30.4.13

Game of Thrones - il Trono di Spade - S03E05

Tenere l'attenzione dello spettatore e il ritmo della storia per cinquantotto minuti solo con le chiacchiere, non è impresa da tutti.
E quelli di GoT, questa settimana, non ci riescono.
Episodio particolarmente transitorio e noiosetto dove succedono tantissime piccole cose necessarie, ma nemmeno una che sia interessante o divertente.
Questa serie si sta suicidando. E non perché sia fatta male (non lo è, anzi), ma perché è fatta anche troppo bene. Troppo fedele. Troppo rispettosa. Troppo serva del lato più nerdistico e puntiglioso del suo pubblico (a cui appartengo sia chiaro, e infatti me la sto godendo abbastanza).

In compenso, si vedono le chiappe di Brienne, la Vergine di Tarth.
E visto che siamo in una serie HBO, non sono per nulla da buttare.







Dragonero e Multiplayer.it


Questa è la copertina di Dragonero n. 0
Che sarebbe un tradizionale albo di presentazione come ne hanno già fatti sia la Bonelli che altri editori.
La novità però, e la cosa rilevante, è quel secondo marchio in copertina, perché sancisce e rende pubblica la collaborazione tra la Sergio Bonelli Editore e Multiplayer.it (tanto il portale, quanto la sua costola editoriale).

Cosa significa questo?
Che, a partire da metà maggio, oltre quarantamila copie di questo albo saranno distribuite GRATUITAMENTE al Salone del Libro di Torino (presso lo spazio di Multiplayer.it), nella catena di negozi Gamestop (la più grande catena per la vendita di videogiochi al mondo) e attraverso le spedizioni di Multiplayer.com (la sezione dedicata all'e-commerce di Multiplayer.it).

E, devo ammetterlo, sono molto orgoglioso di questa cosa perché è figlia mia e ci ho lavorato sopra tanto.
Per mettere in atto il progetto che avevo in testa ho impiegato molto tempo, un mucchio di chiacchiere, alcuni viaggi, tutta la mia competenza e ogni briciolo di fiducia guadagnata negli anni.
Sono stato entusiasta, propositivo, persuasivo, ossessivo, stressante, invadente e scassaballe e ancora oggi non mi spiego come mai non mi abbiano mandato tutti a quel paese.
Ma ha funzionato.
Perché realtà tanto distanti e diverse non solo si sono sedute allo stesso tavolo e si sono capite, ma si sono piaciute e oggi, una cosa che non sembrava fosse nemmeno possibile immaginare, esiste.
E l'aspetto più bello di tutta questa faccenda è che questa non è la meta finale del viaggio ma solo il suo inizio.
Non vedo l'ora di raccontarvi il resto.


p.s.
QUI trovate il comunicato ufficiale con tutte le informazioni e nemmeno uno straccio dei miei vaneggiamenti.

The Rolling Stones - Crossfire Hurricane - la mini recensione


Questo pezzo avrei dovuto farlo ieri ma ho la testa su troppe cose e quindi, scusatemi.
Crossfire Hurricane film-documentario sui Rolling Stones, nell'anno del loro cinquantesimo anniversario. E' un bel film?
Lo è. Tanto bel materiale di repertorio, raro o inedito, tanta musica e le voci degli Stones che ci accompagnano lungo la loro storia, commentandola e arricchendola.
E' un film onesto?
Meno. Molto meno.
Perché sono gli Stones che raccontano gli Stones. E diciamocelo, sono piuttosto gentili con loro stessi, tanto da tralasciare, minimizzare o, in qualche caso, omettere dettagli rilevanti e controversi della loro storia.
Mettiamola così: se sapete tutto del gruppo, troverete più interessante notare come Jagger e Richards sorvolano su alcune cosette (tipo un suicidio molto dubbio e un omicidio la cui responsabilità è ancora tutta da chiarire) e come giustificano alcune delle loro peggiori malefatte, che guardare le immagini.
Se, invece, della band sapete poco ma vi piace la loro musica, in film vi dirà un sacco di cose (tutte da prendere con le molle), ma vi mostrerà anche il lato più sano e affascinante degli Stones.
Vale la pena vederlo?
Sni. Ci sono cose migliori e più significative sulla storia degli Stones, indipendentemente dal lato che si decide di voler approfondire.
Ma se decidete di volerlo vedere, fate in fretta, perché resta nelle sale solo oggi.




25.4.13

Napoli Comicon 2013 - i 5 Blogger di nuovo insieme e altra roba (tra cui, Orfani) -


Domani si parte per il Comicon di Napoli.


