31.7.13

l'Alba degli Orfani.


Sul sito della Sergio Bonelli Editore trovate una nuova intervista sulla serie.
Cliccate QUI

30.7.13

Due parole in più sull'affare Disney-Panini.



La notizia è ancora fresca e molte stupidate sono già state dette.
Cominciamo da quelle del Corriere della Sera  che, nel dare la notizia, scrive così:

la Panini di Modena ha siglato un accordo preliminare per rilevare la divisione periodici della Disney (Disney Publishing), che pubblica Topolino e altre riviste per bambini come Bambi, Winnie the Pooh e Witch. Non solo calcio, insomma, la Panini adesso si occuperà anche della storica rivista di fumetti.

Scordandosi bellamente della Panini Comics che, in fondo, pubblica cose trascurabili come Spider-Man e tutti i fumetti Marvel, una tonnellata di manga, tantissimi fumetti francesi e Rat-Man. 
E questo solo in Italia. All'estero hanno pure la DC Comics.

Altra imprecisione riportata praticamente da tutti (ma qui è colpa del comunicato originale dell'Ansa) è che la Panini stia rilevando la Disney Publishing. Da quello che si è capito (anche questa è una cosa riportata dal comunicato dell'Ansa, poche righe dopo), la Panini dovrebbe aver semplicemente siglato un contratto di licenza per sei anni su uno specifico settore della Disney Publishing (a sua volta parte del gruppo Disney).
Quale settore? A giudicare dal numero di impiegati che verranno toccati da questa operazione (ventidue a sentire Ansa e quotidiani), quello delle testate periodiche (Topolino e testate correlate, le testate al femminile e le testate pre-scolari). Dovrebbero restare quindi esclusi altri settori come quello dei libri, tanto per fare un esempio.
Ora, questo non è essersi comprata un pezzo della Disney come riportato dagli organi di informazione, giusto?
Ma del resto, Repubblica titola "Disney vende Topolino alla Panini" che, permettetemi, è una discreta mistificazione.
Detto questo, fino a quando non ci sarà una comunicazione ufficiale, il condizionale è d'obbligo.

Riassumendo, queste sono le uniche informazioni circolate:

- Cessione per sei anni dei diritti di pubblicazione dei periodici Disney a Panini.

- Possibile cambio di sede della redazione periodici della Disney da Milano a Modena.

- Sciopero indetto dai sindacati  per protestare contro questo possibile cambio di sede.

Tutto il resto sono o ipotesi, o cazzate.

Ora, su questi fatti si possono fare parecchie riflessioni.
La prima che mi viene in mente riguarda la Panini ed è pienamente positiva.
Per anni l'editore modenese è stato accusato (e spesso si è accusato da solo) di essere un abile impachettatore di prodotti altrui ma uno scarso creatore di prodotto proprio. Ora, con un solo colpo, si carica il peso (enorme) di produrre un'ingente quantità di materiale (va ricordato che Topolino è settimanale), portandosi però in casa tutto il sapere di una tradizione lunga e rispettata come quella della scuola italiana Disney. Non è per nulla poco.
Sono fiducioso nel fatto che, una volta risolti i problemi (prevedibili) con i sindacati e la redazione, la Panini uscirà enormemente accresciuta da questa operazione. Oltretutto, per quanto aziende diverse, Panini e Disney non sono così diverse nella loro struttura e il passaggio, probabilmente, risulterà meno traumatico di quanti molti si aspettano.

La seconda riflessione è meno positiva e riguarda la Disney.
Che, evidentemente, ha cambiato strategia e a ha deciso di smarcarsi dall'impegno e dagli investimenti richiesti dalla produzione di materiale originale a fumetti legato ai suoi personaggi storici. Strana mossa per un'azienda che, nel resto del mondo, non sta facendo altro che comprare proprietà intellettuali a man bassa, portandosele tutte in casa e producendole direttamente (la Marvel, la Lucas e via dicendo).
Non mi piace essere pessimista ma sembra quasi un segno di cattivo auspicio per il settore del fumetto italiano. Come se la Disney avesse capito qualcosa prima degli altri.
Probabilmente mi sbaglio e tutta questa operazione è diretta conseguenza di riflessioni molto più articolate e complesse, nate da ragioni di cui non sappiamo (e non sapremo) nulla. 
O, molto più semplicemente, i conti in casa Disney non tornavano e bon.
Però è strano, concedetemelo.

Detto questo, le chiacchiere in questo momento sono abbastanza inutili.
Come cambieranno le cose lo vedremo in tempi relativamente rapidi (la periodicità di Topolino lo impone) e, a quel punto, tutte le speculazioni lasceranno il campo alla realtà.
Da parte mia, faccio un in bocca al lupo sincero alla Panini (le sorti di Topolino sono un pezzo importante delle sorti del fumetto italiano tutto) ma, allo stesso tempo, mi sento di solidarizzare con i ventidue dipendenti Disney che da oggi sono in sciopero.

