22.8.15

Core de Roma.



Via dei Consoli è uno stradone a quattro corsie diviso da un parcheggio spartitraffico.
Dando le spalle all'aeroporto di Centocelle e al centro di Roma, sulla destra ci sono file e file di edifici di non meno di sette piani, costruiti con il cemento e le mazzette dai palazzinari degli anni 'settanta. Sulla sinistra c'è una caserma militare e una dei vigili del fuoco, con tanto di piscina pubblica. Alberelli smunti su entrambi i marciapiedi. Al termine della strada, proprio alla fine, si apre un largo piazzale e sul fondo del piazzale c'è una chiesa, grande, grossa, bianca e squadrata.
Costruita negli anni '50, quella è la basilica di San Giovanni Bosco. 
Il quartiere è quello della Tuscolana-Cinecittà.
La conosco bene questa zona. Anzi, posso quasi dire che sono di qui, perché se è vero che sono nato a Torpignattara, è sulla Tuscolana, in quella porzione che va dalla fermata di metro di Porta Furba Quadraro a Giulio Agricola, che sono cresciuto. 
Andavo alla Scuola Statale Media di via Sestio Menas, due brutti prefabbricati uno verde e uno giallo che non si sono mai accordati allo scenario circostante, e poi passavo il pomeriggio su quelle strade con gli amici, facendomi le vasche tra i bar alla ricerca dei cabinati di Double Dragon e di Ikari Warrior, con una puntata giornaliera a vedere i modellini di Galleria Tuscolana, per poi passare da un negozio di computer all'altro, comprando giochi piratati per il Commodore 64 che venivano venduti con regolare scontrino fiscale.
Qualche anno dopo, proprio su via dei Consoli ci capitavo spesso perché c'era un grande negozio di arti grafiche che aveva prezzi carissimi ma  una commessa distratta. Noi spiantati del liceo artistico andavamo a rubargli i Pantone su base quasi giornaliera. E poi, con i soldi risparmiati, tutti a comprare i nostri primi comic book originali in quel negozio di fumetti senza nome ma conosciuto solo come "il Barba"o "Da Enzo", a seconda se ci andavi di mattina o di pomeriggio. 
Perché la mattina era gestito da un tipo stralunato, pallidissimo, sempre con la camicia chiusa fino all'ultimo bottone e una barba lunghissima, e il pomeriggio dal suo socio Enzo, un romano pelato sempre abbronzato che diceva che i fumetti erano cazzate e che i soldi che gli davamo li avremmo dovuti andare a spendere a troie, invece.
Era un quartiere di periferia, pieno di coatti e brutto. 
Non brutto come il Laurentino 38 o il Corviale, certo, ma nemmeno via dei Prati Fiscali.
Però era pure il mio quartiere e, per molti versi, lo è ancora, perché non credo che ci sia una zona di Roma dove io, nonostante i tanti anni trascorsi da quando ci passavo le giornate, mi senta più a casa.
E forse è solo per questo che la faccenda della celebrazione in pompa magna dei funerali di Vittorio Casamonica, tenutasi nell'orrenda basilica di Don Bosco, mi pesa così tanto: perché la vivo come una questione personale.

Oppure, è per un'altra ragione.
Magari è perché dietro a quella oscena cerimonia c'è molto di più che la semplice vanagloria di un'organizzazione criminale.
Mettiamo per un momento da parte la facile indignazione e facciamoci qualche domanda.

Perché i Casamonica hanno inscenato una farsa simile? Per rendere omaggio a uno dei loro capoclan capofamiglia? Per tributare il giusto omaggio a un padrino patriarca?

Sul serio? Un'organizzazione che da oltre trent'anni ha libero gioco in tutta la zona sud-est della capitale, che non è mai stata indagata fino all'anno scorso, che ha il controllo di tutto il giro dell'intrattenimento, dai locali più beceri fino ai ritrovi dei vip, dagli stabilimenti balneari ai concerti delle celebrità mondiali, va a dare uno spettacolo del genere ben sapendo che tutti gli occhi della nazione si punteranno su di lei?

Davvero: perché?
Non certo perché sono così stupidi da credersi intoccabili.
Se c'è una qualità che i Casamonica hanno sempre avuto è l'astuzia e il sapersi muovere dietro le quinte. E' così che sono passati dall'essere "gli zingari che ti rubavano la catenina all'Eur" a personalità influenti nella politica e nell'economia della capitale.
Persone con cui fare i conti.
Persone con cui fare di conto.
Alemanno, ex-sindaco di Roma, con i Casamonica aveva uno splendido rapporto, per esempio.
Non sono poche le foto che lo ritraggono con qualche esponente della loro famiglia ma questo non significa niente: anche a me capita di fare un sacco di foto con perfetti sconosciuti che magari sono individui poco raccomandabili. No, più interessante è vedere come le varie attività legali dei Casamonica siano cresciute negli anni in cui Alemanno era sindaco, per esempio.
O i collegamenti che uniscono molti uomini della giunta dell'ex-primo cittadino alla famiglia (clan).
Del resto, Alemanno che è uno cresciuto all'ombra del fascio littorio del Fronte della Gioventù, che ha transitato per l'MSI e che la camicia nera non se l'è tolta come ha fatto invece il suo ex-amico Gianfranco Fini, ai Casamonica non li ha mai chiamati "zingari" e nemmeno Rom.
No. I Casamonica, Alemanno, li chiamava per nome. 