Con me, Mauro, LRNZ, Gud e Otto.
Incontri, chiacchiere, Facebook, Instagram, Twitter e, ovviamente i reportage sul blog.

E, oltre a tutto questo, oggi, nella Sala Incontri della manifestazione dalle 18 alle 19, la conferenza "Come si diventa Orfani?", il primo incontro pubblico su Orfani, la nuova serie a fumetti della Sergio Bonelli Editore, insieme a una piccola mostra di tavole. Insieme con me, Franco Busatta (il curatore della serie), Emiliano Mammucari (il suo co-creatore) e Luca Maresca (il disegnatore del quinto album).

Venerdì e sabato, invece, mi troverete allo stand Nicola Pesce a fare disegni e firmare le ultime copie di Asso (nel senso che il libro è ormai esaurito e in fiera verranno portate le ultime copie) e di Ammazzatine.

Domenica invece, sarò, dalle 12, in Sala Incontri a fare disegni e firme.

Poi me ne torno a casa.
Se mi vedete, datemi una amichevole paccona sulla spalle.


24.4.13

Iron Man 3 - la recensione -



Il ruolo delle armi negli action movie è ambivalente: da una parte c'è un palesato feticismo, che le esalta e gli concede ampio spazio scenico- Dall'altra parte, c'è un bieco utilitarismo, secondo cui un'arma è solo un'arma, intercambiale e spendibile, a seconda dell'occorrenza.
Perché l'eroe di un action movie è definito dalle sue azioni, non da un destino già segnato e, tanto meno, dal possesso di una qualche arma "magica" ed esclusiva.
In poche parole, John McClane è un eroe anche a piedi nudi, in canottiera e armato di una Beretta 9mm recuperata dal cadavere di un finto-terrorista, con solo un proiettile ne caricatore.
Artù, invece, ha bisogno di Excalibur per essere re ed eroe.
Senza, è Semola.

Altro esempio.
Han Solo e Luke Skywalker. Il primo non ha bisogno di nulla per essere Han Solo, il secondo necessita di una chiamata del destino e di un'arma mitologica ed esclusiva da impugnare per redimersi dalla sua condizione di contadinotto.
Han Solo è action. Luke Skywalker è epico.

Il supereroe, sin dalla sua nascita, ha sempre flirtato con l'epica e il mito.
Scelti dal destino o da entità superiori a compiere grandi imprese (Superman, Bat-Man, Wonder Woman, Lanterna Verde...) e dotati di armi o accessori "magici" in grado di distinguerli (l'anello delle Lanterne Verdi, la ricchezza di famiglia Wayne e via discorrendo), gli eroi della golden age sono sempre stati semi-dei, scesi dal loro olimpo per salvare la razza umana.
Poi sono arrivati gli eroi della Marvel.
Fragili, nevrotici, danneggiati, entrati in possesso di straordinarie abilità per caso o per sfortuna.
Eroi per scelta, mai per imposizione.
Eroi definiti non dalle loro capacità o dagli artefatti (più o meno) mistici di cui dispongono ma dal modo in cui decidono di impiegare quelle capacità e quegli artefatti.
Eroi per cui ogni cosa ha un prezzo da pagare, concreto e reale. Zia May o New York? L'amore della propria vita o il bene superiore? E via discorrendo.
Eroi. Non simboli. Eroi. Non armature.

Un'interpretazione smitizzante dell'eroe (operata attraverso il meccanismo di un maggiore realismo ma anche di una maggiore dell'ironia) messa in atto dalla Marvel che, prendendo le mosse da Fantastic Four 1 e (sopratutto) da Amazing Fantasy N. 15, ci ha portato fino a oggi.
Fino a questo Iron Man 3.
Che è il meno supereroistico tra i film di supereroi ma, allo stesso tempo, il più Marvel tra tutti.
Ma andiamo con ordine.
Chi c'è alla scrittura e alla regia?
Shane Black.
Chi è Shane Black.
Il mio sceneggiatore preferito di ogni tempo, il creatore dell'action movie moderno e l'uomo dietro Monster Squad, Arma Letale 1&2, L'Ultimo Boyscout, Last Action Hero, Long Kiss Goodnight e (in questo caso anche regista) Kiss Kiss Bang Bang. 
Black è anche lo scrittore occulto dei dialoghi di un mucchio di film con bei dialoghi (tra cui Predator, tanto per dirne uno, dove Black fa anche l'attore).

