29.1.16

Di che parliamo quando parliamo di fumetti -parte 7-


Non badate alla foto. Quelle dei computer attiravano poco l'interesse di Facebook.
La puntate precedenti le trovate QUI.

Mi avevate chiesto un soggetto per avere qualche esempio.
Eccovene uno.
E' il soggetto che poi è diventato Mater Morbi.

Se avete letto la storia, potrete notare come soggetto e sceneggiatura divergano largamente nello sviluppo (mancano tutti i personaggi secondari, per esempio) ma siano, sostanzialmente,
identici nelle tematiche di fondo e nel significato della storia.
Non l'ho abbellito o rivisto in nulla: quindi è rozzo e scritto male come all'epoca.




Madre Malanno


di Roberto Recchioni



La storia si apre in media res, con Dylan già chiuso in ospedale e gravemente malato. Non sapremo mai, esattamente, da cosa è affetto.

La sua voce narrante, come un diario, ci racconta cosa è successo fino ad arrivare in quella situazione.

La vicenda  molto semplice: un bel giorno, di punto in bianco, Dylan comincia a sentirsi male. Essendo un ipocondriaco, terrorizzato dai dottori, Dylan cerca di ignorare la cosa, andando avanti con la sua vita. Poi, durante una indagine, ha un collasso e Bloch e Groucho lo portano in ospedale.

Da quel momento inizia una ordalia di analisi in un reparto da incubo, popolato da vecchi resi pazzi dal dolore e dalla disperazione che Dylan osserva con orrore e raccapriccio, prendendo psicologicamente e distanze da loro.

I dottori non riescono a capire cosa abbia colpito Dylan e lo sottopongono a ogni tipo di test per capire come salvarlo. Attraverso le parole di Dylan leggiamo tutta la sua disperazione e l’isolamento a cui arriva un malato, separato dalla vita reale e da tutte le persone care “non malate” che, nonostante tutto, continuano la loro vita.



Il luogo in cui ci sente più soli al mondo è l'ospedale.
Non conta quanta gente possa venire a trovarti per farti compagnia, darti il suo affetto e il suo sostegno: la distanza che intercorre tra il malato e la sua visita è maggiore di quella che passa tra la terra e la luna.
Essere malati ci mette fuori dal consorzio umano e ci scaraventa di peso nella terra di nessuno.
 Se si è sani, poco importa dell'infinito amore che noi possiamo provare per il malato perché nella parte più profonda e atavica del nostro cervello ci sarà sempre un istintivo uomo delle caverne che si metterà a urlare e sobbalzare, cercando di farci allontanare quanto più possibile da quell'esemplare infetto che una volta era un nostro caro. 
Certo, noi potremo resistere e lottare contro questo troglodita, potremo appellarci al lato più nobile della natura umana e magari riusciremo pure a illuderci di riuscire a capire e condividere la sofferenza del malato, ma nulla di tutto questo potrà superare la differenza che passa tra la posizione verticale e quella orizzontale.
Un malato vuole sempre qualcosa che un sano non potrà mai dargli.

Il sano è sempre manchevole agli occhi di un malato perché incapace di comprendere il suo bisogno, perché ignaro della sua sofferenza, perché reo di potersene tornare a casa sulle sue gambe.
Il malato è un vampiro sempre assetato e poco importa quanto sangue versiate per lui: non sarà mai abbastanza.
Non ci può essere conciliazione reale tra un malato e un sano perché sono due razze diverse.


La malattia non celebra alcuna comunione.

Nemmeno tra i malati stessi.

Avete presente quelle testimonianze di soldati che parlano del forte legame che si instaura fra comilitoni, specie nelle situazioni più disperate?
Ecco, tra i malati non c'è nulla di tutto questo.

I letti di una stanza ospedaliera sono come le camere di sparo di un revolver con i malati a fare da proiettili e il futuro fuori dall'ospedale come bersaglio.
Se sei un malato, l'unica cosa che vuoi è centrare in pieno quel bersaglio, personalmente. Non c'è alcuna gloria nei centri degli altri.
E' con un senso di leggerezza e gaudio che si abbandona l'ospedale, mai con il rimpianto per i compagni lasciati indietro perché quelli, in realtà, non sono mai stati nostri compagni.
Il detto "mal comune, mezzo gaudio", non esiste perché non esiste alcun "mal comune".
La malattia è una faccenda personale che non ammette condivisione.

Qualcuno ha detto che nessun uomo è un'isola...ma credo che questo qualcuno fosse un uomo sano.



A poco, a poco, Dylan sprofonda in un mondo sempre più folle e assurdo, frutto della sua malattia che gli confonde la mente, del degradante ambiente ospedaliero e dell’isolamento a cui si è costretto. Il corpo di Dylan è a pezzi, la mente lo segue.

Lentamente Dylan comincia il suo viaggio in una landa surreale e desolata che circonda e compenetra l’ospedale: e’ la terra del patimento e Dylan deve attraversarla da solo.

In questa landa, a mezza via tra le suggestioni di Bunuel, i quadri di Bosch e le visioni di Lynch, Dylan vede foreste di alberi delle pene dai cui rami pendono quelli che non ritornano e incontra strani personaggi alla ricerca di un graal chiamato guarigione.

E allora Dylan, come un novello Percival o Galahad, si mette in cammino per questa terra di morte e disperazione, alla ricerca della sua guarigione.

