16.9.14

L'ORRORE, L'ORRORE!! Roma Fiction Fest 2014.


Qui sotto il mio pezzo a proposito delle serie horror dell'anni, scritto per il catalogo del Roma Fiction Fest 2014.
L'interno catalogo lo potete scaricare da QUI.

Ultima cosa: oggi sono al Fiction Fest a parlare del nuovo Dragon Age insieme a Adrea Fornasiero.
Appuntamento alle 19 e 15, all'Auditorium Parco della Musica - Sala Studio 3.



L'ORRORE! L'ORRORE!!
di Roberto Recchioni

Per capire la natura della narrativa orrorifica di matrice statunitense, bisogna risalire alle origini della nazione. Pensare ai padri pellegrini, ai quaccheri, al protestantesimo, ai puritani e al calvinismo in genere. Bisogna immaginare notti senza luna, grandi pianure sferzate dal vento, un fuoco da campo con vaccari e coloni seduti attorno. E' gente pragmatica, persone che badano più al “cosa” che al “come”, che sanno che al mondo c'è il male e il bene e che sono due cose ben distinte, e che vogliono essere intrattenute da storie emozionanti e solide.
Ecco, questo è l'orrore USA: una favoletta morale grondante sangue, raccontata in maniera semplice. Era così ai tempi dei pionieri ed è così ancora oggi.
Non è un caso che il più popolare scrittore di horror del ventesimo e ventunesimo secolo (e uno degli scrittori più popolari di sempre), sia Stephen King, un autore capace di tenere incollato alle pagine dei suoi romanzi milioni di lettori senza inventarsi mai nulla di troppo originale, affidandosi alla suadenza della sua voce e alla semplice potenza primitiva delle sue storie.
Narrativa semplice, schietta, diretta e ordinata, a prova di idiota (ma non per questo priva di qualità). E non è un caso che Stephen King abbia avuto molto da ridire sull'adattamento cinematografico di Shining a opera di un autore complesso e stratificato come Stanley Kubrick, ma abbia sempre collaborato molto volentieri con un solido artigiano come Frank Darabont.
Come non è un caso che Frank Darabont sia stato coinvolto come showrunner (oltre che come produttore, sceneggiatore e regista) della prima stagione della serie televisiva di maggior successo degli ultimi anni: The Walking Dead.
E qui facciamo un salto indietro. Venticinque anni fa, la serie televisiva Twin Peaks ha fatto fare un balzo evolutivo al mondo della televisione, iniettandogli dosi massicce di cinema (e di un sacco di altra roba decisamente più strana e difficilmente classificabile). Poi sono arrivati X-Files, NYPD Blue E.R. e infine la la HBO con I Soprano. E le cose sono cambiate per sempre e in maniera definitiva. Il medium televisivo è diventata la nuova frontiera. Della scrittura, sopratutto, ma anche dell'immagine. Le opere si sono fatte sempre più sofisticate, le ambizioni drammatiche e artistiche, sempre più grandi. E il pubblico evoluto ha gridato più volte al capolavoro, premiando e facendo premiare queste serie.
Ma il pubblico di massa, quello capace di trasformare una serie di buon successo in un fenomeno planetario, ha continuato a guardare Lost serenamente.
E Lost, del linguaggio cinematografico se ne è sempre fregato. Una scrittura basata sull'uso (e l'abuso) dei cliffhanger, un ampio cast di faccioni bellocci ma privi di un reale spessore, una regia che non si è mai schiodata dall'ABC del campo e del controcampo in piano medio, una narrazione senza sofismi o raffinatezze di sorta. Un solido, puro, semplice e accattivante, intrattenimento televisivo.
E dell'esperienza di Lost, The Walking Dead ha fatto tesoro, mettendo in scena una storia di pionieri alle prese con un mondo ostile, popolato da selvaggi assassini (sì, gli americani dalla frontiera non ne sono mai usciti), raccontandola con un linguaggio quanto più neutro possibile.
E sulla scia di TWD, ecco arrivare The Strain. Che proprio come TWD è tratta da qualcosa (in questo caso da una serie di tre romanzi scritti proprio dagli artefici della serie, Guillermo Del Toro e Chuck Hogan), che proprio come TWD mette in scena un'invasione di mostri (vampiri al posto degli zombi), che proprio come TWD vanta un cast di facciotte televisive che difficilmente arriveranno mai sul grande schermo e che, proprio come TWD, ha un registro visivo e narrativo piano, ordinato, poco impegnativo e di grande fruibilità. La serie è divertente e non ha alcuna pretesa di essere qualcosa di più di quello che è. Per molti versi ricorda la piacevole miniserie de L'Ombra dello Scorpione (ancora Stephen King, guarda il caso). Non vincerà alcun premio della critica, state tranquilli, ma è godibile come un buon hamburger. Al sangue.
E visto che siamo partiti dai calvinisti e i puritani, come non parlare di Salem, serie del 2014 della WGN America, che si ambienta nell'omonima cittadina negli anni della caccia alle streghe? Anche qui, narrazione alla vecchia maniera, pura e semplice, che tiene attaccati allo schermo grazie a un consolidato meccanismo di intrighi, misteri, inganni. colpi di scena e un pizzico si sesso e perversione, giusto quel tanto che basta per solleticare (senza svegliare realmente) gli animi più pruriginosi.

