3.2.16

Di che parliamo quando parliamo di fumetti -parte 10-



Non badate all'esca.
Le puntate precedenti le trovate QUI.



Ben ritrovati.
Vi sono mancato?
Dite di sì, porgetemi una mela e, la più carina di voi, si scriva love you sulle palpebre.



Facciamo finta che lo abbiate fatto davvero, le menzogne sono quasi sempre migliori della realtà.
Del resto, di questo stiamo parlando, no? Del  raccontare  delle storie. Storie che, anche quando cercano di rappresentare il vero, sempre quello sono: simulacri.
E prima di iniziare la chiacchiera di oggi,  parliamo d'altro:



Mentre vi sto scrivendo è quasi l'una.
Sono in studio e sono stanco perché ho passato la notte a scrivere.
 Dieci paginette della nuova serie per la Bonelli.
Un bottino cospicuo in questo momento della mia vita e per questo editore.
Che ne è passato di tempo da quando scrivevo un numero di John Doe tutto in una giornata.
Sono stanco, lo ammetto, ma ho preso l'impegno con il blog e con chi mi legge e lo porterò a termine.
Rispettare, per quanto possibile, le scadenze, fa parte del lavoro.
Fare tutto all'ultimo minuto e sempre con il fiato sul collo, pure.
Ma dicevamo che sono stanco.
Eppure, ho voglia di scrivere. Non tanto per il gusto di vedere le parole affastellarsi l'una sull'altra, quanto, piuttosto, per l'inconfessabile piacere di far aderire me stesso allo stereotipo dello scrittore. Quello che lavora di giorno e di notte, con il posacenere zeppo di mozziconi accanto a lui. Quello che dorme poco e male. Che certe volte passa intere giornate a scrivere e che altre volte non tocca una tastiera per giorni. Che ha una vita troppo incasinata perché possa raccontarla senza risultare improbabile e che ride di tutto, in particolare di sé stesso e degli altri.
Altri miei colleghi aderiscono, più o meno consciamente, ad altri modelli di scrittore "tipo".
C'è il solido professionista che si sveglia presto, lavora da una certa ora a una certa ora e lo fa tutti i giorni, compleanno e Natale compreso, come Stephen King.
C'è lo scrittore maledetto, come Céline.
C'è il letterato con brio, come il sommo Eco.
C'è lo scrittore con le toppe di pelle sulla giacca di velluto e il maglione a collo alto.
E via dicendo.
Tutti noi imbrattacarte, volenti o nolenti, tendiamo ad uniformarci a un'idea, a tratti goffamente caricaturale, di quello che ci hanno detto essere gli scrittori. La viviamo sulla nostra pelle in tale maniera che, arrivati a un certo punto, noi SIAMO quel tipo scrittore.
Il piacere di scrivere, quindi, finisce non solo per derivare da quello che scriviamo e da come lo facciamo, ma anche dal fatto che scrivere ci definisce.
Siamo scrittori perché facciamo e viviamo come tali. E nella nostra mente è una cosa figa. Al pari di fare l'astronauta.
E se non vi sentite fighi a voler fare gli scrittori, è meglio che molliate adesso.
Perché la verità di questo lavoro è che è faticoso ma nessuno di quelli che vi stanno intorno lo capirà mai pienamente.
E' noioso, anche quando state scrivendo la storia più bella del mondo.
E' lungo.
E' frustrante.
E spesso, è arido di soddisfazioni.
Quindi è meglio che cominciate a sentirvi come santi, supereroi o martiri.
Perché altrimenti sarà tremendamente dura.


Ma adesso, basta stare a filosofeggiare e torniamo alla cruda realtà.
Voi, scrittori, non lo siete ancora e volete diventarlo.
Quindi, continuiamo a cercare di darvi una forma di ordine mentale per aiutarvi a trovare il bandolo della matassa nell'esposizione delle vostre storie.
Ricordatevi: una mente ordinata è una mente efficiente e una mente efficiente magari non partorirà necessariamente un capolavoro, ma una storia dignitosa, cazzo, quella sì.
Ma come al solito, voglio specificare che questo è solo un metodo che spero possa esservi utile. Non IL metodo. Il metodo, non esiste.



Dunque, nella nostra ultima chiacchiera discutevamo dell'importanza di capire la "grandezza" di quello che vogliamo raccontare. Di stabilire, insomma, l'estensione ottimale della nostra storia, in modo da poterla servire al meglio e nella maniera più efficace.
Una volta fatto questo, vi ritroverete con un soggetto e dello spazio da riempire.
Questo significa che dovrete distribuire il soggetto su questo spazio, dando il giusto valore alle scene più importanti per la vostra narrazione.
Per farlo, dovrete avere bene in mente il numero (approssimativo ma abbastanza preciso) di scene che avete in mente e la loro importanza. Stabilito questo, potrete cominciare ad ipotizzare quante pagine copriranno queste scene all'interno della vostra storia.
Esempio: il vostro soggetto ha un'introduzione lunga, con uno scenario da raccontare, personaggi da introdurre e meccaniche da mettere in moto? E' bene che prevediate di dargli uno spazio abbastanza consistente, allora.
Attenti però a non dargliene troppo, altrimenti la storia rischia di entrare troppo tardi nel vivo e annoiare il lettore.
Stabilite il numero di informazioni di cui avete strettamente bisogno e, prima di tutto quanto il resto, servite quelle, dandogli il giusto spazio. Non abbiate paura di essere stati troppo coincisi. Tornare indietro ed espandere una scena per dargli un respiro maggiore è sempre più facile che cercare di scorciare qualcosa che è già stato scritto. Questo è uno dei pochi casi in cui non vale la regola del melius abundare quam deficere.
Se tutto vi sembra fatto a modino, andate avanti e ripetete la stessa operazione con il secondo atto. Dategli lo spazio che gli serve, cercate di asciugarlo o espanderlo a seconda dell'estensione della vostra storia e dello stile narrativo che volete tenere. E poi ripetete il tutto per il terzo atto.
Fino alla conclusione. E, per tutto il processo, continuate a farvi le stesse domande: avrò passato tutte le informazioni necessarie? Avrò dato il giusto spazio a quella scena per mostrarla come era nelle mie intenzioni? Il ritmo di una scena, messa in correlazione con le altre, è sensato? Oppure certe sequenze sono troppo dominanti sulle altre?