Quello che trova è una magione: la casa di Madre Malanno, la patrona di tutte le malattie.

La donna, bellissima e sinistra, lo invita alla sua tavola e gli offre spine e rovi come cena.

Dylan rifiuta il dono del dolore e del patimento che Madre Malanno gli offre e si perde nel tentativo di fuggire dal suo castello. In questa sua fuga Dylan incontra tanti altri che come lui sono giunti in quel luogo e hanno rifiutato i doni della padrona di casa.

E allora Dylan, capisce.

Capisce che per vincere il dolore non bisogna combatterlo ma accettarlo.

Capisce che la malattia non è una vergogna o una colpa e che l’unico strumento per superarla è avvicinarsi agli altri e permettere che gli altri si avvicinino a te.

La strategia del dolore è quella di renderci soli e isolati. Dylan capisce che se non vuole fare il gioco di Madre Malanno, deve essere pronto a condividere le sue pene e quelle degli altri.

E così, in uno scontro-confronto con la matrona del dolore, Dylan la abbraccia e la ama, come amerebbe la vita.

E a quel punto, si risveglia.

E’ ancora in ospedale e la situazione è ancora grave: ma adesso i dottori vedono dei segni di ripresa.

Dylan accetta la sua condizione e accettando la malattia, comincia ad accettare anche le cure. Dylan  smette di fuggire dagli altri malati che popolano il suo reparto e non li vede più come sgradevoli mostri allo sbando ma come esseri umani, accetta che la vita fuori dall’ospedale vada avanti nonostante la sua assenza e, lentamente, si rimette in piedi.

Il Dylan che esce dall’ospedale, accolto da un Bloch e un Groucho festanti, è più fragile nel corpo ma più forte nella mente e nel cuore e ha una nuova amante. Per quanto abbia sconfitto Madre Malanno, il dono del dolore che lei gli ha fatto lo accompagnerà per sempre e l’old boy ha deciso di farne tesori, piuttosto che rifiutarlo.






 

5 commenti:

Luca Rocca ha detto...

Applausi!!!! Non avrei mai pensato che un soggetto si potesse scrivere in questo stile!

Franco M. ha detto...

Ci fai un libro?

CREPASCOLO ha detto...

Mater Morbi mi aveva disturbato quando atterrò nelle edicole e so di aver nascosto l'albo da qualche parte così che mi capiti sotto gli occhi solo quando mi imbatto in quella Zona Oscura della biblio dove riposa anche un volumetto disegnato da Brian Wood e che ho seppellito xchè spero di non vedere mai più qualcosa disegnato da Wood. MM è lì x altre ragioni, ma sono un pusillanime ( parola davvero + bella di vigliacco al mio orecchio ) e lì resterà ( sento l'eco di un " ivi resteranno lo stimuloide ed il suo creatore " con cui il dio del tuono saluta l'androide Espansore ed il suo papà Kang Il Conquistatore - Mitico Thor Corno # 39 - dopo 40 anni quella cosa è ancora con me - e ho dimenticato roba di Joyce ).
La malattia non è nemmeno la cosa peggiore che possa capitare ad un uomo-isola. Nella mia top ten svetta la vecchiaia. Anche mentre parlo qualcuno da qualche parte sta lavorando x rallentare il decadimento delle cellule, ma non credo che arriverà a fare di tutti noi una combo di Gianni Morandi e Castoro Cruise. So che un giorno sarò da qualche parte nella vignetta di una storia in cui passo un'ora davanti alla porta di casa decidendo quale sia la chiave giusta x aprire la porta prima di realizzare che non so se sto entrando o uscendo. Il giorno dopo , o la prima vignetta della pagina successiva, starò leggendo il giornale dietro il volante della mia giardinetta ibrida in mezzo alla strada , tranquillo come un tafano sopra una mucca, mentre tutto intorno il mondo suona il clacson. Ogni cinque minuti , prima di arrivare al primo terzo dell'albo SBEllico, la mia vita sarà nuova e ricca di opzioni perchè non ricorderò cosa è successo nei 300 secondi precedenti e dove siano finiti gli occhiali che mi servono x leggere e che ho in realtà nel taschino di una giacca che ho messo agli sporchi o direttamente a centrifugare a 600 giri. Non avrò bisogno di cercare un demone nella bottiglia o In Fondo Al Male perchè ci sarà sempre un gremlin che mi farà il solletico ai gioielli di famiglia prima che arrivi al bagno. Sarò un insetto trafitto dal tempo che agita le zampette. Nessuno fenderà lo spazio bianco tra le vignette x lanciarmi una pistola che comunque non saprei dove puntare.
Sarò l'ultima vignetta di una storia di cui non mi interessa assolutamente il finale. Mi sentirò forse in pace con tutto e perdonerò persino Brian Wood x avermi inflitto la sua arte. Forse.

Fuz ha detto...

Veramente bella questa serie di post.
Metti voglia di provarci anche a uno completamente negato per la scrittura come me.

Nanni ha detto...

Fortuna che le hai cambiato il nome, Madre Malanno non si può sentire.

Non capisco invece quelli che ti chiedono di scriverci un libro. Ci fai l'enorme favore di condividere tutto questo aggratise, perché uno dovrebbe volere gli stessi contenuti pagati secondo le dinamiche dell'editoria?
Gli fanno spessore nel portafoglio, che gli danno fastidio i soldi?

Comunque, grazie. Tanta rroba.