E cosa fa Shane Black con Iron Man 3?
Quello che sa fare meglio: un buddy-action movie stile anni '90.
Nel suo stile unico e inconfondibile e con tutti i suoi luoghi topici.
Il tono da hard boiled con tanto di voce narrante, le battute ironiche degne di Chandler, il ritmo forsennato, l'eroe che scambia battute con il suo socio-spalla (e poco importa se sia un ragazzino o l'amico di colore), una scena ambientata su una grande nave da cargo, il buono che viene rapito e torturato,i personaggi femminili di spessore, un cattivo che ha talmente tanta personalità da averne per due, le spettacolari e violentissime scene d'azione... e un mucchio di armi.
Che, incidentalmente, sono armature.

Proprio così, in Iron Man 3 l'armatura di Tony Stark non è più Excalibur ma è un'arma come tante, replicabile, condivisibile, cje si può usare nelle maniere più creative (e Black ha una certa passione in questo senso, pensate a Tombolino) e che, sopratutto, quando non ti serve più la puoi gettare via e prenderne un'altra. Perché l'armatura è solo un guscio vuoto.
Anche, come dicono bene nel film: il bozzolo di una crisalide.
E la farfalla al suo interno, l'eroe quello vero, è l'uomo.
 Tony Stark. Lui il vero Iron Man.

Aggiungeteci degli effetti speciali sopra la media (scarsa) di questi tempi, un paio di stoccate pesanti agli USA nascoste (ma nemmeno tanto) nelle pieghe della trama, le ottime interpretazioni di tutto il cast con un Robert Downey Jr. che si è finalmente deciso a tornare a recitare come sa e quello che avrete è un film action magnifico.
Epico? Per nulla. Grazie a dio.

Iron Man 3 sarà odiato da ogni nerd in cerca di conferme per le sue insicurezze culturali perché non è un film serio e non vuole esserlo. Ma sapete che c'è? Chi se ne frega.
Per andare incontro al sentire dei nerd il cinema sto morendo ma, grazie a dio, Shane Black viene da un'altra epoca e questo Iron Man 3 è un film vero, come non se ne facevano più da tempo.
Ed è un film Marvel, la Marvel di un tempo.

Il miglior action movie degli ultimi vent'anni.
Incidentalmente, anche un film di supereroi.

Punto.


p.s.
Se mi volete leggere ancora mentre continuo a sproloquiare sul quel genio di Shane Black, andate QUI.

23.4.13

Game of Thrones - il Trono di Spade - S03E04



Detto questo, sto pensando di abbandonare questa cronaca settimanale degli episodi di GoT.
E non perché la serie non mi piaccia più, anzi.
Semplicemente, il tipo di approccio narrativo scelto per questa stagione, rende del tutto inutile commentare il singolo episodio perché, con l'eccezione di alcuni momenti più o meno rilevanti, il singolo episodio è niente e solo l'insieme conta davvero qualcosa.

Sul serio: cosa potrei dire di questa quarta puntata?
Mi sono appassionato a guardarla? Eccome.
Ricordo la trama? A dire la verità, no.
E l'ho visto ieri. Buffo perché ricordo per filo e per segno la trama di alcuni episodi dei Soprano, o di Lost,  o di 24, o di The Shield, e non è che fossero serie non in forte continuity, eh?
Invece, di questa terza stagione di GoT, niente. Guardo una puntata, mi esalto all'occorrenza, ma poi i singoli momenti sfumano nell'arazzo generale. Fortunatamente, è un bell'arazzo.

Quindi, cosa dire di questo S03E04?
Che le cose vanno avanti, nella solita sequenza di scenette sui vari personaggi che, di puntata in puntata, alle volte hanno il loro spazio per fare qualcosa di significativo, alle volte sono solo macchiette, buone per uno stacco e nulla più.
L'impressione generale è che questa frenetica alternanza non dia realmente il tempo ai vari elementi di avere il loro effetto sul pubblico e che troppe cose si affastellino l'una sull'altra, perdendo di importanza.

C'è quasi tutto quello che c'è nei romanzi ma non c'è "il peso delle cose", se capite cosa intendo.
Detto questo, Daenerys ha vissuto il suo momento più alto dell'intera storia (almeno della storia fin qui raccontata dai romanzi) e la scena ha avuto una bella resa, nonostante i limiti di budget.
Avendo letto i libri, so già che il personaggio non si ripeterà più a questi livelli in termini emozionali e un poco mi spiace.

Insomma, aspettiamo la prossima puntata ma, ve lo dico subito, non è detto che verrò a parlarne qui.
Più probabile che ci ritroveremo a tirare le somme a stagione conclusa.



22.4.13

Altra perla da Internet: UBC si lamenta che il mondo va avanti e loro non riescono a stargli dietro.

Copiato e incollato da QUI.



Ultimamente, sta diventando sempre più complicato riuscire a realizzare un articolo di anteprima che abbia contenuti esclusivi o quanto meno inediti.