Viviamo in tempi interessanti, questo è certo.






Topolino passa alla Panini. Dall'Ansa la conferma.



La notizia la trovate QUI.
Riporto qui di seguito:

(ANSA) - MILANO, 30 LUG - La Panini di Modena ha siglato un accordo preliminare per rilevare la divisione periodici della Disney (Disney Publishing), che pubblica Topolino e altre riviste per bambini come Bambi, Winnie the Pooh e Witch.

L'operazione interessa 22 dipendenti Disney, pari a circa un decimo del totale in Italia e comprende una licenza di sei anni per la pubblicazione di periodici. I sindacati intanto hanno proclamato uno sciopero contro il trasferimento dei lavoratori da Milano a Modena.

Ovviamente l'articolo è scritto in maniera confusa e genera confusione.
Non ha senso dire che Panini "rileva" la divisione Pubblishing della Disney, come se si fosse comprata un pezzo dell'azienda, e poi specificare che l'accordo prevede una licenza di sei anni.
Semplicemente, la Panini compra una licenza per la pubblicazione dei periodici che passano da Disney all'azienda modenese.
Comunque sia, la questione fa riflettere su molti punti di rilievo.

- Lo stato della Disney in Italia e il suo futuro.

- La strategia della Panini, specie alla luce di altre notizie circolate in tempi recenti  (e poi smentite).

- Il destino della redazione Disney (dal numero di dipendenti coinvolti si presume che la cosa, infatti, riguardi solo le tre aree periodici: Topolino e correlati, testate femminili e prescolari, lasciando fuori la Disney Libri) che, stando a quanto si legge da questo comunicato, non sembra così roseo.

A margine, aiutatemi a ricordare: è la prima volta che viene indetto uno sciopero nell'ambito del fumetto?

Sono stati i migliori in quello che hanno fatto.

Qualche tempo fa, vi ho segnalato il concorso Disegna Wolverine, legato al film attualmente nelle sale e con me e il Dottor Manhattan come giurati.
Oggi, vi mostro i finalisti:

ANDREA MELONI

ARMANNO FORTUNATO


FEDERICO VICENTINI


LUCA CLARETTI


PIERLUIGI ABBONDANZA


E il vincitore finale:

CLAUDIO IEMMOLA


23.7.13

Wolverine - l'Immortale - la recensione


Lista delle cose più utili e interessanti da fare piuttosto che guardare Wolverine - l'Immortale -:
scopare con una bella donna, uscire con una bella donna, parlare al telefono con una bella donna, scriversi con una bella donna su Skype-Facebook, guardare le foto di una bella donna su Internet, immaginarsi di fare una di queste cose con una bella donna immaginaria, scopare con un uomo se ti interessa l'articolo, farsi una sega, uscire con gli amici, stare in casa con gli amici, parlare al telefono o su Skype o su Faceboook con gli amici, portare a spasso il cane, farsi due seghe, andare al cinema a vedere un altro film, mettere in ordine i fumetti, spolverare le statuine, fare i piatti, rimanere a casa e vedere un altro film, giocare a un buon videogioco, disegnare, giocare a un videogioco brutto, lavorare, cantare sotto la doccia, ballare nudi in bagno, fare i piatti, spazzare il pavimento, pulire il bagno, farsi delle foto di tre quarti dall'alto e poi postarle su Myspace aspettando i commenti, imparare a suonare la chitarra, fare il bucato, non fare un cazzo, chiamare la mamma, litigare con qualcuno su un forum di fumetti, stendere i panni, guardare crescere la barra di download del client torrent, controllare la posta, scoprire se qualcuno usa ancora ICQ, evadere la posta, chiamare una propria ex e farsi rinfacciare tutti gli errori fatti nella vita, andare in posta e parlare con i vecchi, farsi una passeggiata sotto la pioggia, pestarsi da soli i piedi, leggere quel trattato sulle infezioni durante in diciannovesimo secolo che sta sul vostro comodino da mesi, torturare qualcuno, iniziare una discussione su Google Plus, ascoltare tutti i dischi dei Beatles in ordine cronologico inverso facendo finta di viaggiare nel tempo, rivedersi Elektra, Catwoman, i due film di Ghost Rider e i due film dei Fantastici Quattro e provare a trovarci qualcosa di buono, fare le flessioni, levarsi i punti neri, grattarsi, pensare intensamente alla morte, fumare, fare le facce buffe nello specchio, andare a farsi un giro con la moto, prepararsi una buona cena, andare a mangiare dallo zozzone di via Tuscolana, ridere di quel libro che ha scritto quella tale e scriverne una recensione al vetriolo nella propria mente, leggere un fumetto di Marco Corona, togliersi le pellicine dalle dita, non leggere un fumetto di Marco Corona, sparare al gatto con le Nerf, sparare al cane con le Nerf, usare le Nerf per far finta di essere Kurt Cobain, interrogarsi sul rapporto difficile tra nuovi media e realtà, fare le puzze sotto le lenzuola e poi odorarle, stare sdraiati immobili sul letto e guardare il soffitto cercando il volto di Dio. Dormire. Morire. Sognare, forse.