E' buffo constatare di come da quando Alemanno non c'è più e da quando è stato scoperchiato il vaso di Mafia Capitale, da quando cioè, l'equilibrio dei quattro Re di Roma (Fasciani, Carminati, Senese, Casamonica) è stato rotto, nella capitale sia scoppiato un caos che colpisce le infrastrutture più essenziali, dai mezzi pubblici allo smaltimento dei rifiuti, dall'ordine pubblico agli incendi dolosi che paralizzano gli aeroporti. E nel mentre, spuntano come funghi pagine Facebook che non fanno altro che dire che Roma è allo sbando e che il degrado ci seppellirà.
Proprio divertenti queste coincidenze che sembrano più una manovra a tenaglia non tanto dissimile da quella che la mafia mise in atto nel 1992-'93, con le bombe a Piazza San Giovanni e gli attentati a Falcone e Borsellino.
Perché la mafia (sì, usiamola questa parola, dai), a Roma ha perso il pizzardone che gli dirigeva il traffico (Carminati) e, soprattutto, ha perso un referente ad alto livello nella giunta della capitale, qualcuno con cui trovare accordi e fare affari.
Tutto quello che sta succedendo a Roma non è altro che l'unica maniera che la mafia conosce per chiedere di aprire una trattativa.

"Prima eravamo così amici, poi è arrivato quello nuovo e adesso è tutto degrado e il degrado non coviene a nessuno. A noi perché facciamo meno soldi, e a voi, perché perdete le prossime elezioni. Troviamo un accordo, no?"

In tutto questo, il funerale di Vittorio Casamonica è una dichiarazione di potere ("Siamo noi i Nuovi Re di Roma") per le altre organizzazioni, e una bordata feroce (e probabilmente letale) all'autorità già flebile di Ignazio Marino.
Perché è abbastanza ignobile che la basilica di Don Bosco sia quella in cui è stato vietato il funerale a Piergiorgio Welby ma a cui invece è stato concesso un rito con tutti gli onori a Vittorio Casamonica, ma non è più ignobile del fatto che nel 1990, Enrico De Pedis sia stato sepolto per anni nella cripta della cappella di Sant'Apollinare, un tipo di trattamento che, per la chiesa, dovrebbe spettare solo ai pontefici. Enrico De Pedis, se conoscete la storia di Roma solo attravero Romanzo Criminale, sarebbe "il Dandy", uno dei fondatori della Banda della Magliana, socio strettissimo di quel Massimo Carminati ("Il Nero", sempre secondo l'opera di De Cataldo) che era uno dei quattro capi di quella che è stata chiamata Mafia Capitale e dal cui arresto le cose hanno iniziato davvero a precipitare. 
Territorial pissing: prima comandavate voi, adesso Roma l'abbiamo conquistata noi e adesso siamo benedetti da quelli che prima benedicevano voi.

La verità è che c'è una guerra silente in atto.
Una guerra tra le varie organizzazioni criminali, che sono alla ricerca di un nuovo equilibrio.
E una guerra tra le organizzazioni criminali e Ignazio Marino (che avrà pure l'appeal e il carisma di un impiegato delle poste ma che sta talmente tanto sul gozzo a tante di quelle organizzazioni più o meno mafiose, che deve essere un uomo onesto), che se ne deve andare per fare posto a qualcuno di più accomodante o gradito.
Certo, è una guerra che non fa vittime perché nessuno vuole i morti per le strade di Roma.
Ma ogni volta che un autobus non passa. Ogni volta che una metro si blocca. Ogni volta che l'apertura di una tratta della Linea C viene rimandata. Ogni volta che la spazzatura non viene ritirata. Ogni volta che i taxisti bloccano la capitale. Ogni volta che da Fiumicino non decolla alcun aereo. Ogni volta che qualcuno dice che "Roma fa schifo"... non sono disservizi, non è "Roma ladrona", non è tutto "il solito un magna magna".
E' la guerra, 
E in una guerra devi decidere da che parte stare. 
Allora puoi inveire contro il comune, la giunta, il sindaco, il governo, e sperare che tutto torni subito come prima e poco importa con quale diavolo devi andare a letto per fare in modo che questo accada.
Oppure puoi tenere duro, sostenere chi sta dalla parte giusta, per quanto poco fascinoso sia,  aspettare pazientemente il tuo cazzo di autobus che non passa mai e accettare che si starà peggio, e anche parecchio, prima di poter stare meglio.
Io non ho dubbi su quale parte scegliere. Perché in fondo, avevo ragione all'inizio e si tratta di una questione personale solo che non è la Tuscolana a essere casa mia, è Roma.
E a Roma, come al Cavaliere Nero, non glie devi cacà 'er cazzo.