non è una scusa accettabile per rinunciare alla buona scrittura.

E' il turno del pollice.
Come si chiama quell'osso sporgente?
Trapezio? Facciamo che si chiami davvero Trapezio. In fondo, non è così importante.
Quello che conta è che il trapezio è un problema.
Lo sente spingere contro di lei. Andare e venire. Andare e venire.
Andare.
Dolore bianco che le cancella la mente.
Cera di sfuggirgli. Si divincola. Si tende fino al punto di rottura. Poi qualcosa cede e il braccio di lui le scivola dentro, libero da resistenze o ragioni.
Il suo culo si stringe attorno al suo polso.
E sono una cosa sola.

Lei cerca di pensare a qualche immagine poetica per redimersi.
Ma la consapevolezza di sé le rimanda l'idea di un galletto allo spiedo.
E contro ogni logica o dignità, viene al solo pensarci.

«Cagna»
Lo sente sussurrare.
Figurarsi se si faceva lo scrupolo.