Il problema di Wolverine - l'Immortale - non è solo che è un film brutto (e lo è) ma che è un trionfo della più totale e assoluta mediocrità sotto tutti i punti di vista. E' talmente sciatto, privo di idee, realizzato senza voglia o senso, che non fa nemmeno incazzare. Deprime.
Un film che è solo uno squallido spreco di tempo, pellicola, soldi e di Hugh Jackman, che è l'unico che si impegna (ma vi avverto donne, il fan service è ridotto rispetto alla pellicola precedente).
Brutto, stupido, noioso, prevedibile, con orrende scene d'azione, dialoghi imbarazzanti, cazzate una via l'altra come non ci fosse un domani, scene patetiche (memorabile, in senso negativo, il finale), pessimi effetti speciali e con una storia che, nonostante quello che regista e produttori hanno detto, non ci capa assolutamente nulla con la bella miniserie di Claremont e Miller.
Sul serio: la visione di questo film mi ha talmente annoiato che quasi ho rivalutato Man of Steel.
Almeno il film sullo psicopatico omicida che, incidentalmente, indossa il costume di Superman di Snyder ti fa incazzare e suscita il dibattito, questo Wolverine invece, è la morte dei sensi.
Nella classifica dei film dedicati ai supereroi si attesta sugli scalini più bassi in assoluto, andando a fare compagnia ai già citati film di Ghost Rider, a Elektra e a Catwoman. E si fa superare in scioltezza da robaccia come il terzo film degli X-Men (di cui comunque questo Wolverine è il continuo diretto), dal  primo film dedicato a Wolverine (che era semplicemente imbarazzante ma che, rispetto a questo, almeno non si prendeva sul serio), dai due film dedicati ai Fantastici Quattro e dal preistorico Daredevil.
Sul serio, poco importa quanto amiate il personaggio del canadese con gli artigli, lasciate perdere.
Che la vita è breve.


p.s.
a margine, il tutto è peggiorato da un doppiaggio imbarazzante e da una stereoscopia fastidiosa.

22.7.13

Monsters University - la recensione -


Premessa: ho visto tutti i film Pixar al cinema e poi li ho comprati tutti prima su DVD e poi su Blu-Ray. Un certo numero (non indifferente), con il cambio di formato, li ho persino ricomprati.
Quindi, nonostante io non abbia particolarmente amato le produzione degli ultimi anni di Lasseter e compagni, vi prego, risparmiatemi almeno l'accusa di essere uno di quelli che odia la Apple, odia la Disney e quindi, in ultima istanza, odia la Pixar.
La Pixar mi piace, tanto. Credo che per lunghi anni, siano stati lo studio di riferimento non solo per l'animazione digitale ma per il cinema in generale con grandi soggetti, splendide sceneggiature, regie magnifiche e un livello tecnico e artistico irraggiungibile.
Penso pure però che, negli ultimi tempi, la maggior parte dei film della Pixar sia stata mediocre, se non brutta, con l'apice negativo toccato da robaccia come Cars 2 e Brave. E penso che altri studi abbiano sporadicamente raggiunto e superato, la qualità della casa di Buzz e Woody.
Mi vengono in mente, per esempio la Dreamworks con Dragon Trainer, o la Sony con Le Avventure di Tin Tin, o la Disney con Rapunzel (vetta assoluta dal mio punto di vista). O la Nickelodeon con Rango.
Per questa ragione e per altre, sono andato a vedere questo secondo capitolo delle avventure di Sullivan e Mike, ambientato negli loro anni universitari (quindi, ben prima del film originale), animato da un certo scetticismo. Anzi, a dire il vero, mi aspettavo proprio il disastro.
Che non c'è stato.
Monsters University è un bel film. Lontano anni luce dall'essere un instant classic come il film da cui prende le mosse ma, comunque, pienamente meritevole di essere visto.
E la ragione è presto detta: fa ridere un sacco.
L'umorismo si muove su un triplice binario: quello surreale, tutto giocato sul parallelismo tra il nostro mondo e quello dei mostri, la commedia buddy-buddy (genere su cui la Pixar si è sempre espressa bene), e la commedia demenziale-scolastica (da Animal House a La Rivincita dei Nerd).
Tutto funziona a meraviglia. Il ritmo è altissimo, i personaggi tutti azzeccati, le meccaniche narrative - per quanto classiche - perfettamente centrate e a fuoco. Non c'è un dettaglio fuori posto o che si sarebbe potuto fare meglio. Manca giusto quel pizzico di "magia" che ha reso speciali pellicole come Toy Story e lo stesso Monsters Inc. ma, a conti fatti, non è così importante.
Il film è un sequel-prequel ed è già tanto che sia venuto così bene, specie perché spezza un striscia negativa che la Pixar stava portando avanti da qualche tempo.
Insomma, merita. Non è imprescindibile ma merita.




