22.1.16

Di che parliamo quando parliamo di fumetti? parte 3




MERCUZIO

Ah! Allora, lo vedo, la regina Mab è venuta a trovarti. Essa è la levatrice delle fate, e viene, in forma non più grossa di un agata all'indice di un anziano, tirata da un equipaggio di piccoli atomi, sul naso degli uomini, mentre giacciono addormentati. I raggi delle ruote del suo carro son fatti di lunghe zampe di ragno; il mantice di ali di cavallette, le tirelle del più sottile ragnatelo; i pettorali di umidi raggi di luna, il manico della frusta di un osso di grillo, la sferza di un filamento impercettibile; il cocchiere è un moscerino in livrea grigia, grosso neppure quanto la metà del piccolo insetto tondo, tratto fuori con uno spillo dal pigro dito di una fanciulla. Il suo cocchio è un guscio di nocciola, lavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio verme, da tempo immemorabile carrozzieri delle fate. In questo arnese essa galoppa da una notte all'altra attraverso i cervelli degli amanti, e allora essi sognan d'amore; sulle ginocchia dei cortigiani, che immediatamente sognan riverenze; sulle dita dei legulei, che subito sognano onorari, sulle labbra delle dame che immantinente sognano baci, su quelle labbra che Mab adirata spesso affligge di vescicole perché il loro fiato è guasto da confetture; talvolta essa galoppa sul naso di un sollecitatore, e allora, in sogno, egli sente l'odore d'una supplica, talora va, con la coda di un porcellino della decima, a solleticare il naso di un parroco mentre giace addormentato, e allora egli sogna un altro benefizio; talora ella passa in carrozza sul collo di un soldato, e allora egli sogna di tagliare gole nemiche, sogna brecce, agguati, lame spagnole, e trincate profonde cinque tese; poi, all'improvviso, essa gli suona il tamburo nell'orecchio, al che egli si desta di soprassalto, e spaventato bestemmia una preghiera o due, e si riaddormenta. Questa Mab è proprio quella stessa che nella notte intreccia le criniere dei cavalli, e nei loro crini sozzi ed unti fa dei nodi fatali, che una volta strigati pronosticano molte sciagure.Lei è la strega, che quando le fanciulle giacciono supine, le preme, e insegna loro per la prima volta a portare, e ne fa delle donne di buon portamento. Essa è colei...





ROMEO

Taci, taci, Mercuzio, taci! tu parli di niente.




MERCUZIO

E' vero, io parlo dei sogni, che sono figli di un cervello ozioso, generati da nient'altro che da una vana fantasia, la quale è di una sostanza sottile come l'aria, e più incostante del vento, che in questo momento carezza il gelido grembo del settentrione, e, corrucciato, se ne va via sbuffando, e volta la faccia verso il mezzogiorno stillante di rugiada.




Continuiamo il nostro discorso su tutti quegli aspetti nebulosi che, a conti, fatti, vanno a comporre una storia. Le prime parti questa chiacchiera le potete trovare QUI.

Prima di cominciare però, vorrei chiarire un concetto: per quanto mi è possibile e in virtù dei miei scarsi mezzi, sto cercando di mettere le cose per voi in una maniera quanto più possibile schematica e razionale ma, lo devo ammettere, io non sono un grande teorico e tendo a suonare parecchio ad orecchio, seguendo un'istinto che si è raffinato attraverso il metodo empirico.
La mia analisi di una storia è sempre "a posteriori". Ovvero, prima scrivo, poi studio quello che ho scritto e lo riconduco alle sue origini. Con gli anni, questo metodo, mi ha portato a costruire degli strumenti che oggi mi sono d'aiuto nella creazione di una storia e a cui, certe volte, mi appoggio. Questi strumenti io li chiamo "mestiere".
Perché questo preambolo? Perché oggi affronteremo il tema dei personaggi, elemento cardine di una storia su cui gente con le palle quadrate sotto il punto di vista teorico, ha scritto opere straordinarie... che noi ignoreremo.
Perché non sono intenzionato a riempirvi la testa con troppa accademia e perché un approccio accademico serio e completo è probabilmente aldilà della mia portata e comunque richiederebbe una mole di spazio e tempo superiore alla portata di una fruizione su di un blog.
Se volete qualche testo fondamentale con cui approfondire vi rimando quindi al lavoro di Joseph Campbell e Christopher Vogler (le cui opere non sono esaustive sulla questione ma rappresentano un buon punto di inizio per iniziare a studiare "davvero").