Può aiutarvi fare uno schemino. Anche uno scemo.
Una roba tipo:

da pagina 1 a pagina 5: prologo. Vediamo entrare in scena il protagonista e la sua spalla. Sono appena arrivati in città e, mentre passeggiano facendo i turisti, si raccontano tra loro gli ultimi avvenimenti delle loro vite. Attraverso queste chiacchiere permettiamo al lettore di scoprire il loro nome, la loro professione, il perché si trovano in quel posto e un pezzettino della loro storia.

Su uno schema del genere, poi, potrete andare ancora a lavorare, entrando maggiormente nello specifico e nel dettaglio.
Così, per esempio:

tavola 1 si apre al porto, vediamo una grande nave attraccata e i nostri protagonisti che ne scendono.

In Tavola 2 stringiamo sui protagonisti e li vediamo mentre si aggirano per il porto, in cerca di una carrozza. I due parlano e scopriamo i loro nomi.

In Tavola 3, escono dalla zona portuale, rinunciando alla carrozza, e cominciano a passeggiare per la città. Continuano a parlare. Scopriamo perché sono arrivati in città.

In Tavola 4 lo stesso. Vediamo la città e scopriamo qualcosa più di loro due.

In Tavola 5 li vediamo allontanarsi verso la loro destinazione. Stacco.

Arrivati a questo punto e con una storia interamente suddivisa in questa maniera, potrete farvi un'idea piuttosto chiara della forma della vostra storia, del suo ritmo, della sua estensione e via discorrendo. Questo è il momento per spostare, ingrandire, ridurre  e controllare che tutto quello che serve ci sia davvero.
E come farete a capirlo?

Ecco, questa è la parte difficile. E la risposta è imbarazzante per delle chiacchierate che si prefiggono di insegnarvi qualcosa. Perché l'unico modo per stabilire se avete fatto tutto in maniera corretta è affidarsi all'esperienza e all'orecchio.
Ora, voi di esperienza ne avete poca. E dovete farne. Come? Scrivendo tanto. Senza nemmeno stare a pensare a una pubblicazione o a una progettualità. Scrivere per imparare e scrivere. Punto.
E per quanto riguarda l'orecchio? Quello ce lo avete. Ce lo abbiamo tutti. Nasciamo ascoltando storie e passiamo gran parte della vita continuano a farlo. E' il vostro orecchio interno che stabilisce quando una storia vi annoia o vi diverte, quando vi emoziona o vi spaventa. E' quell'orecchio che dovete coltivare, nutrendolo con la curiosità e la passione. Guardate tutto. Leggete tutto. Chiedetevi sempre perché una cosa vi piace o meno.
E quando rileggerete le vostre robe, cercate di ascoltare quel vostro orecchio interiore piuttosto che il vostro ego o le vostre ambizioni. Lui non mente. Se la vostra storia fa schifo, ve lo dirà.

Siete davvero sicuri della vostra storia?
Tutto è dove e come dovrebbe essere?
Se sì, prendete il vostro schema e, facendo affidamento a quello, iniziate a cesellare le tavole, pagina per pagina, scrivendone la vera sceneggiatura.
La strada per arrivare sin qui potrebbe sembrarvi un processo lungo ma, in realtà, vi dovrebbe rendere più facile il confronto con la pagina sceneggiata, eliminando il rischio che vi perdiate nel grande deserto del foglio bianco. Perché voi avete uno schema! Voi avete una mappa! Voi avete una bussola che vi indica il nord. Voi sapete esattamente dove andare. Siete voi a comandare la vostra storia e non il contrario!!

Non è esaltante tutto questo?



3 commenti:

Stark ha detto...

Io ho badato all'esca.
Sorry.

Ivan Di Domenico ha detto...

Se con tavole intendi una pagina(e non una vignetta) un processo utile sarebbe quindi stabilire un numero di pagine per i vari atti, poi pensare alle singole tavole e poi dedicarsi alle vignette. Ha senso lasciarsi qualche pagina come margine? es. su una storia da 94, inizialmente ne immagino 88 e le altre le uso per approfondire, aggiungere batture ecc.? Questo per persone senza esperienza, chiaramente.

Luca Rocca ha detto...

Io trovo molto utile in questa fase utilizzare un file excel (è un metodo che mi hanno insegnato in un corso breve di sceneggiatura erogato nella mia fumetteria di fiducia): ogni riga rappresenta una pagina, raggruppando più linee (quindi pagine) le si divide in scene: dando ad ogni scena un colore diverso è possibile vedere marcatamente quanto una è più corposa dell'altra (e quindi posso correggere il tiro velocemente). Per ogni riga/pagina posso ovviamente aggiungere la descrizione sommaria di quello che accade al suo interno.
E' possibile ulteriormente marcare in una diversa colonna con diversi colori il tipo di scena: se è d'azione userò il colore rosso, se è romantica il colore rosa, se è di dialogo il blu e così via. La distribuzione dei colori in base al tipo di scena aiuta a capire con un veloce colpo d'occhio se si sta esagerando troppo con un mood rispetto al resto della storia.