18.7.13

Pain & Gain - muscoli e denaro - la recensione


Per parlare di questo film la stavo prendendo larghissima.
Perché io, Michael Bay, non solo lo seguo da tempi davvero non sospetti (i video con Meat Loaf), ma perché, al netto dell'aspetto più commerciale e meno interessante delle sue cose, mi piace.
Molto.
Lo ritengo un regista privo di compromessi, visionario, provocatorio, paraculo, talentuoso, tecnicamente irragiungibile. Ma stare a spiegare perché mi ruberebbe molto tempo e molto spazio.
Quindi, rimando a una retrospettiva su tutti i suoi film che ho in cuore di scrivere da un sacco di tempo.

Parliamo solo di Pain & Gain.
Il film nasce all'indomani di quel megagigaubertispaccoilculoblockbuster noto con il nome di Transformers 3.
Bay, subito dopo aver completato il montaggio definitivo, si è messo a dichiarare che il suo prossimo film sarebbe stato una cosa piccola, intimista, quasi da Sundance.
Poi si è saputo che sarebbe stato un film basato sulla storia vera di alcuni rapitori culturisti e che nel cast ci sarebbero stati Mark "Marky Mark" Wahlberg e Dwayne "The Rock" Johnson.


Piccolo. Intimista. Quasi da Sundance.

Adesso, per amore d'onestà, bisogna dire che il film ha effettivamente un budetg ridotto, nell'ambito delle produzioni americane (è costato una ventina di milioni di dollari) e microscopico per gli standard a cui è abituato Bay (che di solito non gira se non ha ALMENO duecento milioni a disposizione).
E bisogna anche dire che il fatto che il film sia "in economia", non influenza di una virgola lo stile del regista.
Ci sono le sue immagini patinate? Sì. I folli carrelli a girare? Pure. Il piano sequenza circolare protratto per minuti e minuti come a dire, "levati dal cazzo Orson Welles che qui mica stiamo a pettinare le bambole"? Quasi meglio che su Bad Boys II. 
Mancano solo le macchine che esplodono. Ma non servono perché c'è una cosa che nella maggior parte dei film di Bay è mancata: una storia.
Ed è anche una bella storia, tratta da un articolo giornalistico su una banda i culturisti idioti che, sul finire degli anni Novanta, decise di darsi al rapimento e all'estorsione per pompare la loro vita, oltre che i loro muscoli.
Nelle mani di Bay e dei suoi sceneggiatori, questo spunto diventa pretesto per mettere alla berlina tutta una serie di derive e male interpretazioni del sogni americano.

Stilisticamente, il film paga un enorme pegno a quello che è stato uno dei due maestri spirituali di Bay, Tony Scott. E infatti sono molti, ma davvero molti, i punti in comune con Domino (uno dei film più assurdi e personali del fratello che non doveva morire della famiglia Scott), sia sotto il punto di vista della grammatica narrativa, sia sotto il punto di vista visivo. Altra influenza piuttosto evidente è quella dei fratelli Coen, anche se Bay non ha il loro tocco e non riesce a misurare con equilibrio gli elementi farseschi con quelli di puro orrore. Ma, nel complesso, la regia del film è più che buona.
Come sono buone, anzi, ottime, le interpretazioni dei due protagonisti e di tutto il cast di contorno (tra cui spiccano Ed Harris e Tony Shalhoub). Bello il montaggio, ottima la colonna sonora.

E allora perché non ne sto parlando come di un gioiello?
Perché è vero che questa volta Bay ha la storia, ma non ha buoni sceneggiatori a servirla.
Per carità, fanno il loro lavoro, non pasticciano, raccontano tutto con ordine, chiarezza e coerenza, non lasciandosi dietro alcuna voragine... però non hanno brio e ricorrono a espedienti goffi e rozzi per servire le informazioni allo spettatore.
Una singola voce off è spesso stucchevole nell'economia di un film... immaginate quanto possano esserlo quattro o cinque. Ecco, Pain & Gain è raccontato tutto attraverso questo espediente.
A parte questo, il film ha più meriti che difetti e io ve lo consiglio.

Esce oggi nelle sale.