Quasi tutti gli autori di fumetti, ma anche le case editrici, infatti, si sono ormai attrezzati con siti personalizzati, blog, profili Facebook, Twitter, Pinterest e chi più ne ha più ne metta, cercando di dare in questo modo maggiore/migliore visibilità ai propri lavori.



Eppure, spesso e volentieri, sembra che riescano a complicare la vita degli avidi ricercatori di novità con notizie e immagini a go-go spesso frammentate e non collegate tra loro.


Da tutto ciò, pertanto, ha preso forma l'articolo che segue con cui abbiamo cercato di dare ordine a tutto quello che siamo riusciti a "recuperare in rete" relativamente al prossimo Dylan Dog Color Fest in uscita martedì 23 apile.

Vi lasciamo alla lettura dell'articolo ricordandovi di cliccare sulle immagini (di cui per ognuna è citata la fonte) per vederle ingrandite, con la speranza che l'esperimento possa ricevere il vostro gradimento.







Segue un articolo che è un Ctrl/C, Ctrl/V dei contenuti trovati sui blog degli autori e sul sito della Sergio Bonelli Editore, senza nessun approfondimento e con i link e le fonti indicate male (come nel caso delle segnalazioni a Liquida,  che è un aggregatore che non fa altro che prendere i materiali dalle fonti originali in giro per il web).

In compenso, in calce,c'è questo:


Certo. Il famoso Dylan Dog Color Fest di 100 pagine in bianco e nero e della Star Comics.
5 righe, tre errori GRAVI.

Ma capisco che con tutto il disturbo che il curatore di questo articolo si è dovuto prendere, poi non poteva stare a badare a tutto.


Aggiungo.
Non solo il materiale è preso tutto da altri siti, ma quelli di UBC che fanno? Se ne appropriano e ci mettono sopra il loro marchio, così quegli stronzi del web non gli possano RUBARE LE COSE!!
(Inutile star a notare che UBC è quel sito che pesca le immagini da CBR, taglia via il loro logo e lo sostituisce con il proprio...).

Seriamente...

Punto primo: 
 - è compito di un giornalista procurarsi materiale originale, in anteprima, inedito o in esclusiva.
 La ragione prima perché UBC fa fatica a reperirlo è perché il loro portale fa pochi contatti e dare materiale inedito a UBC significa buttarlo, in termini di visibilità.

Punto secondo:
- non si è mai sentito che un giornalista si lamenti del fatto di avere troppo materiale a disposizione e che poi gli costi fatica ordinarlo. In teoria, questo sarebbe il suo lavoro.


Punto terzo:
- ciao, siete su Internet. Evolvete o estinguetevi.



Come scrivere una graphic novel - o dei disastri che, certe volte, un termine comporta -

Copiato e incollato da QUI.

Una Graphic Novel è un lavoro narrativo simile al fumetto dove le storie sono più complesse e più vicine ad un romanzo. Viene scritto e disegnato pensando ad un pubblico adulto, e la differenza rispetto aifumetti consiste nel fatto che ha un inizio e una fine, cioè è un'opera completa. Dal punto di vista dellasceneggiatura e del disegno, ha un approccio più sperimentale, e una maggiore attenzione all'aspetto psicologico. In questa guida impareremo come si fa a scrivere una Graphic Novel.

1
Come per un romanzo, il fattore importante per una Graphic Novel è la storia, per cui dovrete lasciar correre la vostra immaginazione e mettervi a scrivere. Usate per questo un programma come Wordoppure Open Office Writer. Per ogni pagina della vostra Graphic Novel dovrete scriverne una nel vostro word editor, specificando ilnumero, i colori, e le particolarità della pagina stessa . Dovrete anche descrivere la scena che poi verrà disegnata e colorata, con i dialoghie le didascalie. In ogni vignetta ci potrà essere solo un dialogo tra due personaggi, le nuvolette con le parole portano via molto spazio e ne resta poco per il disegno. Ovviamente questa è una regola che ha le sue eccezioni. Come già detto, l'aspetto psicologico deipersonaggi è importante, perché dovrete farli conoscere da subito. Nei fumetti, invece, questo è un problema secondario, vista laserialità e la possibilità per i personaggi di farsi conoscere poco alla volta.



2
Un modo per rendere interessante la vostra storia, potrebbe essere quello di caratterizzare i personaggi con una frase d'effetto, che riesca a rendere il personaggio stesso unico e attraente. Dividete le azioni,che avete pensato per ogni pagina della vostra storia, nelle varievignette, rispettando una regola non scritta delle sceneggiature perfumetti. Questa regola è che ogni tavola dovrebbe avere uncrescendo, dovrebbe iniziare con una problematica da risolvere e finire con un colpo di scena, in modo da creare una suspence che tenga il lettore incollato alla storia.

