10.2.16

Di che parliamo quando parliamo di fumetti -parte 14-



Secondo voi il rosso sta bene alle ragazze rosse?
Le puntate precedenti le trovate QUI.

Andiamo avanti con le nostre chiacchierate seguite ormai da pochi audaci.

State scrivendo?
Tutti i giorni?
Se la risposta è "sì":
bravi.
E' quello che dovete fare.

Se la risposta è "no", anche a uno soltanto dei quesiti qui sopra:
allora fino a questo momento avete buttato via tempo e ve la dovete prendere solo con voi stessi.
Perché il segreto di scrivere è molto semplice: scrivere.

Ma diamo per certo che la risposta sia "sì" per tutti voi, ok?
Mi piace pensare di avere a che fare con gente ben motivata e carica di energie e iniziativa e non con delle larve viziate, prive di spina dorsale.
Allora, se state scrivendo, sono certo che la vostra testa sarà piena di dubbi, incertezze e tentennamenti.
Tranquilli: è normale.
Raccontare, specie a fumetti, significa compiere delle scelte.
La scelta di cosa dire e non dire, di cosa mostrare e di cosa omettere, la scelta del momento, della parola, dell'immagine e via dicendo.
Ogni scelta comporta un dubbio, una domanda.
E ogni domanda, DEVE generare una risposta.
L'insieme di queste risposte produce non tanto la storia in quanto tale quanto, piuttosto, il modo in cui voi l'avete raccontata.
E qui veniamo ad un punto nodale della faccenda: lo stile.
Se avete fatto i vostri compiti a casa, se vi siete esercitati e applicati, è probabile che adesso conosciate tutti gli strumenti strettamente necessari per raccontare una storia a fumetti.
Forse non avrete ancora il set degli attrezzi completi ma, quelli più importanti, sì.
E dovreste anche aver capito come si usano, questi attrezzi, pur non essendo ancora degli esperti con essi.
Adesso, probabilmente, vi starete cominciando a chiedere come, aldilà di questi strumenti e della grammatica del racconto, possiate dare un'impronta vostra a quello che state cercando faticosamente di costruire.
Non fatelo.
Perché lo stile è un trucco che maschera e offusca la percezione di chi legge (e questa cosa potrebbe anche andare bene, se siete abbastanza cinici) e di chi scrive (e questa cosa non va bene per niente, da nessun punto di vista).

Provo a spiegarmi meglio.

Avete una storia.
Forse è buona, forse no.
La scrivete con tutto lo stile che potete, inzeppandola di ardite soluzioni di montaggio, dialoghi raffinati, inquadrature estreme e con una ricercata costruzione della tavola.
Tutto questo, non farà altro che mettere il "come" raccontate una storia, davanti al "cosa" state raccontando. Che va pure bene, sia chiaro (di fatto, è l'approccio che preferisco) ma se quel "cosa" ha dei problemi, il "come" difficilmente li risolverà. I vostri lettori, a storia ultimata, avvertiranno comunque che c'è del marcio, in Danimarca.
Forse non capiranno esattamente in quale parte della Danimarca si trovi la magagna, ma lo sapranno che c'è, e tanto basta.
E, anche per voi, sarà più difficile capire cosa c'è di sbagliato nel DNA di quello che state raccontando, nascosto com'è da trucchi e artifici.

Adesso prendete la stessa storia.
E sottraete tutto quello che non le appartiene.
Il vostro ego, le vostre velleità e, soprattutto, le vostre insicurezze.
Scrivetela semplice, nuda e cruda.
Una vignetta dopo l'altra, nella maniera più semplice e lineare possibile.
Se funziona ancora, avete già una buona storia per le mani.
Se non funziona, non funzionerà mai, indipendentemente dagli orpelli che ci potete appiccare sopra.
Tornando all'esempio originale con cui avevo aperto queste chiacchiere: se la ragazza nuda che avete davanti ha la scoliosi, le gambe a X e il culo largo e piatto, non è vestendola con un abito d'Armani che la renderete più bella.
Anzi, c'è il concreto rischio che tanto più il vestito è ricercato, tanto più esacerbi la tragedia genetica di cui la vostra storia è portatrice.
Quindi, la prima regola per arrivare ad avere uno stile proprio è essere capaci di non averlo, se necessario.

La seconda regola è di non mettere mai lo stile davanti alla narrazione.
Facciamo conto che la vostra storia funzioni, se raccontata in maniera lineare e semplice.
Diciamo che quindi, forti di questa sicurezza, decidere di raccontarla, invece, in una maniera più complessa e sfaccettata.
Benissimo.
Se però il vostro approccio non dovesse servire la storia, se dovesse rendere più difficoltosa la piena comprensione della narrazione rispetto alla versione originale, allora buttate via tutto e ricominciate da capo. La vostra voce non deve mai essere più importante della storia che state raccontando.
E questo vale per voi quanto per i professionisti di questo mestiere.
Un genio come Tiziano Sclavi, per esempio, se ne è sempre fregato di abbandonare (talvolta anche in corso d'opera) uno specifico artificio narrativo pur di servire al meglio il racconto. E le sue storie sono sempre state favolose.
La coerenza stilistica può essere un valore, ma non è mai IL valore.
Se qualcosa non serve la storia, allora è nemico suo e vostro e dovete toglierlo di mezzo quanto prima.

La terza regola è che avere una voce non equivale ad urlare.
Per carità, urlare, ogni tanto fa bene ed è pure utile.
Se urli, per esempio, la gente ti nota.
Ma, una volta che la gente ti avrà notato, poi ti chiederà ragione di quelle urla e se quella ragione non c'è, sarai solo uno dei tanti che fa molto rumore per nulla.
Più il vostro stile sarà forte e connotato, più la gente pretenderà che quello stile abbia un senso e una motivazione.
"Buttarla in caciara" (fare casino, detto alla romana) è una cosa che funziona a stento al cinema e per niente sulle pagine di un fumetto (o di un romanzo).
Più saprete dosare con i vostri segnali di stile, più questi saranno efficaci e renderanno potente la vostra storia quando li utilizzerete.

E, con questa tre regola, per il momento chiudiamo.
Per oggi vi ho detto, principalmente, le cose da non fare.
Domani è mia intenzione essere più costruttivo e aiutarvi a trovarlo, il vostro stile.


1 commento:

CREPASCOLO ha detto...

Il cosa è sempre la cosa intorno a cui gira tutta la faccenda. Tiziano Sclavi ha detto - non è stato il primo e sicuramente da qualche parte in questo momento qualcun altro sta componendo lo stesso concetto - che a chi gli chiedeva da dove prendeva le idee per i fumetti/libri che andava scrivendo, rispondeva ribaltando la questione e concludendo che scriveva libri/fumetti proprio perchè era visitato da idee. Forse, tutto sommato, non è così complicato formarsi e cesellare un proprio stile quanto acchiappare, da dovunque arrivino, e sviluppare una idea che abbia un senso ed una direzione.
Pienamente d'accordo su quella cosa di non urlare continuamente. Io sono vecchio e ricordo l'esordio di Banshee nelle pagine degli X-Men ( nelle matite di Werner Roth il personaggio aveva un muso vagamente scimmiesco , tra l'altro, e non aveva la simpatica faccia da schiaffi delle tavole di Cockrum e soprattutto Byrne ) con quel suo gridare anche solo x volare e se continuo con questa deriva finirò per leggere solo tavole mute di Dylan Dog che passeggia mogio in una pioggia di foglie d'autunno.