Di Rock, Concerti e Regole di Vita.


Ieri mi sono divertito a stilare alcune regole di vita, di rock e di concerti.
Ale Giorgini ha deciso di illustrarle.
Ne è uscita fuori una sorta di "infografica" (mai termine è stato usato più a sproposito) che oggi ospitano quelli di Rockit.
La trovate QUI.
Quella qui sopra, invece, è la maglia con la stessa illustrazione e le varie regole. Se vi piace, chiedete ad Ale che vi dirà come fare per averla.


EDIT: la maglia comprate comodamente da QUI.

17.7.13

Il Peso della Forma

pezzo apparso per la prima volta nel numero di giugno 2013 della rivista XL.


Semplificando brutalmente, la filosofia occidentale scinde forma e contenuto contrapponendoli in una dicotomia conflittuale. Quella orientale e giapponese, in particolar modo, ci dice invece che la forma E' contenuto, che il vuoto è pieno, che il segno è significato oltre che significante.
Ecco, a seconda dalla parte del mondo da cui si guarda Alessandro Baronciani, il suo lavoro assume una valenza diversa. Insopportabilmente vacuo, stilisticamente congelato, privo di forza e intensità, per un lettore abituato alla “ciccia” del fumetto occidentale, rarefatto, evocativo, elegante, per chi frequenta contesti meno provinciali. Stabilire quali delle due visioni sia la più corretta non è semplice e la nuova raccolta distorie edite dalla Bao non aiuta in tal senso. Perché la forma del libro è talmente tanto azzeccata e incisiva da definirne i suoi contenuti e dargli un senso compiuto. Forse, con un'edizione diversa, questa antologia di storie realizzate tra il 1992 e il 2012, sarebbe risultata disomogenea, vuota e priva di senso, ma questo libro ha la forma che ha, non un'altra.
E in base a quella forma va valutato. Perché non si può separare l'opera di Baronciani dall'aspetto, visivo, fisico e tattile che assume. Il suo stile è la sua sostanza. La sua forma è la sua narrazione.
Dimensioni, grammatura della copertina e della carta degli interni, tagli della pagina, grandezza del segno a china, equilibrio tra bianchi e neri, distribuzione delle vignette. Si comincia a leggere un libro di Baronciani quando lo si guarda sul bancone e si prosegue quando lo si prende in mano, lo si sfoglia e lo si odora. Leggerlo è solo la fine del viaggio, non l'inizio.
E così, come per Le ragazze dello studio di Munari, quando chiudo Raccolta 1992-2012 dimentico immediatamente di cosa parla ma ricordo in maniera limpida le sensazioni che mi ha dato.
Sono tutte piacevoli. E non è poco.



16.7.13

La Repubblica XL - Luglio/Agosto -



Sul numero di questo mese, oltre alla rubrica "Dalla Parte di Asso", dove parlo dei nuovi libri dell'etichetta 9L della Panini, trovate la mia scarna anatomia nella foto di gruppo in copertina e, all'interno, insieme a qualche altra fotina, qualche chiacchiera a (s)proposito sulla cultura in Italia, il tutto nell'ambito del festival organizzato dalla rivista e da Manuel Agnelli, HAI PAURA DEL BUIO? 
QUI trovate qualche informazione in più.


15.7.13

Siete i migliori in quello che fate? WOLVERINE - l'immortale - CONTEST


Sulla pagina Facebook del film Wolverine - l'immortale- è stato dato il via a un contest per disegnatori.
In sostanza, viene chiesto di inviare un proprio disegno di Wolverine e, ai più belli, verrà regalato un (bel) poster serigrafato del film. Oltre al fatto che è sempre una buona occasione per farsi vedere.
Ma perché ve lo segnalo?
Perché la giuria è composta dal sottoscritto e dal Doc Manhattan.
Quindi, cominciate pure a corromperci.

Per tutti gli altri dettagli, andate pure QUI.


11.7.13

Talebani senza causa.


In giro su Facebook leggo il parere di un mucchio di grandi appassionati di manga e anime giapponesi che stanno vivendo l'arrivo di Pacific Rim nelle sale come una specie di furto alla cultura giapponese, sul genere Il Re Leone contro Osamu Tezuka.
Ecco, il primo giapponese che si è espresso sulla pellicola di Del Toro è stato Hideo Kojima, il creatore di Metal Gear, che se ne è detto entusiasta e ha parlato di uno straordinario omaggio che lo ha scosso come solo Jurassic Park era riuscito a fare prima.
Poi è arrivato il parere di Yoshiyuki Sadamoto (quello di Evangelion) che ha definito il film come un enorme e spettacolare tributo ai tokusatsu movie e agli anime.
Fumito Ueda (Ico, Shadow of the Colossus) si è spinto anche oltre, dicendo che Pacific Rim supera il ricordo dei film di mostri che amava da bambino.
Infine, si è espresso il DIO-DEMONE dei manga e degli anime, l'uomo senza cui Pacific Rim non esisterebbe neppure, sua maestà, Go Nagai.
Che, cito testualmente, ha detto:
"I was overwhelmed by the intense kaijū vs. giant robot action. It was fun!"