3
L'assoluta bellezza del creare libri con fumetti, è che potete inventare tutto ciò che vi piace.
Nelle sceneggiature per i film bisogna tenere conto del budget, dei limiti fisici e del paesaggio reale.
In una Graphic Novel, invece, potete immaginare paesaggi che nella realtà non esistono,personaggi che volano e che riescono a superare le leggi fisiche. 

4
Dopo aver scritto la sceneggiatura per la vostra Graphic Novel, dovrete pensare ai disegni, quindi dovrete contattare un disegnatoreoppure disegnare voi stessi tutti i fumetti. C'è un sito che può risolvere facilmente questo problema, ed è anche in italiano. Si chiama Pixton, e consente di creare fumetti online. Dopo aver scritto e disegnato, la vostra Graphic Novel è pronta per essere pubblicata.



La Casa (Evil Dead) - la recensione del remake -


Sì, è il remake del film culto di Raimi.
Sì, è uno scandalo, certe cose non dovrebbero essere toccate e bla, bla, bla.
Però, facciamo un passo indietro, ok?

E' il 1982. Nelle sale di tutto il mondo arriva The Thing di John Carpenter. Il film è un remake che aggiorna al sentire dei tempi, un classico dell'horror e della fantascienza: The Thing from Another World, pellicola del 1951 di Christian Nyby.
Adesso, io sono sicuro che, anche in quel caso, a vedere il film di Carpenter ci andarono un sacco di quarantenni che avevano visto il film di Nyby da piccoli, e che non erano per nulla contenti del fatto che una pellicola ritenuta un piccolo gioiello, venisse reinterpretata e stravolta da un giovane regista anarcoide.
Eppure, La Cosa di Carpenter si rivelò un capolavoro nettamente superiore al film originale di cui era un remake, un film dotato di un'identità propria talmente forte, da oscurare la sua origine.
E vissero tutti felici e contenti. O qualcosa del genere perché, nel 2011 anche di The Thing venne fatto un remake (sì, il remake del remake), che invece si rivelò un disastro.
Questo per dire che non tutti i remake sono una cosa cattiva a prescindere.
La maggior parte, sì.
Ma quando dietro la macchina da presa c'è qualcuno dotato di una visione e del talento per metterla in scena, allora le cose possono prendere una piega interessante.

Fin qui ci siamo?
Bene.


Evil Dead. Anno, 1981.
Un film talmente piccolo che anche definirlo indipendente, sarebbe un'esagerazione.
Texas Chainsaw Massacre è un film indipendente, Evil Dead, con il suo cast artistico e tecnico composto da amici dell'università che si ritrovavano il fine settimana a girare quasi per scherzo, con i suoi materiali improvvisati e con i suoi attori non professionisti, era un film amatoriale.
Un film amatoriale straordinariamente inventivo e ben realizzato, sia chiaro. Ma pur sempre un film amatoriale.
Girato in 16 mm e con audio in mono, il film aveva come suo unico rilievo tecnico l'utilizzo della shackeycam, una specie di rudimentale steady, inventata dallo stesso Raimi e con la quale era possibile realizzare lunghe sequenza in soggettiva estremamente suggestive. Sotto il punto di vista artistico, invece, le cose erano diverse perché il film poteva contare su uno canovaccio essenziale ma brillante. Partendo da un luogo topico dell'horror di quel periodo (un gruppo di giovani ragazzi che si ritrovano in un luogo isolato a fronteggiare l'orrore), Raimi aveva sviluppato uno script tutto giocato sul ritmo e sulla mancanza di compromessi. Evil Dead era un film asciutto, dotato di un ritmo grandioso ed era pure un film oscuro e privo di qualsiasi umorismo o ironia, perfettamente in linea con i tempi che correvano (gli USA erano ancora scossi dalla crisi energetica del 1973 e l'horror tutto ne aveva largamente beneficiato, non a caso, anche Stephen King in quegli anni realizzò i suoi romanzi più cupi).
Tutto il contrario di quello che sarebbe stato il sequel del film, a opera dello stesso Raimi. Ma il mondo era cambiato e, comunque, questa è un'altra storia.

Comunque sia, questo film amatoriale raggiunge le sale USA, in ben due copie.
Per qualche tempo restò nel limbo ma poi, grazie al passa parola, diventò prima un film di culto e poi un successo planetario.
Il film raggiunge anche le sale italiane nel 1984 con il titolo de La Casa e diventò un campione del nostrano box office, spingendo i distributori a importare un sacco di altri film horror a cui appiccicare la parola "Casa" nel titolo.