La messa in scena è buona e con begli interni raccontati a luce di candela. Meno bene gli esterni che risultano un poco posticci.
A tratti il tutto ricorda più l'adattamento televisivo de I Pilastri della Terra che un racconto horror ma non è detto che sia un male perché la trasposizione del più popolare romanzo di Ken Follett non era per nulla male. Se The Strain era un hamburger, questo è tacchino con purea di patate. Non lo troverete nel menù del Dorsia, ma vi assicuro che è genuino e saporito.
E sempre per rimanere nell'ambito dello squisito prodotto televisivo nella tradizione orrorifica USA, buttiamo uno sguardo anche a Penny Dreadful, della Showtime. Cosa succede a mettere insieme Dorian Gray, Mina Harker, Van Helsing, Dracula, il dottor Frankenstein e la sua creatura? No, non un capitolo inedito de La Lega dei Straordinari Gentleman di Alan Moore e nemmeno un nuovo libro della serie Anno Dracula di Kim Newman, ma solamente di una serie che esplora (con una certa convinzione, bisogna riconoscerglielo) la via del potpourri narrativo. Forti suggestioni visive dal Dracula di Francis Ford Coppola ma, se badiamo a come è scritta e raccontata, siamo più dalle parti della Buffy the Vampire Slayer di Joss Wedhon. Purtroppo, rispetto alla creatura prediletta dall'uomo che ha donato gli Avengers anche alla massaia di Voghera, manca quella punta di auto-ironia che avrebbe stemperato i momenti più involontariamente ridicoli della serie. Però c'è Eva Green che da sola vale il tempo speso. Rognone con verdure.
E nel calderone delle serie americane a base di spettri, sangue e frattaglie, non possiamo non citare quell'American Horror Story giunta (incredibilmente, se lo chiedete al sottoscritto) alla sua quarta stagione, questa volta ambientata in in circo di freak.
La proposta della FX è sempre la stessa: un tunnel degli orrori (ed errori), incoerente e confuso che gioca più sull'affastellamento degli elementi che sul reale dipanarsi di una storia. Effetti, effettacci, colpi bassi e scorrettezze narrative di tutti i generi compongono un'opera che, per quanto sia andata effettivamente migliorando stagione dopo stagione, rimane il corrispettivo di un hot-dog con troppe salse.
Infine, dopo tanto cibo a stelle e strisce, passiamo dall'altra parte dell'oceano e approdiamo in Inghilterra, patria del fish and chips, dei Beatles, dell'understatemen, dei Monty Python, di Jack lo Squartatore, di James Bond, di Sherlock Holmes, di Black Mirror e di Iside N.9, serie prodotta da BBC Two, e figlia del gruppo di autori che va sotto il nome di The League of Gentleman Members, già artefici di quel disturbamte gioiellino di Psychoville. Inside N. 9 è una produzione in sei episodi che si iscrive e porta avanti la tradizione inglese delle serie antologiche. Tutto è ambientato in una stanza, tutto è permeato da un feroce umorismo nerissimo che non risparmia niente e nessuno.
Narrazione acuminata come la lama di bisturi chirurgico che non cerca in nessuna maniera di mettere a suo agio lo spettatore ma che, anzi, prova a colpirlo sempre dove meno se lo aspetta.
Raffinato, intelligente, ben scritto e splendiamente girato. Concede poco in termini di spettacolarità e pretende molto il termini di attenzione. Ma ne vale la pena. Un roast-beef all'inglese, cotto alla perfezione e accompagnato da una crudità di verdure.

Prima di chiudere, vale la pena sottolineare come i momenti più genuinamente disturbanti che ci sia capitato di vedere quest'anno sono ascrivibili a serie non prettamente orrorifiche. Le inquietanti visioni di Hannibal, per esempio, o le impietose operazioni chirurgiche di The Knick, o i momenti più brutalmente gore di Game of Thrones. L'orrore -come ha sempre fatto- continua a trasbordare dall'etichetta di genere che gli si vuole applicare e inquina, contamina e corrompe la narrazione tutta. Come dovrebbe sempre fare.Perché l'orrore è parte di questo mondo. E' alle nostre spalle. E ride di noi.

5 commenti:

Stefano ha detto...

..o più semplicemente, l'orrore, come la sorca, è il mezzo più facile per restare impressi nella mente di chi guarda, ma di certo non il più ricercato.

LordPigeon ha detto...

Grazie! un pezzo che mi è piaciuto tantissimo!Data la mia ignoranza nel campo dell'horror ho trovato bellissime le parti "didattiche" dove la produzione americana viene inserita nel contesto della loro storia. Sicuramente guarderò quelle serie inglesi dopo questo! E spero di scovare altri tuoi pezzi di critica cinematografica nel futuro! ciao Paolo

Mitch ha detto...

Bello

Koncha de Gatzu! ha detto...

Bellissimo pezzo!!!!!seguiro' i tuoi "consigli",sono assetato di serie tv o miniserie..
E complimenti per "Spazio Profondo"(a proposito di genere che trasborda..)

Federico Milella ha detto...

bravo!