Dunque, che ne dite se la piantiamo con questa minchiata de: i giapponesi non avrebbero voluto?
I giapponesi sono onorati di Pacific Rim e gli è pure piaciuto un sacco.

Ah, il manifesto qui sopra è di Shinkawa, non so se avete presente.

 Il film esce oggi. La mia recensione la trovate QUI.


9.7.13

Dylan Dog 325 - una nuova vita -


Anteprima della copertina di Dylan Dog 325 - Una Nuova Vita -
La storia è scritta e disegnata da Carlo Ambrosini ed è il primo albo della Fase Uno, l'operazione di rilancio che, gradualmente, investirà tutte le collane legate a Dylan Dog. Se poi volete saperne di più, sul sito della Bonelli trovate i bozzetti e alcuni approfondimenti (cliccate QUI).


ORFANI: la fine del mondo, è solo l'inizio.


8.7.13

Pacific Rim - la recensione di Zerocalcare, Panda e Asso -



La trovate sul sito di XL, cliccando QUI.

Pacifi Rim - la recensione in anteprima - (no spoiler)


Alcuni giorni fa:
anteprimissima di Pacific Rim per un ristretto numero di blogger e giornalisti.
Io tra di loro. 
Ora, tenendo conto di quanto sono in fregola per vedere questo film, la cosa non fa che esaltarmi ancora di più. Quindi, prendo l'appunto mentale di non lasciarmi influenzare da questo elemento nel giudizio finale al film.
La sala della proiezione è una di quelle salette private delle varie case cinematografiche.
E' piccolina ma ha poltrone in pelle comodissime, un buono schermo perfettamente tarato e, soprattutto, ha il nuovo sistema audio della Dolby, quello con gli altoparlanti montati anche sul soffitto, proprio sulla testa degli spettatori. Una roba che devi sentirla per capirla davvero. Prima del film ci mostrano un test, proiettando il trailer di Man of Steel. La qualità audio è talmente coinvolgente che mi viene quasi voglia di rivedere il film per intero. Poi mi ricordo di Jor-El trasformato nell'assistente di Word (quella fottuta graffetta antropomorfa che spunta ogni tre per due e che non si capisce mai come si disabilita del tutto) e capisco che anche questa cosa rischia di alterare in positivo la mia valutazione, quindi mi riprometto di fare la tara a proiezione avvenuta e di escludere tutti questi parametri esterni che nulla hanno a che spartire con la qualità della pellicola.

Inizia il film
E, più o meno al decimo minuto, dopo aver visto uno dei più intelligenti ed efficaci preamboli di sempre, mi viene da pensare a quanto io sia stato cinematograficamente fortunato, nella vita.
Quando avevo cinque anni, mio padre mi ha portato a vedere al cinema il primo Guerre Stellari. La sala era il Royal e io ricordo che il volume era altissimo. E' uno dei mie ricordi più vecchi. E importanti.
Quel film mi ha cambiato la vita ed è una delle cose per cui vorrò sempre bene a mio padre.
Negli anni a seguire, sempre al cinema, ho avuto modo di vedere pellicole come I Predatori dell'Arca Perduta e tutti gli altri film della trilogia di Indiana Jones (no, non ammetterò mai che adesso è una quadrilogia) Alien (entrando di nascosto), Blade Runner, Aliens, Terminator, Terminator 2, Tron, Superman, Robocop, la trilogia di Ritorno al Futuro, E.T., Toy Story, Matrix, Avatar e via discorrendo. 
Film seminali che hanno cambiato per sempre l'immaginario collettivo, reinventandone il linguaggio e la forma.
Film come questo Pacific Rim di Guillermo Del Toro.
Che non è solo un bel film. Ma è il cinema che si riscrive di nuovo.