L'Italia ha sempre premiato gli horror duri e privi di ironia ma, anche questa, è un'altra storia.


Riassumendo: 1981. Evil Dead. Film amatoriale dai valori produttivi miserrimi, reso grande da un buonissimo script e dal talento visivo del suo giovane regista.
Successo mondiale che spinde le carriere di Sam Raimi, Robert Tapert (il produttore) e Bruce Campbell a prendere il volo (un voletto, nel caso di Campbell).

E siamo al 2013.
Nelle sale USA esce il remake di Evil Dead.
Alla produzione, Raimi, Tapert e Campbell. Alla regia un quasi esordiente: Fede Alvarez.
Dico quasi perché Alvarez qualcosa l'ha girata: un corto amatoriale che ha fatto il giro del mondo:
Panic Attack!
Che è una di quelle robe "ho fatto tutto da solo con due amici, un PC e After Effect" che andavano di moda cinque anni fa ma che, tra quelle robe, è tra le migliori.



Raimi vede Panick Attack e, proprio come Peter Jackson ha preso sotto la sua ala Neil Blomkamp dopo aver visto i suoi corti sul web, sceglie Alvarez come suo toy boy e lo mette al lavoro su un progetto originale.
Che non va in porto.
Ma Raimi non si abbatte e dice ad Alvarez: "vabbè, allora girami il remake di Evil Dead che il primo era un filmetto amatoriale che tutti hanno visto solo in VHS e ci vuole un remake che gli renda giustizia".

E Alvarez non solo lo gira, ma se lo scrive, pure (insieme al suo socio Rodo Sayagues).
E lo fa bene, senza cadere in nessuna delle trappole commerciali che affliggono spesso i remake di plastica hollywoodiani.
Taglia fuori il personaggio di Ash, ignora la deriva ironica dei due sequel, punta al cuore della storia originale e mette in scena un film gradguignolesco, a tratti realmente disturbante, in grado di fare paura.
In pratica, un gioiello che fa tutte le cose giuste e quasi nessuna di quelle sbagliate.
Superiore al film originale come The Thing era superiore a The Thing from Another Planet?
No. Ma qui stiamo confrontando un film del 2013 con uno del 1981  e non un film del 1982 con uno del 1951, i parametri di valutazione sono necessariamente diversi.

La verità è che l'Evil Dead 2013 è un horror vero, di quelli che in sala non arrivano più.
Non fa ridere. Non stempera con l'ironia. Non si sottrae nel mostrare. Non cerca visti censura. Non la butta mai sullo scherzo e se una traccia di umorismo c'è, è celata e gronda sangue.

Grande ritmo. Grande regia. Grandi immagini. Grande script (con giusto un paio di sbavature lievi sul finale).
Se l'horror deve ripartire da qualche parte, sarebbe bello se ricominciasse da qui.
Consigliato.
No, straconsigliato.



20.4.13

L'Audace Bonelli a Roma


La mostra dell'Audace Bonelli arriva anche a Roma.
Palazzo Incontro, dal 20 aprile al 9 giugno.
Oltre duecento tavole originali in mostra e qualche memorabilia, oltre a incontri e appuntamenti culturali di vario genere.
Ieri c'è stata l'inaugurazione.

18.4.13

Calma, Dignità e Classe.

Ieri, dopo l'annuncio sul blog della disponibilità di Mater Morbi sullo store di Amazon, il libro è schizzato in cima alla classifica dei fumetti più venduti dal colosso delle vendite online, scalzando l'amico Zerocalcare che, in cima a quella classifica, ci sta da più di un anno.

Primo nella classifica fumetti e quinto, nella classifica generale.
E' stato un bel momento.



Ma la vita ci insegna che tanto le sconfitte, quanto le vittorie, vanno prese con calma, dignità e classe.


Il disegno è di Riccardo Torti.


Per la cronaca: oggi Zero è di nuovo in testa, e noi secondi.
Per scalzare Zero anche solo per un giornata ci sono voluti: il mio nome, quello di Massimo Carnevale, quello di Dylan Dog e il marchio della Bao.
'Tacci sua.


17.4.13

MATER MORBI - dove, come, quando -

Dunque, Mater Morbi è la ristampa in volume della storia n. 280 di Dylan Dog, scritta da me e disegnata da Massimo Carnevale.


Il volume, di 140 pagine in bianco e nero e colori, di grande formato e con copertina cartonata, è edito dalla Bao e contiene un mucchio di roba.




- Un prologo inedito di sei pagine. Interamente dipinte.
- La storia. Rivista in molti piccoli dettagli.
- Un sacco di studi preparatori. La maggior parte inediti.
- Una lunga serie di pezzi di approfondimento. E un'intervista a Carnevale e al sottoscritto.
- Un lungo estratto della sceneggiatura. Con, in più, un codice per scaricare la versione completa dal web.