Dunque, dicevamo... i personaggi.
Togliamoci subito il dente e diciamo una brutta parola: archetipo narrativo.
Accettate una realtà di fatto: dalle figure archetipiche non c'è scampo perché, o per adesione, o per contrapposizione, qualsiasi vostro personaggio si dovrà confrontare con esse.
Più un vostro personaggio sarà vicino ad un archetipo, più risulterà di facile interpretazione e decodifica. Un archetipo forte è istintivamente riconosciuto e ricondotto a figure similari, questo significa che avrà bisogno di una minor caratterizzazione per essere "spiegato" ai vostri lettori.
Questo significa però che più un personaggio aderirà al suo archetipo, più correrà il rischio di risultare prevedibile, scontato e poco originale.
Del resto, tanto più un personaggio sarà sfumato e lontano dalle figure archetipiche, tanto più avrà bisogno di spazio per essere definito e spiegato o risulterà di difficile comprensione, debole, incoerente e di modesto impatto.
Non è quindi da ritenersi che un approccio sia superiore all'altro perché è dall'equilibrio tra la forza innata delle figure archetipiche e i benefici dell'effetto a "sorpresa" derivanti della loro negazione, che nasce l'alchimia che è il segreto delle storie più felici e riuscite.



Ma come ottenere questo equilibrio?

Prima di tutto, riuscendo a capire che tipo di storia si vuole raccontare e come servirla al meglio, ovvero, mettendo a frutto quanto è stato detto nelle puntate precedenti.
Se, per esempio, si è deciso di raccontare una storia intimista e realistica, il ricorso a figure archetipiche forti e dominanti sulla scena (per esempio, impiegandole come figure protagoniste), in linea di massima, non è consigliato perché la vita reale vive di sfumature, incertezze e piccole (e grandi) incoerenze e contraddizioni. Se si è deciso di raccontare una storia d'avventura dura e pura, il ricorso agli archetipi potrebbe aiutarvi per dare forza e incisività al vostro racconto o, per esempio, per non rubare eccessivo spazio all'azione con lunghi approfondimenti psicologici.
Attenzione però a non eccedere mai in un senso o nell'altro perché certi stratagemmi possono essere utili alleati ma anche viscidi traditori.



Anche il respiro della vostra storia sarà un fattore da tenere bene in conto nel momento in cui dovrete decidere come caratterizzare i vostri personaggi. In linea generale (ma ci sono sempre eccezioni, spesso nobili) una storia breve vi lascerà poco spazio per approfondire la natura dei suoi protagonisti e, per questo, l'utilizzo di personaggi fortemente vicini ai loro archetipi narrativi, vi permetterà di definire in fretta le loro figure e farle capire con chiarezza ai vostri lettori. Una storia lunga e articolata, invece, potrebbe soffrire di caratterizzazioni troppo definite e di facile decodifica perché i personaggi correrebbero il rischio di essere troppo piatti e monodimensionali, risultando incapaci di evolversi e sorprendere il lettore e, soprattutto, di creare un'empatia con esso.
Una volta stabilito quale storia si vuole raccontare, e cercato di comprendere appieno quali sono le sue necessità, si potrà iniziare a dare forma ai personaggi che la animeranno, tenendo in conto che saranno proprio questi, generalmente, il vostro motore degli eventi e che è attraverso di loro voi avrete modo di raccontarli.
Stabilire i ruoli che andranno a ricoprire diventerà quindi una faccenda di capitale importanza.

Chi è il protagonista? Chi, o cosa, è l'antagonista (se c'è)? Chi o cosa è l'oggetto del loro contendere (se esiste una contesa)? Chi sono i comprimari? Che ruolo hanno? In che rapporti sono con gli altri personaggi? A cosa servono nell'economia della storia?

Anche qui, esistono un mucchio di categorizzazioni che la narratologia ha cercato di mettere a punto per definire gli elementi di una storia, generalmente fallendo e  tramutando la materia viva, pulsante e mutabile in fredda matematica. Nonostante questo, se vorrete approfondire l'aspetto accademico, vi consiglio il mai obsoleto Apocalittici e Integrati di Umberto Eco, gli scritti di Robert McKee (molto utili anche per lo studio delle convenzioni della narrativa in tre atti e le strutture dei vari generi narrativi) e l'officina del racconto di Augusto Marchese.
Attenzione: a mio modo di vedere lo studio di questi testi è utile per quegli autori che si sono già confrontati (e parecchio) con lo scrivere e hanno voglia di capire meglio (e magari codificare) quello che stanno facendo. Sono però potenzialmente disastrosi se letti e studiati prima di una esperienza empirica perché rischiano di confondere parecchio le idee e sommergere la spontaneità sotto una valanga di strutturalismi.

Torniamo ai nostri personaggi.

Per ora abbiamo stabilito che dovranno essere pensati per servire la storia ma questo farà di loro solamente dei personaggi utili, non interessanti.
Se i vostri personaggi saranno pensati solo in funzione di essere un veicolo narrativo per quello che vorrete raccontare, si trasformeranno in pupazzi utilitaristici, freddi e vuoti. Utili strumenti di certo, ma per un lavoro industriale e senz'anima.
Un personaggio, un buon personaggio, deve sì servire la storia e il suo narratore, ma deve avere almeno un pizzico di vita propria, un vezzo di "inutilità" atta a garantirgli una sua dignità di esistere.
Stabilita quindi la "missione" narrativa dei vostri personaggio, cioè la sua finalità, cioè la sua utilità meccanica all'interno della storia, dovrete fare quanto vi è possibile per provare a mascherarla, in modo da rendere meno evidente al lettore la sua natura.
In termini pratici, i personaggi sono burattini di cui voi tirate i fili, giusto? Sbagliato.
Un buon personaggio non è mai un "pupazzo", nemmeno quando lo è davvero.