Ora, sia chiaro: non è che Del Toro ha reinventato la ruota. 
Si pesca a mani basse a destra e a manca? Certo.
Ci sono i film Kaiju giapponesi (avete presente Godzilla? Ecco, quelli.), ci sono i cartoni animati robotici (da Go Nagai a Evangelion, passando per tutto quello che ci sta nel mezzo), c'è Ghost in the Shell, c'è Hellboy, c'è Lovecraft a badilate. C'è Top Gun, per la mia felictà (no, nessuna partita di beach volley e solo un pizzico di bromance). C'è persino Robojox. Ma tutto viene dosato con gusto e sapienza da un regista che queste cose le ha viste, fruite e amate. Prima come spettatore e poi come autore.
C'è amore vero, in questo film. Ma non solo. C'è pure competenza. E tonnellate di talento sia narrativo che visivo.
Perché Del Toro è un regista che pur mettendosi spesso al servizio di opere fortemente commerciali (Mimic, Blade 2, Hellboy e Hellboy 2) non perde mai la sua identità e riesce a portare a casa  film che soddisfano pienamente le necessità commerciali, rimanendo autoriali. 
E questo Pacific Rim non fa differenza.
E' un film su robottoni giganti che si menano (oddio quanto si menano!) con mostri giganti?
Sì.
E' un film che vuole incassare una zilionata di dollari e dare vita a una nuova proprietà intellettuale di successo?
Pure.
E' un film di Guillermo Del Toro?
Dalla prima all'ultima inquadratura. Senza concessione alcuna.
Impara, Gore "genio sprecato" Verbinski.

Tornando al film, mettiamola così.
Prescindiamo dalla storia. Ben raccontata ma prevedibile.
Prescindiamo dai personaggi. Divertenti (specie i due scienziati) ma assolutamente stereotipati.
Prescindiamo pure dal ritmo. Perfetto.
Prescindiamo dalla colonna sonora. Magnifica.
E prescindiamo pure dal character design di robot e creature. Bello ma non eccezionale.
Quello che rende Pacific Rim un film che lascerà il segno, è la capacità di Del Toro di portare sullo schermo creature gigantesche (robotiche e biologiche) e farti credere che siano reali.
Di robottoni giganti al cinema se ne sono già visti di recente, basti pensare alla monumentale serie di Transformers a opera di Micheal Bay. Solo che i robot di Bay sono pupazzoni inutilmente complicati che si muovono a velocità impossibili sullo schermo. Gli Autobot e Decepticons di Bay, dal punto di vista visivo, compongono più un interessante pezzo di video art che un film vero e proprio. Ma non c'è sostanza in quell'ammasso di poligoni e texture. Non c'è un portato emozionale nelle loro azioni. 
Tanto è vero che i tre film, anche nell'episodio più riuscito, non riescono mai a coinvolgere davvero.
I titani di Pacific Rim, invece, sono emozione e meraviglia allo stato puro.
La loro sola presenza sullo schermo incute timore ed esaltazione.
Sono epici. Sono drammatici. Sono ENORMI. 
Più grandi ancora di quanto mostrato a schermo. 
Ogni loro azione ha il suo peso e le sue drammatiche conseguenze,
E visto che Del Toro crea un'illusione di realtà perfetta, la devastazione portata da questi mostri non è neanche lontana parente della vuota pornografia del disastro che abbiamo potuto vedere in quel patetico film su Hyperion, portato sullo schermo recentemente da Zack Snyder.
Qui le città vengono devastate dai combattimenti, e lo spettatore soffre per tutta quella distruzione.
Soffre per le vittime.Ma soffre anche per i piloti dei robot che, inevitabilmente, contribuiscono al massacro.
I rimandi al primo Godzilla, a tutta l'opera di Yoshiyuki Tomino, alla serie di Evangelion, al manga Il Nostro Gioco di Mohiro Kitoh, e a certe cose dell'ultimo Nagai, sono evidenti.
Del Toro ha fatto i compiti a casa con passione e zelo, riuscendo a intimizzare le tematiche complesse e le sfumature più raffinate di un genere che in Giappone ha raggiunto la sua piena maturità artistica, declinandole in una salsa yankee che non disturba ma si amalgama, in un sorta di "cinema fusion" senza precedenti.

Pacific Rim non è un giocattolo vuoto ma ricco di begli effetti speciali (anche se, va detto, gli effetti sono splendidi). Non è un giocattolo per uomini che non sono mai usciti dalla loro fase adolescenziale o per nostalgici dei robottoni della loro infanzia (Goldrake o Optimus Prime che siano). Non è un'operetta post-moderna dove l'autore vuol fare vedere di saperla lunga e passa tutto il tempo a strizzare l'occhio al suo pubblico. Non è un polpettone che mercifica i morti dell'undici settembre per dare corpo al vuoto di cui è composto.
Pacific Rim è un film consapevole, E' un film capace di conciliare aspetti divertenti e spettacolari con elementi di reale spessore. E' un atto d'amore verso un genere. E' un bellissimo film.
Ma, soprattutto, è un classico immediato.

E dunque, tenendo presente di dover sottrarre un paio di punti a causa dell'hype smodata che mi ha accompagnato alla visione del film e delle condizioni ottimali in cui l'ho visto, direi che il voto che darei a questo film è... dieci.
Che sono le volte che conto di rivederlo nei prossimi mesi.


p.s.
a margine: la stereoscopia è degna di Avatar. Semplicemente perfetta.

p.p.s.
Se siete dei padri di famiglia e avete qualche bambino piccolo tra i cinque e dieci anni, portatelo a vedere questo film.
Gli cambierà la vita e lui, molti anni dopo, vi ringrazierà per questo.