Il volume esce con due copertine diverse:




E verrà presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino (16-20 maggio).

Se lo volete, subito dopo il salone potrete trovarlo in libreria di varia e fumetteria.
Se lo volete scontato, potete già pre-ordinarlo da Amazon cliccando a questo link.
Se non sapete se lo volete ma vi interesserebbe saperne di più, QUI trovate una preview  e QUI alcuni approfondimenti.

Edit:
E intanto oggi (mercoledì 17), Mater Morbi è primo nella classifica dei fumetti più venduti di Amazon e nono in quella generale.


16.4.13

Game of Thrones - il Trono di Spade - S03E03


Tre nudi frontali (e posteriori).
Sei o sette cavalli lanciati al galoppo.
Un sacco di divertenti volgarità.
L'arrivo di Bruto (ora manca solo Marco Antonio e Pullo e siamo a posto)

Per il resto, permangono le solite perplessità ma questa puntata mi ha convinto più della altre, fosse anche solo per una regia migliore e scene più articolate. Bellissima la scena nel bosco con l'omino di ferro che sta per passare un tranquillo week-end di paura (e la citazione credo proprio che sia voluta).
E' una gran serie. Più per un pugno di nerd che per il grande pubblico, ma è una gran serie.

15.4.13

Oblivion - la recensione -


Ho visto il film in anteprima la settimana scorsa ma, per non so bene quale ragione, mi sono scordato di parlarvene.





Scusate. Mi sono distratto un secondo.
Di che parlavamo?
Ah, sì, Oblivion, c'è scritto anche nel titolo del post.
Il film in cui Tom Cruise fa Wall-E e ci sono tutte le astronavi uguali a quelle di Syd Mead ma come se le avesse ridisegnate Jonathan Ive (quello della Apple, vi risparmio la googlata).
Il film è...




Perdonatemi. Ho perso nuovamente il filo.
Oblivion, dicevamo.
Del regista del sequel di Tron. 
Che com'era il sequel di Tron? Bello ma con brutte musiche? Brutto ma con belle musiche? Io me lo ricordo sbagliato ma a tratti bello. Ma parlavamo di altro, no? Di che?



Oblivion.
Un film che non è nemmeno malaccio se non fosse che la sceneggiatura ha qualche buco di troppo.
Oblivion, quel film che lo vedi e pensi a Matrix, Il Sesto Giorno, Mad Max, R-Type, Halo, Mass Effect, The Island, Moon e un sacco di altre cose fighissime.







Oddio.
Di che parlavamo?



No. Sul serio.




Ce l'ho giusto sulla punta della lingua.




OBLIVION!
Come ho fatto a dimenticare di parlarvene?
M'è pure piaciuto!
Cioè, forse piaciuto è una parola grossa.
Però è davvero bello a vedersi. Valori artistici e produttivi altissimi.
Magari la somma della parti non restituisce un prodotto così memorabile, ma non è tanto male.
Mi ricordassi solo come inizia. O come finisce. O cosa c'è nel mezzo.
A parte quella navicella che è davvero, davvero figa. Ecco, quella me la ricordo.


Di che parlavamo?
Oblivion.
Bel videogioco, ma ho preferito Skyrim.





Cerchi che si chiudono.



Ho rotto l'anima con Sasha e il suo valore iconografico e la sua rilevanza nella cultura del porno e in generale, da quando ha iniziato la sua carriera, e adesso (che a dirla tutta, la Grey mi ha pure stancato), il cerchio si chiude.
A breve su XL uscirà un pezzo (mio e di Uzzeo) sull'incontro e l'intervista che le abbiamo fatto. Poi basta, giuro.


11.4.13

La realtà in gioco - Storie Straordinarie per Vite Ordinarie -


Antologia nata da un concorso letterario indetto da quelli di Multiplayer.it Edizioni, questo libro raccoglie i racconti dei vincitori e quelli di alcuni ospiti, tra cui il sottoscritto.
GET A LIFE (fatte 'na vita), il mio racconto, è da oggi disponibile gratuitamente sul web.
Potete scaricare il PDF da QUI.
Se vi capita, fatemi sapere cosa ne pensate.
Ah, sì: è un racconto di Asso.

Come il vecchio zio Stephen mi ha bruciato l'immaginario.
















Che quando scrivi della roba che diventa un collegamento e un rimando obbligato per quelli che ti leggono, vuol dire che un qualche risultato lo hai ottenuto.

E quindi, Sasha.



