19.2.16

Di che parliamo quando parliamo di fumetto POPOLARE -parte prima-



Questa chiacchierata è il seguito di queste chiacchiere QUI.

Le cose ci faranno un pelo più complesse.


IL FUMETTO POPOLARE

Con questo termine si possono intendere varie cose.
Si può, per esempio, voler dire che si tratta di fumetto a larga diffusione.
Oppure che è un fumetto votato al puro intrattenimento.
Oppure che usa un certo tipo di linguaggio e un certo tipo di grammatica reiterata da tutti gli altri fumetti popolari nel loro complesso.
Oppure che è un fumetto di genere (western, horror, fantascienza, fate voi) o che è il frutto di un lavoro di gruppo (sceneggiatore e disegnatore, come minimo) e non del lavoro di un singolo... e via dicendo.

Tutte queste definizioni sono abbastanza corrette ma nessuna lo è non fino in fondo.
Ci sono fumetti popolari che, pur avendo una larga diffusione, non sono, per esempio, di solo intrattenimento (i primi due esempi che mi vengono in mente sono il Dylan Dog di Tiziano Sclavi e il Napoleone di Carlo Ambrosini) e, alla stessa maniera, ci sono fumetti di puro intrattenimento che non hanno una larga diffusione.
E, ancora, ci sono fumetti a larga diffusione e di puro intrattenimento che però non usano la grammatica tipica del fumetto popolare (e qui faccio un esempio giocando in casa: John Doe).
E ci sono fumetti non di genere che sono diventati estremamente popolari come ci sono fumetti non popolari ma di genere. E ci sono fumetti popolari realizzati da autori unici e pure il contrario.

Quindi, cos'è il fumetto popolare?
Avrei la tentazione di dirvi che è un'etichetta commerciale tipo "graphic novel", chiudere il corso e mandarvi tutti a casa, ma non lo farò perché non è proprio così.

Un modo per definire il fumetto popolare esiste:
il "popolare" è una aspirazione a un linguaggio versatile e condiviso.
Questo significa che a sostenere il fumetto popolare (italiano e non) c'è la ricerca e l'applicazione (alle volte fallace, ma non per questo meno nobile) di un linguaggio che sia flessibile (e quindi capace di raccontare tutto e in tutte le maniere possibili) ma che sia anche compreso dal maggior numero possibile di persone.

Che, se ci pensate, è una roba mica così immediata.
Perché parlare a pochi iniziati, se si conosce la loro lingua, è relativamente semplice.
Ma parlare a tutti (o avere tale aspirazione), è una roba quasi impossibile e gli errori che si possono commettere sono molti.
Due dei più comuni sono i seguenti:

- fallire nel tentativo di usare una lingua condivisa, e quindi non farsi capire.

- semplificare troppo per la paura di non farsi capire, e quindi finire per usare un linguaggio piatto, involuto e monocorde. E dire molto meno di quello che si vorrebbe o potrebbe.

Adesso, per cercare di evitare questi errori (ed altri), cercheremo di capire con cosa abbiamo a che fare e per farlo, dovremo studiarlo sin dalle sue origini. Quindi, per prima cosa, andremo a rinfrescarci la memoria e a riguardare le origini del fumetto popolare e la sua codificazione, chiedendoci perché ha assunto la forma che ha assunto, cosa comporta questa forma in termini di linguaggio e quanto è modificabile.



Partiamo dal LINGUAGGIO CONDIVISO.
Se con fumetto popolare si intendesse fumetto letto da molti, tutti vorrebbero fare fumetto popolare.
Perché a nessuno piace avere un pubblico esiguo e, soprattutto, è una cosa che non conviene nemmeno in termini economici e di sussistenza.
Quindi, diamo per assodato che raggiungere un pubblico vasto è una molla comune.
L'unica molla?
No. Ma fa sempre parte del meccanismo perché puoi fare il fumetto più difficile e poco commerciale del mondo ma, una parte di te, coverà sempre in segreto il desiderio che quel tuo lavoro incontri un successo insperato e seduca legioni di lettori adoranti. E non solo per i soldi ma per il semplice fatto che si fanno fumetti per comunicare. E una buona comunicazione è una comunicazione che arriva a tanti, non a pochi.

Ora però, cosa bisogna fare per arrivare a tanti? Bisogna accettare dei COMPROMESSI.
"Compromesso" è una parola odiosa ma non c'è altra maniera per definire la cosa.
Perché più è ampio il bacino di utenza che si vuole raggiungere, più saranno ampie le esigenze che il vostro lavoro dovrà soddisfare e più diventerà generico e standardizzato il linguaggio che vi troverete a dover utilizzare.

Se scrivere fumetti è usare un codice di linguaggio, leggere fumetti significa tradurre quel codice, che è semplice, è vero, ma non così semplice come si crede e nasconde parecchie insidie per il lettore meno preparato.
Scrivere un fumetto per un lettore attento e forte, è più semplice che scrivere un fumetto per un lettore casuale e distratto, perché il primo presterà più attenzione alle decodifica del codice, avrà maggiori strumenti per metterla in atto e sarà più disponibile ad affrontare elementi di non immediata comprensibilità.
Il lettore casuale, invece, vi mollerà per strada alla seconda cosa che non capisce.
Certe volte, alla prima.