4.7.13

The Lone Ranger - la recensione -



Quanto può essere sbagliato un film prima di diventare un film brutto?
Dal mio punto di vista, molto, se ci sono qualità straordinarie a compensare gli aspetti negativi, molte.
Nel caso di The Lone Ranger, direi che ci troviamo davanti a un pareggio.


Il primo problema di questo titolo è proprio l'idea di farlo questo film, specie in questa maniera.
Perché Lone Ranger è una proprietà intellettuale vecchia e dimenticata dalle attuali generazioni e non è chiaro a chi si rivolge un film che capovolge il personaggio mantenendone però l'originale destinazione di prodotto per ragazzi. E badate, non c'è nulla di male nei prodotti per ragazzi ma se negli anni '50 era accettabile che i personaggi per un pubblico giovane ammazzassero a destra e a manca, oggi (specie per un colosso come la Disney) non lo è più. Quindi il The Lone Ranger targato 2013 è un giustiziere mascherato, un vigilante e un pistolero che però, non spara. E che quando spara (solo una manciata di colpi in tutto il film) o esplode i suoi colpi all'indirizzo di oggetti inanimati o, se i bersagli sono banditi e fuorilegge, non ci piglia. Mai.
Sul serio, la precisione di questo Lone Ranger con le pistole è paragonabile a quella di uno Stormtrooper imperiale (non riuscirebbe a colpire un Bantha nemmeno a un metro di distanza).
Il perché è ovvio: se ne I Pirati dei Caraibi non c'era problema a mostrare i nostri eroi che facevano scempio delle ossa di scheletri maledetti, qui gli avversari sono esseri umani molto reali e, in un prodotto per ragazzi di oggi, gli esseri umani non si toccano.
Nei videogiochi ne puoi ammazzare a frotte. Ma, al cinema, i nostri impressionabili pargoli, non potrebbero proprio tollerare di vedere un protagonista positivo che piazza una pallottola in mezzo agli occhi di un tanghero della peggior specie. Sono cose che non si mostrano.
Aridateme Tex Willer, peste.

A parte questa rogna, il film ha anche altri problemi.
Tipo che non c'è l'eroe.
C'è la sua spalla, monumentale e meravigliosamente ben scritta (e no, il Tonto interpretato da Depp non è il Jack Sparrow del West), ma l'eroe non c'è.
C'è un protagonista buffo, simpatico e piuttosto divertente che, in teoria, dovrebbe diventare l'eroe, solo che non lo diventa e resta il simpatico scemotto di prima, solo con la maschera. E le pistole.
Con cui non colpisce niente.
Per farvi capire, nel meraviglioso Rango (pseudo western in digitale con animali antropomorfi, sempre per la regia di Verbinski), il meccanismo è lo stess: u n personaggio comico che, trascinato dagli eventi, è costretto a diventare un eroe. Solo che Rango è  una commedia esistenziale e surreale. Mentre Lone Ranger dovrebbe essere un film d'azione. E non lo è.
Per nulla.

E poi il film è lungo. Troppo.
E lento.
TAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAANNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNTOOOOOOOOOOOOOOOO lento.

Così lento e dilatato che, data l'ambientazione e la presenza di Johnny Depp, ad un certo punto si ha quasi l'impressione di stare vedendo un remake sotto acidi di Dead Man, invece che un blockbusterone estivo.

Quindi, un disastro?
Per me, no. Anzi, è un film da vedere e con attenzione.
E le ragioni sono molteplici.
Verbinski è bravissimo e qualsiasi immagine girata da lui, vale la pena di essere vista, anche se messa al servizio di storie del cazzo (tipo i capitoli due e tre dei Pirati dei Caraibi). La Death Valley vista da lui è una gioia per gli occhi.
Johnny Depp consegna l'ennesimo strambo alla sua galleria di personaggi ma, sorprendentemente, è misurato e bravo nel dare corpo a un Tonto che è il vero protagonista del film.
L'umorismo è surreale e, per larghi tratti, davvero riuscito.
La messa in scena, la ricostruzione storica, i costumi, le luci, i colori, sono tutti elementi meravigliosi.
Il primo atto è molto buono.
Il finale è, semplicemente, magnifico (la messa in atto del senso profondo del cinema).
Peccato che, in mezzo, ci sia un secondo atto del tutto vuoto, lungo, e privo di senso.

Quindi, a conti fatti, per me, The Lone Ranger è un film sbagliato e bello.
Che è molto più di quello che si può dire di tanta mediocrità che si vede in giro.