Venerdì io e l'Uzzeo andiamo a intervistarla per quelli di XL.
Mi sembra ieri quando l'ho vista nel suo primo film.
Come mi si è fatta grande.


10.4.13

Californication - sesta stagione -


Facciamo una doverosa promessa:
Californication è finito con la quarta stagione.
In quell'arco di episodi, tutto era stato portato a compimento. Hank aveva risolto il suo rapporto con sé stesso e con la sua natura, lasciandosi alle spalle quello che era, Karen aveva trovato una sua strada indipendente,  lo sgorbio  la figlia aveva iniziato una sua vita adulta, Charlie si era umiliato come e più del solito e Marcie scopava con Stu.
Se la serie fosse stata interrotta in quel momento, con Hank diretto verso il tramonto, io non avrei avuto di che lamentarmi.
Ma Californication è una serie di buon successo e quindi, alla quarta stagione, ne è seguita una quinta, sbagliata tutti i punti di vista.
Hank è stato riportato al punto iniziale, Karen ha ricominciato a fare il tira e molla sentimentale, lo sgorbio  la figlia si è messa a scopare con uno scrittore wannabe, il rock è stato sostituito con il rap, e molto di quello che era buono e giusto è stato dimenticato.
C'è da dire che il finale non era malvagio e che apriva la strada a una possibile svolta.
Che questa sesta stagione, puntualmente, disattende.
Hank finisce in rehab e nei primi episodio viene fatto credere allo spettatore che la stagione si concentrerà su questo. E non sarebbe neanche una cattiva idea visto che un'ambientazione chiusa, con nuovi personaggi e Hank in una situazione inedita, potrebbe essere proprio quello che ci vuole per uscire dai meccanismi sclerotizzati della serie.
E, invece no.
Moody dal rehab ci esce subito (che ti viene da chiederti perché ci abbiano sprecato un paio di episodi su questa cosa visto che, in termini di storia, non ha praticamente peso alcuno) e ricomincia il solito teatrino.
Il solito amore impossibile con Karen, i soliti eccessi di sesso, droga e rock (e questo è un bene perché quello è l'elemento ideale in cui si muove Hank Moody), i soliti luoghi comuni sulla scrittura, il solito Charlie Runkle che viene umiliato nelle maniere più disparate.
L'unica novità reale della serie è che, una volta che gli sceneggiatori hanno capito che tutto quello che si aveva da dire lo si era già detto (spesso anche bene), tanto valeva lasciarsi andare e sprofondare nel più puro delirio.
La sesta stagione di Californication butta via la bussola narrativa e viaggia a vista, fregandosene di qualsiasi cosa, arrivando davvero (e forse, per la prima volta) a somigliare alle cose più scombinate di quel vecchio impenitente puttaniere alcolizzato di zio Bukowski.
Un successo, quindi?
Assolutamente, no.
Un disastro, semmai.
Ma un disastro fortemente cercato e voluto.
Un disastro meta-narrativo in cui la deriva tematica viene messa in scena attraverso una deriva artistica e produttiva.
Non è un caso che la band che meglio incarna lo spirito della serie (e che dalla serie è citata frequentemente) sono quei masters of disaster dei Motley Crue, il gruppo musicale che, più di ogni altro, ha trasformato in opera il loro stile di vita. Nel bene e (soprattutto) nel male, ovviamente.

E questa, grossomodo, è l'unica ragione reale per cui valga la pena di vedere questa sesta stagione di Californication. 

A no, ce ne sono altre due.


- Il culo di Maggie Grace (che dai tempi di Lost ha guadagnato mille punti in termini di fascino e almeno cento in termini di capacità attoriali).



- Tim Minchin. Che, senza farci troppo caso, si prende sulle spalle il peso dell'intera stagione.

Oltretutto, i due interpretano gli unici personaggi davvero belli e interessanti visti negli ultimi ventiquattro episodi e il fatto che non si sia voluto insistere su di loro dimostra che, di fondo, non c'è alcuna voglia di cambiare nulla nello status quo della serie.
E questo è davvero un peccato, anche perché, ormai, a me Karen sta sulle palle e non me ne frega più nulla se Hank la riconquisterà o meno.

Infine, un piccolo bonus: Tim Minchin che canta una canzone che voglio dedicare a certa gente simpatica che mi capita di leggere su Internet.




Lord of Salem


Il nuovo film di Rob Zombie con Sheri Moon Zombie come protagonista assoluta.
Non posso dirvi nulla perché c'è l'embargo per le recensioni ma sappiate che mi è piaciuto tanto.
Comunque, a fine mese vado a intervistare la coppia più bella del rock (il grosso del lavoro lo fa la Moon) e faccio un bello speciale.