Il pubblico forte e preparato è sempre una minoranza rispetto al pubblico casuale e distratto, quindi, se si vuole raggiungere il pubblico più vasto possibile, bisogna usare il codice più largamente condiviso (ovverosia, facilmente compreso) possibile, tenendo presente che è il lettore più in basso nella scala delle capacità di comprensione a dettare il valore del minimo comune denominatore.

E qui c'è il primo, enorme, inghippo del fumetto popolare.
L'eccesso di semplificazione e la didascalizzazione.
Perché il rischio concreto che si corre quando si cerca di raggiungere anche il lettore al limite dell'analfabetismo funzionale fumettistico, è quello di usare un linguaggio talmente elementare da alienarsi il resto del pubblico più sofisticato e esigente.

Avete presente i fumetti che si trovano dietro le scatole dei cereali o in ambito pubblicitario?
Vi hanno mai appassionato o interessato in qualche maniera?
Ne dubito.
Vi è mai capitato di non capirli?
Dubito anche di questo.
Quei fumetti sono pensati per farsi capire da tutti, senza premurarsi di dover anche interessare i lettori più sofisticati, perché il loro scopo non è quello di intrattenere ma di reclamizzare, ovvero Comunicare un prodotto, alla massa di consumatori più vasta possibile.
E, proprio per questo, hanno bisogno del linguaggio più largamente condiviso possibile, ovvero, quello con il codice più semplice e di facile decodifica.

Ma se fate narrazione, questo approccio non potete permettervelo perché voi non state comunicando un prodotto, voi state cercando di comunicare un'idea strutturata e quindi dovrete, per forza di cose, essere più elaborati e complessi.
E quindi difficili.
Più sarà alto il livello di elaborazione e complessità del vostro approccio, meno sarà condiviso il vostro linguaggio, più sarà ristretta la fetta di pubblico verso cui vi rivolgete.
Trovare una giusta via di mezzo tra condivisione e complessità è quello che distingue il buon fumetto popolare dal pattume.

Tutto chiaro fino a qui?

Passiamo al concetto di LINGUAGGIO VERSATILE.
Significa che il vostro linguaggio dovrà essere in grado di adattarsi al maggior numero possibile delle vostre necessità narrative, senza stravolgersi mai.
Un esempio concreto: il linguaggio dei fumetti popolari Bonelli, pur rimanendo sempre molto coerente, permette di raccontare tanto Tex quanto Dylan Dog o Napoleone, o Lilith, solo con piccole alterazioni.
Ma permetterebbe di raccontare anche storie di supereroi? E i diari intimistici? E le storie d'amore?
Sì, ma non così bene come con gli altri esempi portati.
E' un linguaggio versatile ma non versatile fino al punto di andare a pennello su tutto.
Del resto, a me un linguaggio fumettistico dalla versatilità assoluta e che sappia dare il massimo con qualsiasi tipo di racconto, rimanendo sempre coerente e funzionale, non mi è mai capitato di vederlo.

Perché è così importante che il linguaggio sia versatile? Non possiamo utilizzarne differenti a seconda delle nostre esigenze?
Certo. Ma renderà la vostra opera più complessa.
E questo ci riporta al discorso che più una cosa sarà complessa e strutturata, meno il vostro linguaggio sarà condiviso.
E meno è condiviso, meno è popolare.
Che non è un problema, a meno che fare fumetto popolare, non sia esattamente il vostro scopo.
Ma se non lo è... perché cacchio siete arrivati a leggere sin qui?







4 commenti:

CREPASCOLO ha detto...

Un diario intimista con cui veicolare la storia d'amore ( infelice ) tra due supereroi è il fumetto SBEllico di Carlo Ambrosini che temo non leggerò mai - oggi non credo che in via Buonarroti si darebbe l'okay ad un progetto come Napo e non parliamo di Jan Dix - ma che probabilmente prima o poi sarà pubblicato da Shockdom in albetti spillati e disegnati a la Scott Pilgrim incontra Brian The Brain, ma a colori. Non avrà le stimmate del linguaggio condiviso e versatile e non venderà quanto Tex ed i maschietti lo leggeranno di nascosto infilandolo in un comic book con l'ennesimo rebirth di una delle due Big Guns.

CREPASCOLO ha detto...

Ora che ci penso i ragazzi di Ambrosini non ridono mai. Nelle covers, notevoli, del cartoonist , Jan è tanto cupo e sfingeo da far sembrare il suo gemello di carne Jeremy Irons il simpa della compa e stiamo parlando di un tizio che o è due gemelli ginecologi morbosamente legati uno all'altro o l'amante della nuora. Anche Dyd si è progressivamente allontanato da cose come Ai Confini del Tempo ( DYD # 50 ).
Forse , a torto o ragione, il linguaggio versatile e condiviso implica il racconto del dramma più della commedia.
Immagino sia una conseguenza dei tempi in cui siamo calati.

CREPASCOLO ha detto...

Forse noi lettori di fumetto popolare piangiamo, ci commuoviamo e temiamo per la sorte del protagonista più o mno secondo le stesse logiche, ma ridiamo in modi diversi ed imprevedibili.

il.giack ha detto...

Probabile, con mia moglie piangiamo per le stesse cose, ma a lei Ratman non fa ridere