Se ben scritto, un personaggio deve creare l'illusione di essere un vero essere umano perché è attraverso l'umanità dei vostri personaggi che riuscirete a stabilire un rapporto empatico con i vostri lettori e a trascinarli nella storia, rendendola credibile ai vostri occhi.
Accettate poi il fatto che più un personaggio ha una sua identità specifica, e più tenderà a "scriversi da solo".

Adesso, precisiamo una cosa a questo riguardo: il mito del personaggio che si scrive da solo è una cazzata perpetrata da tutti gli scrittori, me compreso. I personaggi non si scrivono in maniera autonoma, siete voi a scriverli, sempre.
Ma più avrete lavorato alla costruzione psicologica e caratteriale del personaggio, più lo conoscerete intimamente, e più saprete come reagirà alle situazioni in cui lo andrete a calare.
A poco a poco, questa forma di "intimità" che si creerà tra lui e voi, vi darà l'illusione che non siate voi a scriverlo ma lui ad agire in maniera autonoma. Ecco, quando succederà questo, vorrà dire che avrete fatto un buon lavoro.
A patto, ovviamente, che il vostro personaggio continui a servire le finalità della storia.
Perché a volte potrebbe capitare che, a fronte di una caratterizzazione molto evoluta, determinate reazioni già stabilite in fase di costruzione della trama, non siano più coerenti con lo sviluppo del personaggio. In questo caso starà a voi stabilire se andare a vedere dove vi porterà questa svolta imprevista (è sempre un'esperienza interessante ma navigare alla cieca è roba da narratori esperti) o se tornare indietro, magari intervenendo con delle modifiche alla caratterizzazione del personaggio stesso.
L'unica cosa da non fare è quella di "costringere" un personaggio ad agire in base alle necessità della storia quando, sulla base di come lo avete costruito, non lo farebbe mai.
I pezzi di legno a forma di stella non entrano nei buchi a forma di rombo. Se ci li infilate a forza, romperete il giocattolo e se ne accorgeranno tutti.

Altra cosa importante: leggendo fino a qui, potrei avervi dato l'impressione che, prima di cominciare a scrivere davvero, dovreste avere bene in mente (o magari scritto da qualche parte), una minuziosa descrizione del vostro personaggio: il suo aspetto, la sua età, la sua storia, il suo carattere, i suoi valori, la sua psicologia, le sue paure e idiosincrasie e via dicendo.

Falso.

Quello che vi serve, in questa fase, è un'idea generale di tutti questi elementi, ma niente di troppo specifico e dettagliato. Il grosso del lavoro, senza lo smeriglio definitivo. Quello lo farete strada facendo, scrivendo davvero.
Se, a questo punto, avete fatto tutto a modino, vi dovreste ritrovare con i seguenti elementi:

- il nucleo della vostra storia

- le indicazioni strettamente necessarie per indicarne il genere e l'ambientazione

- un cast di personaggi, tutti ben definiti nella loro valenza all'interno della vostra storia ma non ancora estremamente dettagliati.

Quello che manca adesso è il lavoro sullo scenario.

Ma ne parliamo la prossima volta.

5 commenti:

Giuseppe Falco ha detto...

Ancora grazie.

Michele Borgogni ha detto...

Grazie, farò tesoro di questi post!

scott ha detto...

Giuro che non è per criticare, Rrobe, ma quello che hai scritto sui personaggi che l'autore obbliga a comportarsi in un certo modo mi ricorda alcuni comportamenti di Ringo nell'ultimo numero della prima serie di Orfani.

Marco Bertoli ha detto...

Il narratologo è "Angelo" Marchese. È un buon consiglio! Di Marchese, se si trovasse ancora, consiglio anche il "Dizionario di retorica e stilistica", Mondadori, che contiene parecchie voci, appunto, di narratologia che completano il saggio che hai ricordato.

alpha ha detto...

Sempre sulla manualistica; io mi sento innamorato del libro di Mc Kee. L'ho letto decine di volte e non riesco a smettere.
A seguire il blog, tu dici che, in soldoni, l'immaginazione personale va coltivata per prima e parecchio. Solo in seguito è il caso di approcciare testi e manuali.
Correggimi se sbaglio, ma, senza studio,mi sembra non possibile la traduzione delle proprie idee in una forma compiuta.
Ti chiedo: tu pensi quindi che l' espressività sia meglio definirla solo in un secondo momento?
io, in generale, credo che fondare il proprio pensiero in merito ad una cosa sia l'unico modo per argomentarsi ed aspirare, così,ad una navigazione lunga.
Tu come la vedi?